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Sommario

AMBRA ANGIOLINI – L’ansia

gennaio 2011 - Sette - Corriere della Sera - Interviste

“Attacchi di ansia seguiti da attacchi di panico, fobie sempre più invadenti di ora in ora. Mi sono ritrovata da un giorno all’altro con un peso gigantesco sul petto, e il cuore che andava a duemila. Un crollo verticale improvviso, violento. Giorno e notte ero bloccata dalla paura. Come posso spiegartelo? È come avere sempre di fronte un leone che sta per sbranarti. Sdraiata a letto, senza dormire, avevo le palpitazioni e mi sentivo soffocare. E non riuscivo nemmeno ad alzarmi. Dicevo: preferirei essermi rotta tutte e due le gambe. Almeno ci sarebbe un senso. Capirei cosa ho”.

Un caso psichiatrico? La vittima di un crack finanziario? Il testimone di un attentato? No, Ambra. Ambra Angiolini. L’ex bambina prodigio televisivo finita bene, la stakanovista del crescere e migliorarsi, l’attrice ormai adulta che evoca l’aspetto vigoroso e dolente della Magnani, addolcito da lineamenti che invece richiamano l’intensità elegante di Anouk Aimée.
Ma cominciamo dai piedi: avvolti in spessi collant neri, calzano décolleté parossistiche, quel genere che, tra zeppa rinforzata (anche detta plateau) e tacchi assassini, dà un che di iperbolico e fumettistico a chi le indossa. Nella fattispecie, dato che Ambra è minuta, le scarpe sembrano pesare più di lei. Ma appena restiamo sole nella sua camera d’albergo, Ambra le toglie e si accoccola in una poltroncina. Forse il fascino di questo genere di scarpe è che, appena possono, le donne se le sfilano. E restano come disarmate, evocando un’intimità che magari è solo fittizia ma scalda il cuore (intenerisce alcuni ed eccita la fantasia di altri).
Zigomi, occhi e capelli scurissimi, un neo tra le labbra e il naso: Ambra, mentre si racconta, è soprattutto volto. Un volto molto ben truccato, perché è reduce dalla conferenza stampa romana di Immaturi, film in cui interpreta una chef sessodipendente. Lo sguardo inizialmente cupo e la voce incerta, soffusa, vibrante, lasciano supporre che il crollo fisico ed emotivo che descrive non sia ancora del tutto risolto. Invece è solo una stanchezza che passa quasi subito, è la tensione per aver dovuto rispondere a domande quasi tutte uguali, strapazzata da una selva di giornalisti, microfoni, telecamere, parrucchieri e addetti stampa. Promuovere un film è, di fatto, un supplemento di recitazione: bisogna variare le risposte dicendo sempre le stesse cose, sorridere, stare in guardia, cercare d’essere spiritosa, non lasciarsi fraintendere. Più tardi, verso sera, dopo la nostra chiacchierata, Ambra tornerà a Pietrasanta, dove sta lavorando nella riedizione teatrale di I pugni in tasca, diretta da Marco Bellocchio. Sul palcoscenico interpreta la parte che al cinema fu di Paola Pitagora. Intanto, a casa, a Brescia, ci sono parecchie altre cose che devono funzionare nel migliore dei modi possibile: due bambini, un compagno, e, per non farsi mancare nulla, anche un negozio di scarpe.
