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Sommario

CHIARA SARACENO e Comunione e Liberazione

luglio 2004 - Vanity Fair - Interviste

Cinquant’anni di Comunione e Liberazione. Al di là delle altalenanti fortune politiche si tratta di un traguardo che di per sé è un successo, e dimostra quanto CL sia capace di interpretare gli umori dei suoi affiliati e soprattutto di tenerli uniti. Rimane la curiosità di conoscere l’opinione di chi, invece, ha smesso di riconoscersi in un gruppo così compatto e totalizzante, che investe la vita dell’individuo in ogni suo aspetto.
Chiara Saraceno, uno dei più importanti sociologi italiani, ha vissuto i primi anni del movimento e ne è in seguito stata uno dei leader fino a una dolorosa rottura avvenuta nel ’67. Oggi insegna Sociologia della famiglia presso facoltà di Scienze politiche di Torino.

Quando è entrata a far parte di CL?
Intanto va detto che non sono mai stata di CL, che è ha assunto questo nome quand’è risorta dalle ceneri di Gioventù Studentesca, dopo il ’68.

Quindi sono cinquant’anni con l’aiutino.
Sì, infatti. Tra l’altro i due movimenti hanno delle profonde differenze. Io sono entrata a far parte di GS attorno al ’57, quando studiavo al liceo classico Berchet di Milano. Era un’associazione nuova, ispirata da Don Giussani che lì insegnava religione. Potremmo dire che GS è stato la mamma, o la nonna, di CL.
Qual era la novità di GS rispetto ad altre associazioni religiose?
Don Giussani ebbe un’intuizione geniale: le parrocchie, almeno nelle città, non erano più dei luoghi di aggregazione. E allora i giovani andavano contattati e incontrati dove si trovavano, cioè nella scuola media superiore. GS è stata la prima associazione nata fuori dall’alveo delle parrocchie e dell’Azione Cattolica. Fu anche molto osteggiata dalla gerarchia ecclesiastica: un po’ non capivano dove andasse a parare e soprattutto era un’associazione mista. Salvo la FUCI, che però rappresentava studenti universitari, tutti gli altri gruppi, persino gli scout, tenevano separati maschi e femmine. Invece, seppure sotto sorveglianza, gli adolescenti di GS andavano in vacanza insieme.
Quindi, per i credenti, era un gruppo con caratteristiche molto innovative?
Sì, lo era senz’altro. Aveva una forma “movimentista” e una grande attenzione per le dimensioni relazionali. Era un’associazione antiintellettuale e basata sui sentimenti: per questo era così competitiva con i gruppi tradizionali. Negli anni ‘50 l’associazionismo scolastico erano legato ai partiti e al concetto della resistenza. Erano più politicizzati e parlavano poco dei problemi dei ragazzi. Invece GS ti contrapponeva alla famiglia e te ne dava un’altra. In pratica ti regalava un’identità. Noi ragazzi, appartenendo a GS ci sentivamo coerenti rispetto ai nostri sentimenti, e in questo modo finivamo per avere a disposizione un linguaggio per competere con gli adulti. E’ stata un’intuizione molto intelligente, furba anzi. E non lo dico in modo negativo. Tuttavia era una struttura profondamente gerarchica e, dal punto di vista organizzativo, i suoi leader erano fortemente autoritari.
I genitori non erano contenti di saperla al riparo da fascismi e comunismi?
I miei erano molto tradizionalisti, e la cosa non fu vista di buon occhio. E’ che a quell’età, al liceo, si risponde magari con la religiosità a bisogni che sono di tipo affettivo e di senso. Non è che si sia molto lucidi. E i genitori si preoccupavano. Io non avrei mai potuto andare in vacanza coi miei amici, se non ci fosse stata GS. Gli stessi esercizi spirituali erano un’esperienza orizzontale ed emozionante: si era tutti assieme e fuori dalla famiglia. Ricordo che volevo farli a tutti i costi e inventavo bugie pur di andarci. Dicevo che uscivo con un’amica.
Pensi che i miei mi fecero interrogare da un monsignore, amico di famiglia, che era il responsabile spirituale Università Cattolica: “Ma si incontrano persone diverse, miste? E dopo chissà cosa fanno…”. E io naturalmente negavo, negavo tutto.
Insomma, Don Giussani aveva capito l’importanza di dare un’atmosfera da gita scolastica alla tetraggine dell’associazionismo giovanile.
