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Sommario

ANGELO BUCARELLI

dicembre 2005 - Magazine - Corriere della Sera - Interviste

In questo scorcio di fine anno si sente spesso parlare di uomini che piangono. Dal marito di Carmen Russo, in lacrime per le emorroidi, a Fassino, in lacrime per gli omaggi di D’Alema. Sono maschi contemporanei, che manifestano aspetti sinora ritenuti femminili. Un po’ come ha fatto il nostro Guardasigilli, confessando di aver subito un tentativo di violenza sessuale: un maschio d’altri tempi si sarebbe inchiodato la lingua piuttosto che competere con una donna sul piano delle violenze subite. Qualche giorno fa leggevo su Panorama un interessante articolo di Angelo Bucarelli, noto organizzatore di mostre, ma per me soprattutto “nipote di un ritratto” – vale a dire quello di sua zia Palma, eseguito da Savinio e ora esposto alla GNAM di Roma, di cui la Bucarelli fu l’importante e controversa Sovrintendente dal ‘41 al ’75. E’ il ritratto di una donna di avvenenza straordinaria, esile, elegantissima, dotata di occhi azzurri perforanti e di un profilo ferreo come il suo carattere.

Il nipote, mostrandosi assai meno ferreo, raccontava in quell’articolo la sua esperienza a Cottonwood, uno dei due centri di riabilitazione dell’Arizona in cui sono stati ricoverati e forse curati Kate Moss, Lapo Elkann e tanti noti e ignoti individui con problemi di droga, alcolismo, anoressia e bulimia. Spiegava di averci passato le quattro canoniche settimane di terapia per un problema di “codipendenza”, cioè – per dirla in parole semplici – perché non riusciva a staccarsi da una donna, la sua ex moglie, Nina Fuerstenberg.
Leggendo quel racconto, sono rimasta colpita da due cose. Innanzitutto dalla stravagante “modernità” di un uomo che dichiara, senza imbarazzo, di esser stato dipendente da una donna. Laddove droga e alcol hanno un loro fascino di maledettismo – e spesso l’alcolista e il drogato, soprattutto se artisti, accrescono il proprio appeal ammettendone la dipendenza – il non riuscire a stare senza moglie parrebbe una mollezza ben poco affascinante.
In secondo luogo, a noi terragni lettori della provincia italiana, viene una gran curiosità: per curarsi dal mal d’amore, da quando in qua ci si rifugia nelle cliniche per drogati? Una volta ci si seppelliva in convento oppure, potendoselo permettere, si faceva un lungo viaggio. Ora, invece, finirà che a San Patrignano inaugureranno un settore cuori infranti?
Ne parlo allora con Angelo Bucarelli, che incontro nel suo appartamento romano, a Trastevere, in un salotto pieno di tendaggi e arredi a righe, proprio come le sue caratteristiche camicie (credo ne abbia fatto una cifra personale, come Tom Wolfe con gli abiti bianchi). L’appartamento è bohemien quanto basta, con alcuni bei pezzi di artisti contemporanei. Inizio chiedendogli della celebre zia, quindi con una domanda decisamente fuori tema ma che finirà per rivelarsi pertinente. “A dodici anni ero già un social climber in erba,” mi racconta, “e un giorno ho deciso di presentarmi a questa parente molto criticata in famiglia per via della sua vita trasgressiva. I Bucarelli, d’origine calabrese, avevano radici contadine, e Palma, che frequentava artisti ed era fiera di far innamorare gli uomini, era ritenuta una parente imbarazzante. Io invece pensavo che quella donna molto famosa potesse aiutarmi nella mia ascesa. Tra l’altro eravamo gli unici due longilinei e con gli occhi chiari in una famiglia di ‘curti e maltagliati’. Così, un pomeriggio, andai alla Galleria Nazionale, suonai il campanello del suo ufficio, e mi presentai.”
Il piccolo Angelo, un po’ alla volta, viene introdotto al mondo dell’arte dalla potente zia. Ma nel frattempo a scuola le cose vanno male: “Non so se la salute incerta mi ha compromesso gli studi o se gli studi compromessi mi hanno sviluppato un’attenzione spasmodica per la salute.” Fatto sta che Bucarelli cresce bello ma un po’ ipocondriaco, e inoltre fa una gran fatica a leggere, problema che ancora lo perseguita.
Ero venuta per farmi raccontare cosa passi per la testa di un uomo che dichiara una debolezza inconsueta: la tormentosa dipendenza da una donna; e adesso mi sento dichiarare a cuor leggero che le debolezze sono tante: dalle mancate letture (come Victoria Beckham!) al dichiararsi, con buona dose d’ironia, un social climber.
“Essere un arrampicatore fa parte del problema iniziale,” mi spiega Bucarelli. “Si tratta di una sorta di difesa, con cui si cerca di supplire alle proprie inadeguatezze. Io mi sono sposato per paura di diventare autonomo, di non farcela a mantenere una famiglia. Ero preda dell’ansia di non riuscire a sostenere un livello economico e sociale adeguato. Non avendo fiducia in me, ho individuato una scorciatoia: una moglie amata ma anche ricca e con una posizione sociale di rilievo, che potesse proteggere la nostra futura famiglia. Con lei, in pratica, ho sposato un mondo. Proprio come capita alle donne che usano il matrimonio per trovare un ruolo sociale. Cercavo di non pensarci, ma dentro di me sapevo che stavo costruendo un condominio basato su fondamenta inesistenti. La mia autostima, già bassa, precipitava e mi portava ad appoggiarmi sempre più a mia moglie. Occuparmi in maniera ossessiva di lei e delle nostre tre figlie mi serviva a concentrare l’attenzione su qualcosa di diverso dal mio vero problema: la sfiducia in me. Mi sottovalutavo, letteralmente: non credendo in me stesso, non davo valore nemmeno al lavoro che svolgevo con successo, ragion per cui lavoravo quasi gratis. E cercavo di riscattarmi in famiglia: arredavo le nostre case, con scenografie perfette dove collocare i personaggi di una recita. Volevo sentirmi il regista della messinscena, e facevo leva sulle insicurezze di mia moglie per emergere e dimostrarle la mia bravura nel ruolo di capofamiglia. Insomma: un imbroglio che ci avviava alla catastrofe.
