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Sommario

FERRUCCIO DE BORTOLI e PAOLO MIELI – Poteri forti (o quasi)

maggio 2017 - Io Donna - Corriere della Sera - Interviste

Uno, Ferruccio de Bortoli, ha la stessa miscela di “sobrietà dolomitica” e understatement anglosassone che attribuisce allo scrittore Dino Buzzati; l’altro, Paolo Mieli, è sornione, felpato e apparentemente onnisciente; uno, il dolomitico, è stato vicedirettore dell’altro, poi le carriere si sono inseguite correndo quasi parallele, tra direzioni di quotidiani (in primis il “Corriere della Sera”, due volte a testa) e presidenze di gruppi editoriali. In questi giorni, Ferruccio de Bortoli è in libreria con un libro-diario, Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo, in cui affronta temi giornalistici, economici, politici arricchiti da gustosi aneddoti e retroscena sinora inediti, che sicuramente faranno molto parlare i giornali oltre che appassionare i lettori. Mieli (“al quale devo molto”, è scritto nel libro) e de Bortoli si sono incontrati per parlare di questo atteso diario che riguarda quarant’anni di storia italiana.

P.M. Pensavo di trovare in Poteri forti vicende che conoscevo e invece in ogni pagina c’è una scoperta. Ho letto tutti i libri degli ex direttori del Corriere: sono scritti in pompa magna, raccontano la propria esperienza come un’epopea. De Bortoli, invece, uno dei migliori direttori che il “Corriere” abbia avuto, descrive le cose come le ha vissute, fermo nei valori ma anche con il tono di una persona cui il tempo ha fatto bene, pronto a chiedere scusa per gli inevitabili errori, a dar conto di un imbarazzo o di una vergogna. E lo fa a partire dall’inizio della propria carriera professionale, anziché di enumerare solo – come fanno di solito i giornalisti – le gesta eroiche. Racconta per esempio quando, agli inizi, si vide costretto a rubare una fotografia dall’album di nozze di una donna che era stata assassinata dal marito, perché la notizia del caso fosse corredata da un’immagine della vittima, o di quando, in un reportage su una notte al pronto soccorso, dovette scrivere il nome di un medico che aveva subito delle minacce e voleva restare in incognito.

C.B. Per “Io Donna” avete deciso che dialogherete su alcune figure femminili raccontate in Poteri forti. Da chi cominciamo?

P.M. Su Idea Nuova Socialista Beneduce, la moglie di Enrico Cuccia, c’è solo un accenno. Però mi ha commosso.

F.D.B. Racconto un episodio che la riguarda. Ci sono Bazoli, il leader della finanza cattolica, e Cuccia, quello della finanza laica, che si sono sempre guardati in cagnesco. Un giorno, nel ’96, si incontrano e Bazoli accenna alla tragedia della morte del fratello Luigi, in un incidente stradale. A quel punto Cuccia si lascia andare e gli dice che da pochi giorni è morta sua moglie, dopo sessant’anni di vita insieme, notizia che era stata tenuta riservata. Così, i due nemici si alzano e si abbracciano, e da quel momento nasce un sodalizio.

P.M. E poi c’è Oriana Fallaci. La prima volta che entra in scena lo fa per pretendere il licenziamento di un giornalista bigamo: non ancora divorziato da Paola Fallaci, sorella di Oriana, si era sposato con un’altra.

F.D.B. Quel giornalista, Mario Perazzi, era il capocronista del “Corriere dei Ragazzi”, dove ho iniziato la mia carriera di giornalista nel 1976. La seconda volta che Oriana compare nel libro è subito dopo la strage delle Torri Gemelle, quando la raggiunsi a New York per intervistarla. Era il 15 settembre 2001 e mi ricevette a casa sua. Volle leggermi l’intervista, le domande e le risposte già scritte da lei. Fui costretto a dirle che non potevo pubblicarla, pensando che a quel punto mi avrebbe mandato via. E invece, prima di accordarci perché invece scrivesse una lettera, La rabbia e l’orgoglio poi pubblicata dal “Corriere”, passò tutta la sera a interrogarmi sulla mia vita privata, facendomi rendere una confessione totale di quello che avevo fatto e combinato, dimostrandosi del tutto indulgente con le vicende dell’amore e del sesso.

