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Sommario

MARGHERITA AGNELLI

marzo 2004 - Vanity Fair - Interviste

Una vita discreta, lontano dal clamore della vita mondana, in linea con la tradizione della famiglia. Otto figli con due diversi coniugi (come è successo a molti Agnelli), l’abitudine a essere cittadini del mondo.
Di Margherita Agnelli, la figlia di Gianni, non si è mai saputo molto, né – in verità – si è mai avvertita la pressione della curiosità popolare, proprio per il suo essere perfettamente allineata alla discrezione della famiglia. Poi, improvvisamente, dopo la morte del padre e in coincidenza con l’annuncio delle nozze del primogenito John “Jaki” Elkann con Lavinia Borromeo, sono cominciate a circolare voci su un dissidio profondo riguardo all’interpretazione delle volontà testamentarie di Gianni Agnelli. L’assenza di Margherita alla funzione in suffragio del padre a un anno dalla morte, l’assenza al funerale dello zio Umberto, e la terza assenza, clamorosa, dalle partecipazioni di nozze di John e Lavinia sono state oggetto di numerosi pettegolezzi.

Ho incontrato Margherita nella villa sul lago di Ginevra, dove vive col marito Serge de Pahlen, e le tre figlie più giovani. Una giornata di chiacchiere con lei, il marito e le due belle gemelle sedicenni, attorniati da tutte le cose che ci si immagina debbano accompagnare la vita della figlia di Gianni e Marella Agnelli: parco con piante secolari, cavalli, fiori, cani, ambienti spaziosi e di sobria ricchezza.
Sul tavolino del salotto, coperto di libri fotografici, spicca un pacchetto di cartine Rizla: Margherita fuma, ma si prepara da sé le sigarette, che poi accende e regolarmente lascia spegnere ben prima della fine.
Vestita con lo stesso stile fantasioso e vivace con cui ha personalmente arredato la casa, spiega come si sono svolti i fatti che hanno rischiato di spaccare la famiglia e che ora sembrano definitivamente risolti.
Come è sorto questo dissidio?
«Dissidio è probabilmente la parola giusta, perché tengo a precisare che non è mai scoppiata una guerra, né ci sono state liti in famiglia. Si è trattato di incomprensioni, anche profonde, che però sono state definite e risolte in un anno di lavoro dei miei legali».
E da quale episodio in particolare sono nate queste incomprensioni?
«Sei giorni dopo la morte di mio padre, il 30 gennaio 2003, è stato aperto l’asse ereditiario senza che io, la sua unica figlia, fossi presente. Quando ne chiesi ragione ai consulenti che si occupavano dell’esecuzione delle volontà testamentarie, mi dissero che la mia presenza era superflua».
Lei si fidava di queste persone?
«Certamente, visto che mio padre ne aveva assoluta fiducia e stima. Pensi che spesso, poiché desiderava che io fossi informata della situazione patrimoniale della famiglia, mi diceva “Vai da loro e fatti spiegare”».
E loro le spiegavano.
«No. Erano evasivi e sbrigativi. Ma questo, in un certo senso, lo consideravo normale. Sono uomini di vecchio stampo e probabilmente, dal loro punto di vista, le donne non andrebbero tenute al corrente».
Hanno proseguito sulla stessa linea dopo la morte di suo padre?
«No, purtroppo. O perlomeno: alla morte di mio padre, questi consulenti avevano ritenuto superfluo discutere con me la situazione patrimoniale e le modalità di esecuzione delle volontà testamentarie di mio padre, così come le aveva espresse nelle nostre tante conversazioni e nei tre testamenti olografi. Fino a quel momento, insomma, potevo pensare che si trattasse solo dei consueti modi reticenti. Ma il 24 febbraio 2003 ci ritrovammo tutti davanti al notaio, e io chiesi delle spiegazioni sul contenuto dei documenti che mi erano stati presentati perché li firmassi. A quel punto, dall’altro lato del tavolo, mi venne detto: “Lei non è degna di essere la figlia di suo padre né di farne la volontà”».
E ha firmato?
«No, non ho firmato nulla».
