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Sommario

MICHELLE HUNZIKER

novembre 2010 - Sette - Corriere della Sera - Interviste

È sempre impegnata a ringraziare qualcuno, Michelle. Sua figlia Aurora, la mamma, il papà, Eros (Ramazzotti, l’ex marito), l’età che avanza e la rende saggia. Ringrazia anche me, che l’ho aspettata per il modesto ritardo di quindici minuti – cosa che a lei invece appare imperdonabile. Ringrazia persino Alfonso Signorini, il mefistofelico direttore di Chi, che pochi mesi fa ha interrotto ex abrupto (e di brutto, cioè senza avvertirla) la rubrica di consigli che lei e l’avvocato Giulia Bongiorno scrivevano ogni settimana su Chi: “Doppia Difesa”, lo stesso nome della loro fondazione, una onlus che si occupa di fornire assistenza legale, medica e psicologica a chi subisce violenze e sopraffazioni. “Non voglio polemiche e con Signorini ci siamo spiegati: è stata una scelta editoriale dovuta alla paura che il giornale non contenesse abbastanza temi di intrattenimento,” dice, con estrema diplomazia. Poi, ritrovando subito l’entusiasmo: “Bisogna guardare avanti: chiusa una porta se ne sono aperte molte altre. Sette, Vanity Fair, persino Il Sole 24 ore… molti giornali ci hanno cercate e alla fine la scelta è caduta su Oggi, perché vogliamo rivolgerci a un pubblico popolare. I lettori ci ritroveranno lì”.
La fondazione Doppia Difesa è nata nel 2007, dopo che Michelle, perseguitata da un manipolo di matti inquietanti e minacciosi (capita a quasi tutte le celebrità, soprattutto se donne), si è rivolta al “miglior avvocato penalista sulla piazza”, ossia Giulia Bongiorno. “Abbiamo trovato delle lacune allucinanti nella legge. E anche per chi se la può permettere, la guardia del corpo non basta: ci si guarda sempre alle spalle, si vive nell’incubo delle minacce”. La legge sullo stalking, che è del 2009, è un primo passo ma non è ancora sufficiente a proteggere le persone psicologicamente più disarmate, che hanno paura di denunciare i loro persecutori. Ecco quindi l’importanza della rubrica, che mira a diffondere la consapevolezza che non bisogna mai subire in silenzio. È una pitonessa, Michelle: sorride dopo la digestione. Ha digerito Signorini, ha digerito i persecutori che le hanno guastato l’esistenza e poi sono finiti in carcere, ha digerito perfino quelli che sono stati rimandati a casa, grazie a quelle maglie larghe della legge in cui sempre qualcuno riesce a infilarsi.
Ama gli aneddoti, Michelle. Ne è infarcito “Mi scappa da ridere”, lo show teatrale autobiografico che sta portando in giro per l’Italia, con grande successo. Titolo perfetto per la sua immagine rassicurante, da clown convocato per la festa di adulti e bambini. Diretto da Giampiero Solari e prodotto da Bibi Ballandi. Monologhi, canzoni, balletti in cui si racconta nel modo autoironico che ci aspettiamo da lei. L’espediente narrativo è quello di un suo pupazzo, Trupolo che, mentre lei vorrebbe raccontare di sé cose algide ed eleganti, la spinge invece a raccontare provini disastrosi, inciampi, piccoli segreti imbarazzanti. In mezzo a tutto questo Michelle canta e balla per un’ora e quaranta minuti, con le coreografie del bravissimo Bill Goodson (le firma anche per Chiambretti Night). Quando la figlia ha visto lo spettacolo, invece di contestarla come capita a tutte le adolescenti, è andata in camerino e nell’orecchio le ha sussurrato: “Mamma sono orgogliosa di te”. Niente sorrisi, questa volta Michelle ha pianto.
