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Sommario

FRANCESCA AMFITHEATROF

settembre 2014 - Io Donna - Corriere della Sera - Interviste

È molto bella, di quel genere di bellezza chic che non ha bisogno di aderire a un canone. Sopracciglia folte, sguardo vispo e intenso, bocca ben disegnata, esile, grintosa, con portamento impeccabile. Quando parla gesticola e muove le mani, e si nota lo smalto arancio sulla sola unghia degli anulari: in una donna simile non dev’essere una dimenticanza, ma una scelta di stile. In italiano ha l’accento delle ragazze romane con frequentazioni internazionali, mentre il suo inglese è simile a quello dell’aristocratica Mary Crowley di Downton Abbey. “In Inghilterra sono percepita come italiana, in Italia e in America come inglese,” mi dice.

Non è una modella e nemmeno un’attrice, benché assomigli prodigiosamente a una Audrey Hepburn abbigliata in stile urban girl. Tuttavia c’è qualcos’altro oltre all’aspetto che la lega alla sua sosia. Se l’una resterà per sempre nella nostra memoria come la prostagonista di Colazione da Tiffany, l’altra è il nuovo direttore creativo di Tiffany, il marchio mondiale di gioielleria che più di ogni altro intercetta i sogni di eleganza e di ornamento delle donne. Le invidiamo lo charme, il prestigio dell’incarico, la padronanza di mondo e anche la collezione appena creata per Tiffany; ma le invidiamo molto anche il nome, particolare e bellissimo: Francesca Amfitheatrof.

Partiamo dal suo cognome. Ci racconta da dove viene?

Mio bisnonno paterno era uno scrittore russo, oppositore dello zar e anche di Lenin. Venne esule in Italia, a Levanto, dove aveva una casa delle vacanze. Ebbe due figli musicisti, uno dei quali rimase in Italia. Mio nonno invece andò a fare il direttore d’orchestra in America, e a Hollywood si fece modificare il cognome, per derussizzarlo. Da Amfitziatroff ad Amfitheatrof. Però suo figlio, mio padre, è nato a Milano.

Quindi suo padre era italiano?

Macché, in realtà è poi cresciuto in America. Quando sono nata era il corrispondente del Time a Tokio. Per via del suo lavoro abbiamo viaggiato in tutto il mondo. Ogni 4 anni si cambiava sede. Abbiamo vissuto anche in Russia. Comunque mia madre è italiana di Roma, benché con sangue cecoslovacco. Lavorava per Valentino e poi per Armani.

Ha avuto problemi di identità geografica?

Diciamo che la cosa più difficile della mia vita è stato capire dove volevo andare a vivere. Mi sentivo di casa dappertutto e in nessun luogo. La mia unica àncora è stato il mio nome. Invece ho sempre amato l’arte e i gioielli. Il primo l’ho creato a sedici anni, e non è stato difficile capire che quella era la mia strada.

Questo incarico così importante le arriva dopo un’esperienza di designer per diversi marchi anche italiani: Alessi, Marni, Gucci, Fendi, Chanel, Gucci. Quale è la caratteristica della sua collezione di esordio da Tiffany?

Anzitutto il tocco del designer. Sono una cinquantina di pezzi, in cui la T del marchio non è evidente ma va un po’ cercata. Molte sono catene di misure diverse: un bracciale può combinarsi a una collana, giocare sulla lunghezza, diventare una cintura. A me piace girarle, toccarle, torcerle. Che un gioiello sia maneggiabile, che tenga impegnate le mani perché si ha una sensazione tattile piacevole, come un giocattolo antistress.

Come si crea un gioiello?

Quando lavoro ho sempre addosso un pezzo di cera, un orologio di carta, sono prototipi che provo su me stessa. Mi piace la manualità. Inizio con un disegno a mano e poi le stampatrici in 3 D producono modelli in cera, che io indosso e provo per vedere i come funzionano i loro volumi.

Che genere di gioielli si vendono di più?

Nel passato Tiffany ha fatto molti pendenti, da portare con una catena, orecchini, e anelli. Ma in questa collezione invece ho cercato di creare oggetti versatili che si possano cambiare, ricombinare divertendosi. Non mi piacciono i gioielli comprati per mostrare uno status.

Lei usa anche gioielli di famiglia o preferisce portarne solo di contemporanei?

Porto l’anello di matrimonio di mia nonna e ne ho uno stupendo di Lalique dell’altra nonna. Per me sono come talismani. Ma uso anche bigiotteria.

Cosa le piace in una donna?

Anzitutto guardo come usa le mani: non come gesticola ma come tocca le cose, come usa le dita. Mi piacciono soprattutto le quarantenni che sono un po’ sexy, che hanno avuto figli, che non sono più ragazzine e ormai si sentono abbastanza sicure di sé, che hanno accettato bene o male la propria vita. È tipico delle donne italiane.

Gli uomini stanno bene con i gioielli?

Ora è più accettato che in passato, però gli uomini con l’orecchino… Sono in pochi a poterselo permettere: solo Gianluca Vialli e Francesco Clemente sanno indossarli! Come portano le perle loro, non sa farlo nessuno. Comunque sono più favorevole ai bracciali che agli anelli.

Come definirebbe il suo stile?

Non mi piace lo stile decorativo e floreale. Direi che disegno gioielli di design per ragazze urbane. Sono gioielli che mi assomigliano. Io per esempio non metto una gonnellina o un vestitino a fiori, mi pare troppo complicato, non riesco nemmeno a provarlo (Francesca Amfitheatrof porta stivaletti altissimi, pantaloni second skin di pelle nera, una giacca molto classica. Pochi colori e pochi gioielli, va da sé, magnifici).

Lei ora vive a New York, ma se dovesse vivere in Italia, dove le piacerebbe abitare?

Ma a Roma tutta la vita! È un caos, è bellissima. A Milano c’è la gente interessante, a Roma c’è la città.

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