In un certo modo sì. GS è nata dal carisma di un uomo che ha colto il senso del modo in cui stava cambiando il mondo. E lo ha fatto con intelligenza e anche con una certa ambiguità: ha creato un movimento di rottura fondato sull’affettività e molto sentimentale,che instaurava tra i suoi adepti un legame superiore a quello ideologico. In pratica rispondeva con un codice religioso a bisogni che erano di tipo identitario.
Lei è stata vicepresidente di GS, ed è stata sposata da Don Giussani. Come mai a un certo punto c’è stata una rottura?
E’ successo dopo laureata, quand’ero assistente all’Università Cattolica. Erano gli anni dei cattolici di base, del movimento studentesco e delle occupazioni, cui io partecipavo. Ma non sono stata io a rompere con loro. Io ho cercato di agire nel rispetto delle mie idee: ho fatto insomma una scelta di coerenza, non politica. E di colpo – badi che non è successo solo a me – mi sono trovata contro, in modo decisamente ostile, le persone con cui prima mi sembrava di condividere tantissime idee. Casualmente ho saputo che poi, per anni, quando insegnavo a Trento con Alberoni e anche dopo, si raccomandava di non partecipare alle mie lezioni.
Si è sempre detto che quelli di CL erano integralisti!
Sì, ma non bisogna confondere GS, che era molto più varia, con CL. Comunque, da Don Giussani e dai capi di GS fu vissuto malissimo che io e altri leader del movimento andassimo contro la gerarchia (quella dell’Università Cattolica, non il Papa), e che usassimo anche motivazioni religiose per contestare le istituzioni che avevano al proprio fondamento questa gerarchia ecclesiastica. A tantissimi anni di distanza non cessa di colpirmi che nessuno abbia mai provato a discutere le nostre ragioni e vedere se avevamo ragione. Naturalmente non è stato casuale: si tratta di una precisa scelta organizzativa. E’ stata una scomunica, ci hanno trattati come eretici solo perché avevamo fatto delle scelte diverse.
Questo conferma ciò che lei ha detto. Un movimento molto sentimentale: l’idillio, il tradimento, la rottura irreversibile. Come ha vissuto la “scomunica”? Mi sembra che abbia reagito piuttosto bene.
La scoperta della non consonanza a ciò che io stavo diventando, e la reazione non solo dei singoli ma di tutta la comunità, è stata per me una grande delusione: come la fine di un matrimonio. Per anni ne ho sofferto e infine me ne sono liberata scoprendo che probabilmente non ero stata in GS per motivi religiosi, ma per i bisogni affettivi e di senso tipici degli adolescenti.
Ha mantenuto almeno qualche amicizia?
Impossibile: purtroppo loro hanno rotto con me in modo violento. Da un giorno all’altro le persone che venivano a casa mia e di mio marito sono sparite. Di solito ci si trovava da noi, che eravamo una delle poche coppie sposate…
Perché una delle poche coppie sposate? Non si sposavano?
Mannò, è solo che eravamo ancora giovani! Il dogma del celibato e della castità – perlomeno in teoria, quello alla Formigoni – è venuto dopo. Anche Formigoni è venuto dopo.
Quindi l’attuale leadership di CL non è quella di allora? Maurizio Lupi di Forza Italia lo conosce?
No, sono persone nuove, venute dopo il ’68 e legate all’attuale ruolo del movimento, che è molto più politico.
Politico-affaristico?
Di questo non voglio parlare. Certo la Compagnia delle Opere… E’ che quando dalle ceneri di GS è nata CL, ha assunto un aspetto più coerente, meno diversificato di quello iniziale. Più militarizzato, direi. E nel frattempo si è spostata dai licei alle università, e ha cominciato a offrire servizi, a trovar casa ai fuori sede, a vendere libri e orientare le matricole. In pratica CL ha fruito delle conquiste e dei benefici delle lotte sessantottine: prima mica si votava all’università! E ora sono rimasti l’unico grande movimento organizzato all’interno della scuola italiana. Molto più forti della sinistra che è tutta divisa.
Ma CL non è famosa solo nelle università. Roma, le mense, gli affari…
Sono diventati una potenza economica, su questo non c’è alcun dubbio. Anche con l’idea che quello che si fa e si guadagna riguarda gli appartenenti alla comunità, e non chi è fuori.
Tipo Opus Dei?
Eh, sì…non è che c’è una lealtà anzitutto verso l’esterno. La lealtà è verso l’interno. Però io queste cose le so soprattutto da lettrice giornali. Ripeto: per me l’esperienza è cessata nel ’67.
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