Quando lei mi ha lasciato, stanca di questo gioco di ruoli che generava solo conflitti, ho sentito di aver perso tutto, sia materialmente sia spiritualmente. Sono diventato pazzo di panico ”.
Angelo Bucarelli mi racconta le sue vergogne senza alcuna reticenza, come chi ama spalancare l’impermeabile sotto il naso del prossimo. A tratti provo un po’ d’imbarazzo per la violazione di quelli che a me sembrerebbero dei segreti, e che lui invece considera momenti dolorosi della propria vita, che vanno raccontati per dimostrarsi d’esserne fuori. Ma sento anche il fascino della costruzione in diretta di un personaggio che è la continuazione di certi uomini inconcludenti e contorti che ho raccontato nei miei romanzi; e, soprattutto, la persona Bucarelli mi ricorda il personaggio Lucien, il protagonista de Le illusioni perdute e di Splendori e miserie delle cortigiane. Un tipo talmente affascinante nella sua indole corrotta, da far dire a Oscar Wilde: “Il più grande dolore della mia vita? La morte di Lucien de Rubempré”. Uomo bellissimo, con velleità di carriera poetica perseguite facendosi proteggere da amanti stagionate dell’alta società parigina, Balzac lo descrive così: “è un uomo di poesia e non un poeta, egli sogna e non pensa, si agita e non crea… è una femminuccia piena di vanità”.
Insomma, fatte salve le differenze tra un personaggio romanzesco e un uomo in carne e ossa, le premesse della dipendenza di Angelo Bucarelli dalla moglie e dal suo mondo paiono raccontare l’ennesima variazione di un carattere già tante volte indagato nella letteratura. Bucarelli, però, invece di avviarsi verso la brutta fine che in genere dispensano i romanzi, ha deciso di curarsi. E poiché ha vissuto per tutti gli anni Ottanta a New York, assorbendone lo spirito, ha deciso di curarsi all’americana. Quando nel ’97 è esplosa la crisi, anziché lamentarsi con amici e parenti, buttarsi nella religione, o rivolgersi a uno psichiatra nostrano che lo riempisse di Prozac, ha deciso di andare a curarsi in Arizona, in una clinica dove si utilizza un metodo di cura che risale agli anni ’30, lo stesso adottato dagli Alcolisti Anonimi. La società americana, nomadica e atomizzata, frutto e al tempo stesso causa di famiglie temporanee (così efficacemente raccontate ne I miei luoghi oscuri di James Ellroy), ha adottato massicciamente questo metodo di cura, al punto che le assicurazioni lo rimborsano, e le aziende lo utilizzano per i loro dipendenti (uno dei compagni di Bucarelli era un camionista alcolizzato, in cura a spese della ditta di trasporti per cui lavorava). Gli chiedo come sia possibile guarire in quattro settimane da deficienze della propria personalità coltivate per decenni. “Non si guarisce, infatti. Si inizia un percorso di sofferenza che non termina mai, in cui si cerca una nuova consapevolezza con cui difendersi dai trucchi e trabocchetti che ci prepariamo noi stessi. Io, ad esempio, benché diventato più conscio dei meccanismi, ci sono ricascato. Poco dopo essere tornato dall’Arizona, mi sono innamorato di una donna affascinante e famosa (Edwige Fenech, n.d.r). Fotografato su tutti i giornali, al centro della vita mondana, a un certo punto mi sono ricordato l’insegnamento di Cottonwood, la necessità di essere onesti con se stessi e con le persone che amiamo. Mi sono reso conto che ero solo un uomo vanitoso alla ricerca della protezione di una donna forte e potente. Ho dovuto spiegarle tutto. Lei ha capito.”
Ora, in questo feuilleton che è la vita di una persona che cerchi continuamente di fregare se stessa, Angelo Bucarelli si sente pacificato. Pare, insomma, d’esser giunti a un happy end. Lavora molto, e riesce “a dare un valore al suo lavoro” – cioè, per dirla spiccia: si fa pagare. E da tre anni ha una fidanzata che non è ricca né famosa. Vive con due delle sue tre figlie, e – come dimostra questa conversazione – ha preso molto seriamente uno dei compiti assegnati a chi esce da Cottonwood: raccontare la propria esperienza – perché solo chi è stato “dipendente” può aiutare chi soffre. In fin dei conti, si tratta del buon vecchio proselitismo: dalla Chiesa Cattolica agli Alcolisti Anonimi, è il metodo più inossidabile per curare il mal di vivere. Ma attenzione: salutandomi, Bucarelli ammette che, oltre alla devozione al metodo, nella sua confessione fa capolino anche una delle debolezze che si è impegnato a combattere: la vanità, il desiderio di sentir parlare di sé.
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