A quel punto a chi si è rivolta?
«Telefonai subito allo zio Umberto, spiegandogli cos’era successo e chiedendogli se quella situazione fosse normale. Naturalmente disse di no e fece in modo, insieme a mio figlio John, che l’asse ereditario venisse riequilibrato fra tutti gli altri fratelli, gli Elkann e i de Pahlen. Impresa poi condotta a termine dai miei avvocati. E così, infine, la volontà di mio padre è stata rispettata».
Quindi, se ho capito bene, lei non è stata ostacolata dalla famiglia Agnelli nel ristabilire un equilibrio.
«No, nessun ostacolo, anzi: non solo lo zio Umberto mi ha aiutato finché ha potuto, ma anche le zie, che non potevano aiutarmi, hanno capito benissimo lo spirito e le ragioni del mio agire. Se non sono andata al funerale dello zio Umberto è stato unicamente perché non ero nello stato d’animo di affrontare eventi pubblici, ma sono stata con lui e la sua famiglia fino alla sera prima».
E sua madre?
«Mia madre è una donna d’altri tempi, che non si è mai occupata degli affari della famiglia. E alla morte del marito aveva ritenuto opportuno affidarsi alle persone che erano sempre state nella piena fiducia di mio padre. Ma ora che è stato ristabilito un principio di equità, ritengo che anche lei ne sia più che soddisfatta».
Sono rimasti dei rancori?
«No, assolutamente. Quella frase lanciata dall’altro lato del tavolo aveva fatto sorgere anzitutto un problema di onore, mio e della famiglia. Questo è stato un anno particolarmente doloroso per me, perché per giustificare la consegna dell’asse ereditario nelle sole mani di John si era cercato, a posteriori, di squalificare il rapporto di stima e fiducia che c’è sempre stato tra me e mio padre. Ora però tutto si è chiuso con una soluzione ragionevole e io ho trovato una spiegazione di quello che è successo, una spiegazione anche comprensibile, che quindi mi lascia l’animo sgombro e finalmente sereno».
E quale sarebbe questa spiegazione?
«Vede, i consulenti di mia madre sono persone anziane che si sono trovate a dover gestire una situazione drammatica. La morte del capo della famiglia, la Fiat che versava in una situazione disastrosa, la girandola delle poltrone tra Cantarella, Fresco e Galateri: una situazione in cui francamente era molto difficile mantenersi lucidi e non lasciarsi tentare da scelte emotive. Così la volontà di mio padre è stata “interpretata” come se lui avesse lasciato il mandato di salvare la Fiat, più che quello di dividere equamente il patrimonio. E mio figlio John si è sentito caricare di una grandissima responsabilità. La soluzione che dapprima mi era stato proposto di sottoscrivere discriminava i suoi fratelli, ma lui non è stato messo nelle condizioni di serenità che gli avrebbero permesso di rendersene conto».
Adesso si sente soddisfatta?
«Per forza. Il mio unico obiettivo è sempre stato quello di tenere unita la famiglia, proprio come ho imparato da mio padre. Quindi ho combattuto, ma senza spirito vendicativo. Ora ho riconquistato la serenità. E sono sicura che mio padre sarebbe fiero di me».
Anche suo fratello Edoardo, immagino.
«Certamente. E non solo perché era un uomo molto sensibile, come tutti sanno. Credo che non si sia mai parlato abbastanza né della sua profonda intelligenza né della sua capacità di intuire i retroscena delle situazioni. Nel suo apparente distacco, mio fratello ha sempre capito le cose prima degli altri. Le sue analisi erano lucide e spesso sbalorditive. Questo, naturalmente, era ben chiaro a tutta la famiglia».
Tra lei ed Edoardo, chi era più legato al padre?
«Fra me e mio padre c’era una maggiore complicità, come sempre capita tra padre e figlia. Lui era ovviamente orgoglioso dei suoi nipoti, e negli anni non ha mai smesso di interessarsi ai loro studi, ai loro successi e problemi. Ma anche tra noi due c’è stato negli anni un dialogo fitto e continuo, un rapporto fatto di reciproca sollecitudine e del piacere di fare le cose insieme. Andavamo a visitare musei e mostre, e mi ha sempre incoraggiato quando ho iniziato a dipingere. Veniva nell’atelier che mi aveva regalato a Parigi, commentava i miei quadri, e spesso ne sceglieva qualcuno da portarsi via. Li teneva appesi nella sua camera da letto».