P.M. In questo accuso de Bortoli di mettere il lavoro davanti a tutto, perché io gli ho fatto infinite domande sulla sua vita privata e non mi ha mai risposto. Con la Fallaci c’era un obiettivo professionale e si è aperto senza remore!

C.B. A proposito di caratteri dominanti, nel libro di parla del magistrato Ilda Boccassini.

P.M. Giudico le persone sulla lunga distanza e lei non mi ha deluso: come magistrato è rimasta nei confini della professione e, pur essendo stata in certi momenti della sua carriera una diva da copertina, non ne ha approfittato.

F.D.B. Dapprima con lei ho avuto un rapporto burrascoso, quando nel 2000 mi chiese di non pubblicare la notizia di un sequestro di persona. Ma sono convinto che sia una delle donne coraggiose di questo Paese. Non dimentichiamo che dopo la morte di Falcone e Borsellino prese e se ne andò a Caltanissetta. Poi, certo, ha il suo carattere. Alla fine è stata identificata e isolata come persecutrice di Berlusconi e penso che per questo abbia pagato un prezzo. Se volesse decidere di parlare, quando andrà in pensione, potrebbe dire cose molto dure su alcuni dei pessimi difetti dei magistrati e soprattutto dei magistrati in politica.

P.M. Letizia Moratti è una persona complessa: la stimavamo per via di San Patrignano e per la grande amicizia con Montanelli. Però, quando è diventata un personaggio pubblico, prima come presidente RAI poi come ministro e sindaco, il rapporto è divenuto più complicato. De Bortoli svela nel libro un episodio della sua seconda candidatura a sindaco, che avrebbe potuto diventare un incidente anche per il “Corriere”.

F.D.B. Ho esperimentato alcuni aspetti del suo carattere piuttosto intransigente e “padronale”, però le va riconosciuto che l’Expo di Milano non ci sarebbe stata senza di lei e ovviamente senza i soldi della famiglia Moratti. Ma quando mi chiese di pubblicare la notizia (che si rivelò falsa) che il suo sfidante, Giuliano Pisapia era stato condannato per furto, feci compiere delle verifiche e non ne feci nulla.

P.M. Nel libro si parla anche di Giulia Maria Crespi. Che donna è?

F.D.B. Sono stato l’ultimo giornalista assunto sotto la sua gestione. È una donna straordinaria dal carattere qualche volta impossibile, e non so come avremmo potuto comportarci se fosse stata ancora l’editore negli anni da direttore del “Corriere”.

P.M. Di fatto si è sentita “proprietario” del “Corriere” per tutta la vita: quando si va a colazione da lei è un dettaglio che proprietari siano altri.

F.D.B. È come se l’avesse ceduto in leasing. Raccontava di quando il padre, Mario Crespi, la portava al “Corriere” e lei non poteva parlare. Bisogna dire che poi si è rifatta abbondantemente.

P.M. Ci sono poi i capitoli delle grandi giornaliste. La figura di Maria Grazia Cutuli, morta nel 2001 in un agguato in Afghanistan, dà modo a de Bortoli di fare una riflessione sul ruolo e sulle responsabilità di un direttore.

F.D.B. Ho dedicato questo libro a Maria Grazia e a Walter Tobagi, due giornalisti che hanno pagato con la vita un prezzo all’amore per la professione. Un direttore si deve chiedere se sia il caso di autorizzare certe missioni. Io mi sono sentito responsabile per lei, e il “Corriere” continua a ricordarne la figura perché questo suo sacrificio non venga dimenticato.

P.M. Nel libro si parla anche di Fiorenza Sarzanini, che pochi giorni dopo lo scoop di “Repubblica” su Noemi Letizia e Silvio Berlusconi, diede anche al “Corriere” il suo scoop, le rivelazioni di Patrizia D’Addario.

F.D.B. Ero appena ridiventato direttore e molti sostenevano che noi, al “Corriere”, non avremmo pubblicato le notizie su Noemi Letizia. Non era così. Una settimana dopo Fiorenza Sarzanini scrisse la storia della D’Addario e subito dopo riportò i verbali di Giampaolo Tarantini. Ma nel libro parlo anche di Barbara Stefanelli, che prima di diventare mio vicedirettore è stata caporedattore Esteri, e il cui nome, senza successo, proposi per un’intervista a Putin.

P.M. Quando ci sarà una donna direttore di un grande giornale, non può che essere Barbara Stefanelli.

