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L’avventurosa storia della PASTA ITALIANA negli Stati Uniti

gennaio 2018 - Dispensa Magazine n. 8 - Storie di pasta - Cibo

In una famosa intervista di Oriana Fallaci, Frank Capra racconta di quando, con genitori e fratelli, emigrò dalla Sicilia agli Stati Uniti. Era il 1903 e quello che sarebbe diventato il celebre regista vincitore di quattordici premi Oscar aveva solo sei anni. Suo padre, che coltivava arance e limoni in Sicilia e non riusciva a mantenere i figli, decise di raggiungere la California dove lo stesso lavoro era molto richiesto e ben retribuito. Approdati a New York, il viaggio per Los Angeles fu interminabile: “Per otto giorni, sul treno, non mangiammo che pane e banane perché non si sapeva domandare che quello, banana in inglese si dice banana e pane, in tutte le lingue, si dice portando le dita alla bocca”. Come ben sappiamo, c’è un altro alimento per cui si usa la stessa parola in tutte le lingue: è la pasta. Solo che era inimmaginabile trovarla attraversando l’America in orizzontale, attraverso il Midwest, all’inizio del Novecento. Tuttavia, è proprio negli Stati Uniti che l’avventurosa storia della pasta italiana avrà di lì a poco la più fruttuosa delle proprie germogliazioni intercontinentali, diventando la terra promessa dei produttori del nostro Paese, che nello sconfinato mercato americano vedono ancor oggi premesse e promesse di sviluppo esponenziale.

Ma torniamo all’arrivo della famiglia Capra in California. Lasciamo passare quattordici anni e arriviamo al 1917. Negli Stati Uniti vivono ormai più di quattro milioni di cittadini di origine italiana. A Los Angeles, dove si sono stabiliti i Capra, l’economia non è più basata sui ranch in cui si coltivano arance e limoni. È anche nascente industria aeronautica e movie business, con teatri di posa che spuntano ovunque. Nel frattempo, in Europa infuria la guerra che, con l’ingresso degli Stati Uniti deciso dal presidente Wilson, si trasforma in guerra mondiale. Non è il momento di sperperare e ci si prepara a una crisi. Ed ecco che proprio a Los Angeles viene pubblicato un libro la cui unica edizione integra in commercio è stata venduta pochi mesi fa a un venture capitalist della Silicon Valley a 3.300 dollari. Questo libro fu scritto e pubblicato a proprie spese da Jack Cusimano, un bel ragazzo elegante e sorridente, così come appare dalla foto che nel volume precede l’introduzione. S’intitola “Ricettario economico italiano” ed è la seconda guida alla cucina italiana pubblicata negli Stati Uniti (la prima è del 1910). Il libro è prezioso per via di due litografie a colori, che nel tempo sono state strappate da quasi tutte le copie esistenti per incorniciarle e appenderle. Queste illustrazioni riportano i formati di quarantatré tipi di pasta, tra cui zitoni, perciatellini, fagiolini, stivaletti, occhi di pernice, lingue di passero, cannaroni, mustacciuoli, alfabeti, acino-pepe, anelli ricci, maruzze, abissini. Un campionario estremamente fantasioso, che rende l’idea di quanti tipi di pasta si potessero trovare sul mercato americano, evidentemente confezionati da produttori locali.

L’altra sorprendente caratteristica di questo ricettario, una copia del quale è custodita nella Biblioteca del Congresso a Washington ed è stata acquisita e registrata nell’ottobre del 1917 (l’entrata in guerra degli Stati Uniti è di marzo), la troviamo nel sottotitolo: “Contenente molte nuove  e deliziose ricette e pensato in particolare per adattarsi all’attuale alto costo della vita”. Concetto che più sotto, nell’introduzione, viene spiegato così: “Questo libro è stato pensato soprattutto per ridurre l’alto costo della vita, offrendo al contempo ricette sostanziose e salutari. Una delle bellezze dell’America è che ognuno può avere il proprio giardino, e tutti i vegetali usati in queste ricette possono esservi coltivati”.

Sono le basi della cucina mediterranea – sostanziosa, economica, sana -, profeticamente divulgate agli americani tramite pochi piatti a base di pasta e verdure perlopiù in brodo. Non manca una ricetta italiana per “invalids”, infermi: brodo di pollo e pastina.