Film, promozioni, progetti, teatro, radio, famiglia: Ambra non si ferma da anni e questo continuo ingorgo di impegni, unito a uno spiccato senso del dovere, qualche mese fa l’ha sopraffatta. Nella sua camera d’albergo, tra vestiti sparpagliati su ogni superficie piana e kit di medicine omeopatiche, per la prima volta Ambra si sente di raccontare come mai, in settembre, a Napoli, ha abbandonato il set della serie La nuova squadra, in cui era stata chiamata a sostituire Pietro Taricone. Niente capricci da prima donna, “anzi, ci tenevo moltissimo. Molti, come spesso capita in questo mestiere quando vogliono ferirti, hanno scritto erroneamente che ho abbandonato per vezzo. Invece mi è successo di crollare. Buio. Mi si erano spente le luci. Non potevo più lavorare. Ero totalmente ingoiata dalle mie paure, dalle mie fobie”. Ambra è stata ricoverata per una serie di test e controlli. La diagnosi è stata che “il mio corpo funzionava male. L’essermi dimenticata per tanto tempo di me, per rincorrere le cose da fare, mi aveva fatto andare avanti a forza di debiti fisici. E poi è arrivato il conto, all’improvviso. Non riuscivo più a mangiare, come se il mio corpo volesse azzerare tutto e ripartire con lo svezzamento. Mi ero trascurata per troppo tempo: davanti a me c’era sempre qualcosa di più importante, da fare subito, assolutamente. Il mio corpo era deperito e a un certo punto si è messo a farmi la guerra. Dopo un periodo in clinica, sono tornata a casa. Volevo solo dormire. Non riuscivo nemmeno ad andare in giardino. Poi, ricordo, una mattina mi sono alzata e mi è venuta voglia di vestire mia figlia”. E così, da Jolanda, che ha sette anni, è iniziata la risalita. “Ci sono voluti due mesi per stare di nuovo bene. Di un bene addirittura infantile. Ho ripreso a sentire tutto che funziona”. La madre Doriana, che era venuta ad aiutarla coi bambini (c’è anche Leonardo, che ha quattro anni), le ha rivelato di aver vissuto una crisi simile alla sua stessa età (Ambra ha 32 anni), quando lei era già nata: “Ho avuto la sorpresa di conoscere aspetti della vita di mia madre che non conoscevo. Sembra assurdo”. A quei tempi ci si curava con “psicofarmaci devastanti”. Ambra invece si limita a seguire una dieta e usa medicine omeopatiche.
“Mia madre mi rassicurava dicendo: ‘io ho preso farmaci probabilmente sbagliati, e tuttavia adesso sto bene e sono qui. Guarda, si ritorna’. Perché la mia paura era quella che non fosse più possibile tornare a essere come prima. Non sapevo se stessi diventando pazza. E’ una sensazione come il parto. Non la puoi spiegare, non puoi capacitarti di avere un margine di squilibrio così forte. La mia non era una forma depressiva legata a un fatto: non c’era un lutto da elaborare o il problema di una vita precaria. La mia era una cosa apparentemente priva di motivo. Il consumarsi di una serie di energie. Io penso di pagare un senso di colpa continuo. Sono convinta di non meritarmi niente. Pur di fare tutto, negli ultimi anni sono andata sempre a mille. Non sono mai riuscita a fermarmi, a chiedermi quante ore dormo al giorno”.
Cercando di documentarmi su Ambra, prima di incontrarla, ho letto che in settembre avrebbe dichiarato di essere in crisi col suo compagno (il cantautore Francesco Renga). È vero, le chiedo? C’era scritto che ti sei innamorata di un altro… “Macché. Ho parlato al telefono con un giornalista: una conversazione sul filo dell’ironia. Ero stata a Venezia, dove portavo un film bellissimo, Notizie dagli scavi di Emidio Greco tratto dal racconto di Franco Lucentini. Scherzando ho detto ‘mi sono innamorata del coprotagonista, Francesco Battiston’. Volevo solo essere divertente e ironica, cercavo leggerezza. Mi è successo un’altra volta: la domanda era ‘che ne dici di un terzo figlio?’ e la mia risposta ‘perché no?’. Sul giornale è diventato: ‘Ambra non usa contraccettivi’. Io poi ci sto male: anche se conosco i meccanismi mediatici e lavoro da vent’anni, non faccio pace con la malafede. Tutte le volte, quando rilascio un’intervista, mi preoccupo. Riesci a immaginare quando poi leggi cosa è stato scritto, e devi passare la giornata a scusarti con tua madre, con tuo padre, col tuo compagno? Marco Bellocchio mi ha detto: ‘Quanto faccio un’intervista dico sempre: ti prego, almeno non farmi sembrare un coglione’”. Ambra è un’eccellente imitatrice. Fa la voce di Bellocchio che sembra di averlo lì, nella camera d’albergo, e fa un perfetto calco degli accenti bresciani dei suoi bambini. Infatti è un’emigrata “all’incontrario”, una che da Roma, per amore, si è trasferita a Brescia – cosa che per me, bresciana trasferita a Roma e Milano, appare vagamente strampalata. Eppure dice che la città non le sta stretta, perché la sua condizione mentale è di sentirsi “come in campeggio, provvisoria”. È diventata giocoforza “una specie di agente di viaggio”: sa tutto di orari, tariffe e coincidenze, e guida molto: il suo lavoro si svolge dappertutto, meno che a Brescia. Quando i bambini vanno a trovare i nonni, a Roma, tornano e dicono “carello” anziché “carrello”. Mentre a Brescia è tutto un “ada” (guarda), un “mochela” (smettila), un “con le treccine sono bèla fes” (molto bella). L’accento bresciano di Ambra è perfetto. Ermanno Olmi potrebbe tranquillamente selezionarla per una riduzione teatrale di L’albero degli zoccoli (benché si trattasse di bergamaschi, non dubito che Ambra sarebbe in grado di fare un calco perfetto anche di quella variante).