F.D.B. Non c’è dubbio, sarà la prima.

Uno, Ferruccio de Bortoli, ha la stessa miscela di “sobrietà dolomitica” e understatement anglosassone che attribuisce allo scrittore Dino Buzzati; l’altro, Paolo Mieli, è sornione, felpato e apparentemente onnisciente; uno, il dolomitico, è stato vicedirettore dell’altro, poi le carriere si sono inseguite correndo quasi parallele, tra direzioni di quotidiani (in primis il “Corriere della Sera”, due volte a testa) e presidenze di gruppi editoriali. In questi giorni, Ferruccio de Bortoli è in libreria con un libro-diario, Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo, in cui affronta temi giornalistici, economici, politici arricchiti da gustosi aneddoti e retroscena sinora inediti, che sicuramente faranno molto parlare i giornali oltre che appassionare i lettori. Mieli (“al quale devo molto”, è scritto nel libro) e de Bortoli si sono incontrati per parlare di questo atteso diario che riguarda quarant’anni di storia italiana.

P.M. Pensavo di trovare in Poteri forti vicende che conoscevo e invece in ogni pagina c’è una scoperta. Ho letto tutti i libri degli ex direttori del Corriere: sono scritti in pompa magna, raccontano la propria esperienza come un’epopea. De Bortoli, invece, uno dei migliori direttori che il “Corriere” abbia avuto, descrive le cose come le ha vissute, fermo nei valori ma anche con il tono di una persona cui il tempo ha fatto bene, pronto a chiedere scusa per gli inevitabili errori, a dar conto di un imbarazzo o di una vergogna. E lo fa a partire dall’inizio della propria carriera professionale, anziché di enumerare solo – come fanno di solito i giornalisti – le gesta eroiche. Racconta per esempio quando, agli inizi, si vide costretto a rubare una fotografia dall’album di nozze di una donna che era stata assassinata dal marito, perché la notizia del caso fosse corredata da un’immagine della vittima, o di quando, in un reportage su una notte al pronto soccorso, dovette scrivere il nome di un medico che aveva subito delle minacce e voleva restare in incognito.

C.B. Per “Io Donna” avete deciso che dialogherete su alcune figure femminili raccontate in Poteri forti. Da chi cominciamo?

P.M. Su Idea Nuova Socialista Beneduce, la moglie di Enrico Cuccia, c’è solo un accenno. Però mi ha commosso.

F.D.B. Racconto un episodio che la riguarda. Ci sono Bazoli, il leader della finanza cattolica, e Cuccia, quello della finanza laica, che si sono sempre guardati in cagnesco. Un giorno, nel ’96, si incontrano e Bazoli accenna alla tragedia della morte del fratello Luigi, in un incidente stradale. A quel punto Cuccia si lascia andare e gli dice che da pochi giorni è morta sua moglie, dopo sessant’anni di vita insieme, notizia che era stata tenuta riservata. Così, i due nemici si alzano e si abbracciano, e da quel momento nasce un sodalizio.

P.M. E poi c’è Oriana Fallaci. La prima volta che entra in scena lo fa per pretendere il licenziamento di un giornalista bigamo: non ancora divorziato da Paola Fallaci, sorella di Oriana, si era sposato con un’altra.

F.D.B. Quel giornalista, Mario Perazzi, era il capocronista del “Corriere dei Ragazzi”, dove ho iniziato la mia carriera di giornalista nel 1976. La seconda volta che Oriana compare nel libro è subito dopo la strage delle Torri Gemelle, quando la raggiunsi a New York per intervistarla. Era il 15 settembre 2001 e mi ricevette a casa sua. Volle leggermi l’intervista, le domande e le risposte già scritte da lei. Fui costretto a dirle che non potevo pubblicarla, pensando che a quel punto mi avrebbe mandato via. E invece, prima di accordarci perché invece scrivesse una lettera, La rabbia e l’orgoglio poi pubblicata dal “Corriere”, passò tutta la sera a interrogarmi sulla mia vita privata, facendomi rendere una confessione totale di quello che avevo fatto e combinato, dimostrandosi del tutto indulgente con le vicende dell’amore e del sesso.

P.M. In questo accuso de Bortoli di mettere il lavoro davanti a tutto, perché io gli ho fatto infinite domande sulla sua vita privata e non mi ha mai risposto. Con la Fallaci c’era un obiettivo professionale e si è aperto senza remore!