Se la storia dei ricettari di cucina italiana negli Stati Uniti inizia ai primi del Novecento, la storia della pasta italiana nel continente americano era invece iniziata poco più di un secolo prima. Infatti, nel 1790, prima delle ondate di immigrazione italiana, Thomas Jefferson – uno dei padri fondatori della nazione, nonché terzo presidente degli Stati Uniti -, dopo un viaggio in Italia fece spedire da Napoli a Philadelphia una gigantesca trafila per maccheroni (così si chiamavano ai tempi gli spaghetti), dando inizio alla fabbricazione della pasta nel continente americano. In questo caso, l’uso fu però casalingo, perché Jefferson fece installare la “macaroni machine” a Monticello, la sua residenza in Virginia. Sempre nella Biblioteca del Congresso, sono custoditi i fogli manoscritti in cui il presidente vergò appunti sul tipo di farina adatta e sulla tecnica di produzione della pasta, che ai tempi ancora si mangiava in bianco (il condimento al pomodoro, anche in Italia, si iniziò a usare dalla seconda metà dell’Ottocento). Una cartolina in vendita nella visitatissima residenza presidenziale mostra Jefferson in marsina verde, parrucca con treccia e camicia con volant che, in piedi nella sala da pranzo davanti agli ospiti, arrotola spaghetti su un cucchiaio. Una sorta di dimostrazione agli astanti. Sul retro della cartolina, una scritta dice: “I love you more than Thomas Jefferson loves macaroni”.

Il presidente Jefferson incarnò l’avanguardia storica di un’elite di cultori internazionali della pasta, ma furono invece gli immigrati provenienti da varie regioni d’Italia che, a contatto con la cultura americana, diedero il via a una sorta di cucina fusion, il cui piatto simbolico restano gli “spaghetti with meatballs”. Una celebrazione della proteica prosperità americana, la cui ricetta venne codificata nel 1929 in un numero di “The Macaroni Journal”, organo dell’associazione americana di produttori di pasta.

Trent’anni più tardi, Giuseppe Prezzolini, raffinato intellettuale italiano e fondatore della rivista “La voce”, pubblicava “Maccheroni & C.”, l’inno alla pasta di un espatriato. Infatti, lasciato il nostro Paese, Prezzolini aveva preso la cittadinanza americana e insegnava letteratura alla Columbia University di New York. “Cos’è la gloria di Dante appresso a quella degli spaghetti?” si chiede nemmeno troppo scherzosamente nel libro. “Gli spaghetti sono penetrati in moltissime case americane dove il nome di Dante non viene mai pronunziato. Inoltre l’opera di Dante è il prodotto d’un singolare uomo di genio, mentre gli spaghetti son l’espressione del genio collettivo del popolo italiano”. Non basta: in “Maccheroni & C”, Prezzolini auspica la diffusione dei maccheroni come antidoto al consumo smodato di whisky tipico degli americani, ironizzando sulla monotonia della cucina anglosassone (se “gli spaghetti offrono il primo piano per una costruzione di condimenti e accompagnamenti”, “la guancia rosata d’un rosbiffe è gradita ma a lungo stanca”). Infine, sottolinea come gli americani amino cucinare la pasta “nelle combinazioni più stravaganti che ci ricordano che questa è la patria dei cocktails”.

Sono dunque passati più di duecento anni da quando la pasta è approdata negli Stati Uniti, che oggi sono diventati un mercato cruciale per i nostri produttori, anche per quelli di nicchia. In attesa di vedere le conseguenze concrete degli editti del presidente Trump sulle nostre esportazioni, rimane ancora molto da fare per migliorare la qualità del rapporto degli americani con la pasta: l’obiettivo è renderla una portata e non un contorno da mettere nel piatto a lato della bistecca e della dadolata di polpa d’avocado.

Uno dei più famosi format di intervista è dal 1994 quello del Financial Times, “Lunch with the FT”. Il conto lo paga il giornale, mentre il ristorante lo sceglie l’intervistato. Da Angela Merkel a Bill Gates a Carlo Ancelotti, non c’è quasi personaggio di fama mondiale che non abbia avuto la sua intervista. Ricordo quella di Michael Bloomberg, il billionario imprenditore americano, sindaco di New York dal 2002 al 2013. Ci si può immaginare che un simile magnate, senza limiti di budget e vissuto nella città americana con la più alta concentrazione di ristoranti gourmet, da tempo si sia fatto uno stile, un gusto, un’educazione alimentare. Ma la fotografia che lo ritrae durante l’intervista, vestito con un elegante completo blu, fa pensare il contrario. Lo vediamo seduto davanti a un piatto in cui ha ammucchiato, tipo turista famelico al buffet del villaggio vacanze, maccheroni al ragù e insalata mista condita con intrugli cremosi. In pratica, come scriveva Prezzolini negli anni Cinquanta, l’America resta la patria dei cocktail. A volte nel bicchiere, spesso nel piatto.

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