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Sommario

CAROLINA CRESCENTINI – “I bastardi di Pizzofalcone”

febbraio 2017 - Io Donna - Corriere della Sera - Interviste

“Com’è Los Angeles? A me sembra Casal Palocco”. Palocco, come abbreviano i romani, è un quartierone residenziale vicino al mare di Ostia, fatto di villini e villette. La similitudine è di Carolina Crescentini, l’attrice con il marchio estetico e identificativo dalle occhiaie seducenti, un po’ come il famoso neo tirabaci di Cindy Crawford. La guardi e sarebbe una bionda molto carina con tutte le caratteristiche standard, i capelli lisci, gli occhi come acquamarina, la pelle come cipria, non fosse per quell’ombreggiatura sotto gli occhi che alla banalità del canone estetico conferisce una profondità perturbante, da seduttrice hollywoodiana. Le chiediamo di Los Angeles perché là abita il suo fidanzato, il musicista Dave Mellish. Per il momento però Carolina non ha nessun desiderio di migrare (professionalmente parlando) a Hollywood: “Per chi fa la mia professione a Los Angeles succede praticamente tutto: proprio per questo è una città pericolosa. Ti ci puoi perdere perché arrivi a un passo da cose mitiche… e poi non succedono”. In Italia invece il sogno è realizzato. La carriera di Carolina è più che avviata e ora l’attrice sta per debuttare sugli schermi di Rai1 come protagonista di I bastardi di Pizzofalcone, una fiction in sei puntate tratta dall’omonima serie di best seller di Maurizio De Giovanni.

Lei interpreta il ruolo di Laura Piras, magistrata della procura di Napoli, che lavora a stretto contatto con l’ispettore Giuseppe Lojacono, a sua volta interpretato da Alessandro Gassmann. Sarà amore?

Questo ovviamente dovrete scoprirlo. Diciamo che nella serie sono una donna algida e “in controllo”, che cerca di restare fredda di fronte a situazioni e confessioni agghiaccianti, e che alle spalle ha un trauma e ha deciso di buttarsi nel lavoro per non pensarci. Anche Lojacono ha un passato a cui non vuole pensare, e cerca di anestetizzare i propri sentimenti con il lavoro. Sono due solitudini e due caratteri molto complessi. Laura Piras ha un disperato bisogno di farsi abbracciare ma non lo ammetterebbe mai.

Ci può dare qualche elemento della trama?

Al commissariato napoletano di Pizzofalcone, dove sono stati relegati agenti scomodi, che magari hanno subito provvedimenti disciplinari, non ci si occupa di camorra e criminalità organizzata ma di delitti passionali… È così brutto definire “passionale” un omicidio! Comunque è una squadra molto unita, di persone che si ritrovano a entrare nelle case subito dopo un delitto, devono vedere scene agghiaccianti e subito dopo ascoltare la trafila di dichiarazioni e confessioni dei parenti e dei vicini. Un lavoro che sconvolge nell’intimo.

Come è stato girare a Napoli?

Basti dire che mi hanno rubato il portafoglio a Roma, a Los Angeles, ovunque ma non a Napoli! Tra gentilezza e calore degli abitanti e delle persone che lavoravano nella produzione, tra cibo squisito e musica, ho vissuto una Napoli che sembra quella pittoresca dei film americani. Non dovrei dirlo, ma l’altro giorno al doppiaggio mi sono trovata a riconoscere le scene di inizio film e quelle della fine, e sa da cosa? Dalle mie guance. Ho iniziato il film secca secca, tutta bella tirata, e poi a forza di cucina napoletana, scarola e friarielli, boom! Le guance sembrano polpette.

A vent’anni, quando studiava al Centro Sperimentale di Cinematografia, immaginava una carriera così?

Proprio no! Ero circondata da attori che perlopiù facevano teatro, e lavoravano magari da anni senza essere famosi. Io pensavo che sarei diventata come loro.

I suoi genitori erano contenti che lei volesse fare l’attrice?

Mio padre, mia madre, mia sorella, sono tutti commercialisti. Immaginavano per me un futuro simile al loro. Ma io non ci capisco niente, non riesco, ed è stata una fortuna che non abbia fatto la commercialista, proprio per loro, per la loro reputazione!

Quali sono gli aspetti più sgradevoli del mestiere di attore?

Sicuramente l’instabilità. Molti di noi sono costretti a preparare un piano B per pagare le bollette, però non troppo invadente perché se poi arriva un’occasione da piano A devi essere subito libero. E poi l’esposizione ha i suoi lati belli, ma non è facile gestirla con la persona che ti sta accanto. C’è chi è infastidito, ma anche chi si vuol rotolare dentro la tua notorietà, e diventi le lucine addosso di un altro. Quando ti rendi conto di avere accanto una persona così, quando la riconosci, ti fa malissimo.

A proposito della persona che si ha accanto, come ha conosciuto Dave Mellish?

Ah, be’, la storia è bella! È successo quindici anni fa durante un viaggio interrail, a San Sebastian, in Spagna. Ero seduta su un gradino e ci siamo messi a parlare. Io studiavo recitazione, lui musica. Abbiamo chiacchierato tutta la notte. Io conoscevo otto parole in inglese, lui altre otto in spagnolo. Poi è venuto a Roma, poi ci sono state alcune telefonate intercontinentali, poi è nato Myspace e chattavamo e a lui scrivevo tutta la verità, quella che non dici nemmeno alle amiche perché pensavo “tanto questo sta dall’altra parte dell’oceano”, poi è nato Facebook e ci frequentavamo lì…

In pratica avete interpretato la storia dei social network.

E sempre senza stare insieme. Poi ci siamo visti cinque anni fa ma io stavo male per un’altra storia, infine un anno e mezzo fa l’ho chiamato perché andavo a Los Angeles a trovare un’amica che si era appena sposata, e appena ci siamo visti è esplosa una cosa che ho anche provato a fermare, gli ho detto “ma ti rendi conto che la gente usa come metafora avere un oceano di mezzo per dire che una cosa non si può fare”…

E poi cosa è successo?

Che ci stiamo vedendo tantissimo.

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