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Sommario

ELIZABETH STROUT e ”I fratelli Burgess”

luglio 2013 - Io Donna - Corriere della Sera - Interviste

È probabile che abbiate sentito parlare di Elizabeth Strout anche se non avete ancora letto un suo libro . La scrittrice americana ha vinto nel 2009 uno dei premi letterari più prestigiosi del mondo, il Pulitzer, con Olive Kitteridge, una raccolta di racconti strutturata come un romanzo. Ognuna delle storie che la compone si svolge nella stessa cittadina del Maine (stato dove la Strout è nata e vive buona parte dell’anno), e alcuni personaggi attraversano ogni racconto.

Il protagonista principale dei suoi libri è il Maine con l’imprinting puritano, impettito e conservatore, con gli abitanti che discendono dai primi colonizzatori inglesi, con le coste frastagliate e le casette di legno graziose – graziose come vorrebbero essere le vite che ospitano, ma non riescono a essere. Anche il nuovo romanzo, I ragazzi Burgess, mantiene questi caposaldi: Shirley Falls, un’appartata cittadina dello stato più bianco degli USA, animata da perbenismi, paure, finzioni. Come ha scritto Paolo Giordano, il romanzo mette in scena “la rottura di un equilibrio critico, tutto basato sullo schivare”. L’avvincente prologo è un dialogo tra madre e figlia, in cui le due si scambiano informazioni e pettegolezzi sulla storia dei fratelli Burgess, loro concittadini. La figlia dice alla madre di aver deciso di scrivere la storia di quei ragazzi, pur avendo qualche scrupolo nel trattare vicende di persone conosciute. “Be’, in realtà non li conosci,” constata la madre. “Nessuno conosce mai veramente qualcuno”.

La storia del romanzo è quella di tre fratelli, segnati da un episodio dell’infanzia: uno di loro (e scopriremo quale), mentre erano soli in auto davanti a casa, tolse il freno a mano, per gioco, e l’auto scivolò all’indietro investendo e uccidendo il padre. Da grandi, i due maschi si trasferiscono a New York, dove fanno gli avvocati, uno con successo e l’altro no; la sorella, una casalinga divorziata, rimane a Shirley Falls, dove abita con un figlio diciannovenne, innocuo e un po’ disadattato. Un giorno il ragazzo compie una bravata, lanciando una testa di maiale in una moschea dove alcuni immigrati somali stanno pregando. La vicenda viene ripresa dai giornali, diventa un fatto di cronaca nazionale, e il ragazzo viene incriminato con la pesante accusa di incitamento all’odio razziale. Così i due zii avvocati tornano a Shirley Falls per aiutarlo.

I ragazzi Burgess è un romanzo sulla complessità e l’importanza dei legami famigliari, costruito in modo avvincente, dal momento che usa elementi del mistery e del legal thriller.

In questi giorni, Elizabeth Strout è stata in Italia, soggiornando nel maestoso Castello Malaspina di Fosdinovo, che da qualche anno è entrato nel circuito internazionale delle residenze per scrittori e artisti. La Strout ha anche partecipato al festival “Lo spazio inventato” di La Spezia. L’abbiamo incontrata sulla grande terrazza della torre del castello. Bionda, diafana e con un bel portamento, la scrittrice sorseggia Vermentino e volge lo sguardo di volta in volta sulle Apuane, sulle Cinque Terre, sull’isola di Palmaria. Chiacchiera con grande disponibilità del suo lavoro, della specificità del Maine, del problema dei conflitti razziali e dell’integrazione negli Stati Uniti.

Per noi europei l’America è un paese dove i legami famigliari contano meno che nel vecchio continente, in molti casi un paese di sradicati.  È così?

Siamo un paese di individualisti, e scappiamo dal potere della famiglia. Molte volte la rottura dei rapporti è anche dovuta al lavoro che ci allontana definitivamente dai luoghi d’origine. Però è impossibile cancellare i legami con le persone che ti hanno conosciuto meglio di chiunque altro, che hanno vissuto con te da piccolo e conoscono i segreti e le vulnerabilità su cui ti sei costruito. In I fratelli Burgessracconto come si sia disposti a tutto per aiutare un famigliare anche se non lo si sopporta.  È un istinto, non un ragionamento.

I suoi libri sono ambientati nelle piccole comunità del Maine. Eppure vi si riconoscono lettori di altri paesi. Come mai?

Il provincialismo, la diffidenza per chi viene da fuori e il razzismo come forma di protezione di una comunità chiusa appartengono all’esperienza di molti. Il Maine è in un certo senso un luogo comune a tutto il mondo.

Da Olive Kitteridge sta per essere tratta una serie televisiva prodotta dal famoso canale HBO. Collabora alla sceneggiatura?

Non molto. Scrittore e sceneggiatore sono due lavori diversi, e io voglio rispettare il più possibile le esigenze di una produzione così complessa.

Lei ha tenuto corsi di scrittura creativa: ritiene che siano utili per diventare scrittori?

Penso che inizialmente si possa insegnare un po’ di tecnica, e che questo possa essere utile a un futuro scrittore. Ma poi la fantasia, lo stile e l’invenzione di un proprio mondo narrativo possono essere solo una ricerca personale, solitaria.

Lei ha pubblicato solo cinque libri a partire dal 2008. Come mai?

Per me il tempo necessario per scrivere un libro è di sei o sette anni. Lavoro moltissimo sui caratteri dei personaggi e sulla costruzione del romanzo. È la fase che ritengo più faticosa. C’è poi il tempo che dedico a ripulire le pagine, a semplificare e togliere tutte le parti superflue che inevitabilmente escono dalla penna. È la parte che preferisco del lavoro di scrittore.

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