Irene Ghergo, coautrice con Gianni Boncompagni di Non è la Rai, trasmissione che a metà degli anni Novanta lanciò il personaggio Ambra, dice che “era un’adolescente insopportabile. All’inizio mi vedeva come fossi una strega, però poi obbediva. Ma su 200 ragazzine lei spiccava: era particolarmente intelligente e sveglia, e non faceva comunella con le altre. Usava l’auricolare come niente fosse, cosa che non riesce nemmeno alle televisive incallite. Non si perdeva d’animo in nessun tipo di situazione, e ricordo che le bastò una settimana di corso di dizione per perdere il suo accento di borgata… cosa che le altre neanche per sogno!”. Così la misero alla prova, “facendole intervistare intellettuali come Franco Cordelli e Dario Bellezza. E anche lì se la cavò egregiamente”. Una gran scuola, quella di Irene Ghergo e Gianni Boncompagni. Infatti, quando chiedo ad Ambra cosa legge, la trovo preparatissima, addirittura à la page. Anzitutto Corriere e Repubblica, ogni giorno. E anche altri quotidiani, magari Il Foglio, perché “è la prima cosa che mi ha fatto fare Boncompagni. Leggere tanti giornali, anche l’Unità e La Nazione… diceva che bisogna guardare il mondo da molti punti di vista. Voleva che leggessi tutti gli editoriali fino in fondo. ‘Capirai il 5%, poi il 10, poi a un certo punto inizierai a confrontarti con altri che li hanno letti,’ mi spiegava”. E pensare che ai tempi di Non è la Rai c’era chi si scandalizzava per l’esibizione lolitesca di tutte quelle ragazzine. Certamente negli attuali programmi televisivi non c’è chi impartisce lezioni di lettura alle soubrettine/veline/letterine. Quanto ai libri, Ambra dice di aver appena letto Io e te di Ammaniti, Bugiarda no ma reticente, l’autobiografia di Franca Valeri (“Lei è un mio mito assoluto”), e poi Raymond Carver e David Forster Wallace (“mi arrivano un sacco di cose, leggo tanto”).
Prima di ripartire per Pietrasanta, mette in scena, solo per me, un racconto spassoso e pittoresco della sua infanzia alla Garbatella. La nonna di 150 chili dall’aspetto perennemente dolente (“me dôle er braccio”), tutto il giorno a piangersi addosso, e il nonno amputato in guerra (“il cognac e una botta in testa, e quando mi sono svegliato ero così”), con le protesi al posto delle gambe ma sempre allegro, che con la sedia vicino alla finestra la guardava giocare in cortile con i bambini di altri lotti”.
Non c’è dubbio, sa raccontare Ambra. Scriverà un libro? Pure lei? Data la sua energia vitale (persa per un attimo e subito ritrovata), non mi stupirei che prima o poi le venisse in mente di mettersi alla prova anche con la scrittura.
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