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Sommario

FRANCO ZEFFIRELLI e il Don Giovanni

maggio 2012 - Io Donna - Corriere della Sera - Interviste

All’ingresso della sua villa sull’Appia Antica, confinante con quella di Valentino, trovi una vecchia cagnona che alza un sopracciglio e poi riprende a dormire acciambellata in poltrona. Più avanti, nel salone, nella galleria, nello studio e nell’office vai scoprendo che i tanti divani, le poltrone e le sedie imbottite, sono tutti ricoperti da drappi e tutti allegramente utilizzati dai sei cani di casa. Cani e fotografie. Tante. Zeffirelli con Berlusconi, Zeffirelli coi figli Luciano e Pippo e con cani assortiti. Poi con Putin, con la regina Elisabetta, con Elizabeth Taylor, e insomma con chiunque abbiate sentito nominare in qualità di consolidata celebrity della politica o dello spettacolo.

Circondato da tanto affetto canino e umano, e prossimo ai 90 anni, uno potrebbe anche ritirarsi. E invece no. Sarà perché chi ama il proprio lavoro non sa farne a meno, sarà perché poi ti sollecitano a non smettere, Franco Zeffirelli sta per debuttare con un Don Giovanni che aprirà la 90° stagione operistica dell’Arena di Verona. Una prima assoluta, visto che il capolavoro di Mozart non è mai stato rappresentato all’Arena, per problemi di acustica e forse perché un’opera così piena di recitativi e scenicamente impegnativa era ritenuta inadatta allo splendido catino veronese e ai suoi 15.000 spettatori. Ma Zeffirelli ha un legame particolare con Verona: ogni suo allestimento è stato un successo, tanto che nel 2010 gli è stato dedicato un intero festival con ben cinque suoi allestimenti: Turandot, Carmen, Butterfly, Aida, Trovatore.

– Non è una sfida troppo impegnativa allestire all’aperto il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte?

È un’opera che mi ha tormentato e intrigato, perché ha creato il teatro in musica. L’ho fatta quattro volte, la prima nel ‘62 al Covent Garden. La verità è che si tratta di uno spettacolo concepito per rappresentazioni in dimore e palazzi privati.  Serate in cui si faceva musica offerta alla nobiltà: “Venite venerdì che abbiamo una nuova opera di quel pazzerello di Mozart?”. Uno spettacolo di corte raffinato ma anche clamoroso. Comunque, per risponderle, l’Arena è sì uno spazio vastissimo ma il suono rimane raccolto, non sparisce come a Caracalla. Il povero Mozart lo usano spesso come pretesto per fare delle stranezze, ma il mio sarà un grande spettacolo barocco: un Don Giovanni rigoroso, diversamente da quello di Carson che ha inaugurato la stagione della Scala… meglio non parlarne!

– Con le sue belle mani affusolate, mi porge i bozzetti dell’allestimento, tutti disegnati a mano.

È divertente pensare cos’era il pubblico dell’opera, un’arte che esplode nel quotidiano, ben diversa dal sinfonismo angusto e ipocrita. È un’arte veramente popolare, che nasce sulle orme del teatro greco e romano e trova nella musica la sua realizzazione.

– In da Ponte e Mozart il personaggio di Don Giovanni è ben più misogino che nell’opera di Tirso de Molina e di Molière. Quale dei due preferisce?

Moliere è letterario, mentre da Ponte voleva rompere gli schemi, era più violento, incendiario. Don Giovanni è uno sporcaccione senza fine, un vero porco. È il maschio come padrone del mondo: bello, con tratti e attributi virili fortissimi, con un fascino che per le donne è irresistibile.

– Lei, che ha avuto così tanti amori, è stato un Don Giovanni?

Ho tentato di esserlo ma mi manca la caratteristica determinante di Don Giovanni: l’assoluta crudeltà. Il sesso fatto per umiliare la vittima che ti capita a tiro, col tallone sempre piantato sul suo cuore. Don Giovanni consuma le donne per invidia, è un corruttore pansessuale, forza virile che si scatena su degli innocenti. Invece la mia vita sentimentale è stata pucciniana. Ma questo non esclude che Traviata e Don Giovanni siano le opere che ho fatto più volentieri e che mi hanno permesso incontri favolosi. Come quello con la Callas, che mi ha insegnato la forza camuffata da gentilezza

– Don Giovanni è un libertino o un complessato?

I libertini sono un’altra cosa: si comportano così per dare una lezione all’ipocrisia dei grandi, di chi li ha educati con imposizioni che hanno formato dei risentimenti. Per comprendere Don Giovanni bisogna invece pensare ai personaggi che ispirarono Tirso de Molina: per il 40% preti e per il resto istitutori.

– In quale epoca le sarebbe piaciuto vivere?

La Venezia del 700 è stata il paradiso del libertinismo, mentre Roma, con la sua carica bovina, non era certo una mecca del del sesso. Ma la mia epoca preferita è quella del Rinascimento a Firenze, oppure la Grecia classica, punto di congiunzione tra la forza animalesca dell’occidente e la raffinatezza spietata dell’oriente.

– Il lavoro non le manca: ha tempo anche per dei bilanci?

Man mano che passano gli anni mi arriva qualche scarica elettrica del passato. L’importante è constatare che in fondo desideriamo tutti le stesse cose. I cinici, i viziosi, abbiamo tutti un denominatore comune: il desiderio di essere qualcosa che non siamo diventati. Anche chi ha avuto il successo, l’approvazione, rimane sempre con il desiderio di qualcos’altro, il desiderio di sapere bene cosa siamo.

– Lei ha capito cos’è?

No. Ma sento una grande responsabilità dell’essere, e anche del non essere. Sei passato, hai lasciato qualcosa, ma il tuo fuoco si è spento.

– E il suo fuoco è stato lavoro e insieme amore.

Sì! Natura, animali, climi, fiori, ma anche durezza di rapporti, come tra bestie inferocite. La cattiveria di cui è capace l’uomo è inseparabile dalla sua bontà: ognuno di noi è un pianeta complesso e completo. Ognuno è qualcuno, e io sono particolarmente interessato alla gente che vive liberamente, che sogna, che ha improvvise fantasie. Alcuni ti sembrano cellule sprecate, eppure hanno anche loro un motivo e un movimento interamente da scoprire.

– Con chi le piace stare?

Con gente aggressiva, però capace di grande atti di pietà.

– Ha ancora delusioni d’amore?

Adesso un po’ meno: la passione è rimpiazzata da mille calori e valori. Il pizzicore dell’emozione mi arriva dalla musica e dalla poesia.