C.B. A proposito di caratteri dominanti, nel libro di parla del magistrato Ilda Boccassini.

P.M. Giudico le persone sulla lunga distanza e lei non mi ha deluso: come magistrato è rimasta nei confini della professione e, pur essendo stata in certi momenti della sua carriera una diva da copertina, non ne ha approfittato.

F.D.B. Dapprima con lei ho avuto un rapporto burrascoso, quando nel 2000 mi chiese di non pubblicare la notizia di un sequestro di persona. Ma sono convinto che sia una delle donne coraggiose di questo Paese. Non dimentichiamo che dopo la morte di Falcone e Borsellino prese e se ne andò a Caltanissetta. Poi, certo, ha il suo carattere. Alla fine è stata identificata e isolata come persecutrice di Berlusconi e penso che per questo abbia pagato un prezzo. Se volesse decidere di parlare, quando andrà in pensione, potrebbe dire cose molto dure su alcuni dei pessimi difetti dei magistrati e soprattutto dei magistrati in politica.

P.M. Letizia Moratti è una persona complessa: la stimavamo per via di San Patrignano e per la grande amicizia con Montanelli. Però, quando è diventata un personaggio pubblico, prima come presidente RAI poi come ministro e sindaco, il rapporto è divenuto più complicato. De Bortoli svela nel libro un episodio della sua seconda candidatura a sindaco, che avrebbe potuto diventare un incidente anche per il “Corriere”.

F.D.B. Ho esperimentato alcuni aspetti del suo carattere piuttosto intransigente e “padronale”, però le va riconosciuto che l’Expo di Milano non ci sarebbe stata senza di lei e ovviamente senza i soldi della famiglia Moratti. Ma quando mi chiese di pubblicare la notizia (che si rivelò falsa) che il suo sfidante, Giuliano Pisapia era stato condannato per furto, feci compiere delle verifiche e non ne feci nulla.

P.M. Nel libro si parla anche di Giulia Maria Crespi. Che donna è?

F.D.B. Sono stato l’ultimo giornalista assunto sotto la sua gestione. È una donna straordinaria dal carattere qualche volta impossibile, e non so come avremmo potuto comportarci se fosse stata ancora l’editore negli anni da direttore del “Corriere”.

P.M. Di fatto si è sentita “proprietario” del “Corriere” per tutta la vita: quando si va a colazione da lei è un dettaglio che proprietari siano altri.

F.D.B. È come se l’avesse ceduto in leasing. Raccontava di quando il padre, Mario Crespi, la portava al “Corriere” e lei non poteva parlare. Bisogna dire che poi si è rifatta abbondantemente.

P.M. Ci sono poi i capitoli delle grandi giornaliste. La figura di Maria Grazia Cutuli, morta nel 2001 in un agguato in Afghanistan, dà modo a de Bortoli di fare una riflessione sul ruolo e sulle responsabilità di un direttore.

F.D.B. Ho dedicato questo libro a Maria Grazia e a Walter Tobagi, due giornalisti che hanno pagato con la vita un prezzo all’amore per la professione. Un direttore si deve chiedere se sia il caso di autorizzare certe missioni. Io mi sono sentito responsabile per lei, e il “Corriere” continua a ricordarne la figura perché questo suo sacrificio non venga dimenticato.

P.M. Nel libro si parla anche di Fiorenza Sarzanini, che pochi giorni dopo lo scoop di “Repubblica” su Noemi Letizia e Silvio Berlusconi, diede anche al “Corriere” il suo scoop, le rivelazioni di Patrizia D’Addario.

F.D.B. Ero appena ridiventato direttore e molti sostenevano che noi, al “Corriere”, non avremmo pubblicato le notizie su Noemi Letizia. Non era così. Una settimana dopo Fiorenza Sarzanini scrisse la storia della D’Addario e subito dopo riportò i verbali di Giampaolo Tarantini. Ma nel libro parlo anche di Barbara Stefanelli, che prima di diventare mio vicedirettore è stata caporedattore Esteri, e il cui nome, senza successo, proposi per un’intervista a Putin.

P.M. Quando ci sarà una donna direttore di un grande giornale, non può che essere Barbara Stefanelli.

F.D.B. Non c’è dubbio, sarà la prima.

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