La villa di Ginevra, dove Margherita e la famiglia si sono trasferiti da Parigi cinque anni fa, ha alle pareti esclusivamente i suoi quadri. Adiacente al salotto c’è lo studio dove dipinge. Due cavalletti, molti libri e cd (tra i quali, stupita, ne vedo uno di Toto Cutugno), e i tubetti dei colori. Su un ripiano ci sono quattro fotografie. Una di suo padre e una del fratello Edoardo. Le chiedo chi ritraggano le altre due foto: una è di Beppe (“l’autista”), e l’altra, che mi sembrava avere qualcosa di noto, ritrae Edgardo Sogno.
Su un altro ripiano un modellino del ponte di Mostar. Le chiedo come mai sia lì.
«E’ il souvenir di un viaggio che ho fatto un paio di mesi fa con mia figlia Anna. Mi ha accompagnato in Bosnia, dove andavo a verificare un progetto di cui mi occupo da quattro anni. Sono tra i soci fondatori di BlueOrchard, un fondo d’investimento “etico” che ha in portafoglio le cosiddette microbanche, istituti che si occupano di garantire il credito a quelle persone povere che non vi avrebbero mai accesso. Persone che però, con la loro iniziativa, sono fondamentali per ricostruire il tessuto economico di zone devastate dalla guerra, dai terremoti, dalla povertà».
Uno dei tre cani di casa, l’Appenzeller, si è nel frattempo profondamente addormentato su un mio piede. Al collo una medaglietta col cognome de Pahlen e il numero di telefono di casa. Mentre cerco di sfilare il piede senza svegliarlo, faccio le ultime domande a Margherita. Inutile fingere di non essere curiosi.
Come mai fino all’ultimo sembrava che lei non sarebbe andata alle nozze di suo figlio John e Lavinia Borromeo?
«Si è trattato solo di un normalissimo conflitto generazionale. John non mi ha subito informato che aveva deciso di sposarsi – sono venuta a saperlo da altre persone -, né mi ha presentato i genitori di Lavinia. Così mi sono detta che se lui aveva deciso di non “parteciparmi” la sua decisione, non era il caso che io partecipassi le sue nozze. Ma al matrimonio non ho mai pensato di non andare. Ci mancherebbe altro! Inoltre per i ragazzi è stata una bella festa. Non sono molte le occasioni in cui i miei otto figli e i loro cugini riescono a incontrarsi e stare insieme. Il mio principale obiettivo è sempre stato far crescere i figli nella medesima atmosfera di unità famigliare che io ho vissuto con zii e cugini. E che ha garantito la forza e la stabilità della nostra famiglia».
E il suo ex marito Alain Elkann? Che impressione le ha fatto incontrarlo in occasione del matrimonio del vostro primogenito?
«Mi è sembrato soddisfatto e contento. Non saprei dire altro.
«Ma oggi la più soddisfatta e contenta sono io: ho appena saputo che John e Lavinia verranno a colazione sabato. Non vedo l’ora di stare un poco insieme nell’intimità della famiglia, fuori dalla formalità delle occasioni mondane».
Quando lei ha conosciuto Serge de Pahlen, a Londra, era da poco separata e con tre figli piccoli. E lo ha seguito dove lo portavano i suoi incarichi per la Fiat, prima in Brasile e poi a Parigi. Suo marito lavora ancora per la Fiat?
«Sì, certo. Mio marito lavora per Fiat dal 1985, e attualmente è direttore generale degli affari internazionali. Si occupa soprattutto del mercato russo».
Quindi oggi suo marito dipende da John, che ha aiutato a crescere e educare!
«Be’, in un certo senso sì. Ma soprattutto è un uomo che come me tiene all’unità della famiglia Agnelli e alla fortuna della Fiat».
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