Ma ora sorride, Michelle, e devo dire che è proprio bella. Labbra carnose naturali, denti bellissimi, col bordo inferiore dritto come quello dei cavalli, adatto a recidere l’erba più che a spolpare bistecche. Zigomi magnifici, occhi piccoli come punture di spillo, mani eleganti, cassa toracica sottile ma seno materno, accogliente. Con una simile bellezza, oltre che dagli stalker me la immagino assediata da corteggiatori. E invece no: “Il 50% degli uomini mi avvicina per chiedermi di fare una foto con loro. Lo capisco quando si avvicinano brandendo il telefonino. Oppure vogliono un autografo per la moglie o la fidanzata”. Il restante 50% ha altri problemini: “Ci sono quelli che ti idealizzano, ti vedono come un personaggio. La prima volta che ti vedono con le pantofole, magari quelle con le rane di peluche in punta, spariscono. Poi ci sono i cacciatori di trofei. Sono abili, bisogna saperli individuare e fare attenzione”. E fa un gesto, assai affascinante, come di chi annusi un tartufo per capire se sia buono o farlocco. Ma uomini normali, il maschio italico sano, capitano mai? “Difficile,” dice Michelle, che però precisa per la centesima volta che lei è contenta, che non si sta lamentando, che non ha nessun tipo di boccone non digerito. Pitonessa più che mai, irretisce col suo sorriso digestivo: “I fallimenti sentimentali non sono fallimenti,” spiega. “Vuol dire che non era amore vero”. Fosse per descrivere quelle come Michelle, non esisterebbe quasi letteratura o cinema. Senza lagna, cosa racconti? “Chi lavora nello spettacolo, poi, può avere relazioni sentimentali solo con persone che vivono nel suo stesso mondo. Gli altri non sono pronti a essere violentati emotivamente, non riescono a sopravvivere all’attenzione mediatica. Il mio sogno sarebbe vivere una storia d’amore come quella di Notting Hill,” il celebre film sulla passione tra un libraio inglese e una diva americana. “Ma nella vita vera non è così: il giorno dopo che un uomo anonimo è stato fotografato con te, lui e i suoi amici vengono assediati dai giornalisti, che gli pagano le interviste e vogliono sapere i dettagli. E poi ogni volta che esci con l’uomo anonimo sei inseguita dai paparazzi, e se lo porti in trattoria chiedi un tavolo in una stanzetta senza finestre, perché altrimenti mangi al suono dei clic delle macchine fotografiche, e se vai a fare shopping con lui sei inseguita da gente che ti grida ‘Bella gnocca!’ e vuole foto o autografi… Capisci,” mi dice, “non sono abituati!”.
Sorride e ringrazia Michelle, quando le chiedo del filo spinato tatuato sull’avambraccio. Che significato ha? Non si è ancora stufata di averlo? Non pensa di cancellarlo? (In realtà è a me che dà fastidio: tanto candore di denti e abiti, tanto biondo di capelli e sguardo acuto e pelle dorata… e poi quel tatuaggiaccio). “Ero a Miami, con Eros. Avrò avuto diciotto anni. Ci amavamo come pazzi. Abbiamo visto il negozietto di un tatuatore. Lindo, asettico. Siamo entrati per divertimento, per fare qualcosa insieme. Io volevo un delfino sull’ombelico. E il tatuatore, devo ringraziarlo, mi ha dato un consiglio fantastico: ‘Ma tu vuoi figli?’. ‘Certo,’ ho risposto. E lui: ‘Il delfino diventerebbe prima una balena, e poi una balena raggrinzita’. Così ho scelto qualcosa di più semplice!”. Sorride Michelle, nel raccontare. Ed è molto meno popolaresca di quanto appaia in tivù, nelle Paperissime, a Sanremo, a Striscia la notizia, dove un eccessivo mulinar di braccia la rende simpatica, ridanciana, clownesca ma poco femminile. Dal vivo, invece, oltre che bella e tonica è molto composta. Nel raccontarsi muove appena le mani, con eleganza. E tiene sempre le braccia strette al costato, con un portamento che, anche da seduta, è appropriato, elegante. Ringraziamo dunque l’anonimo tatuatore americano, che l’ha frenata: la visione di un delfinone decrepito e raggrinzito, la pelle come lo squalo in formaldeide di Damien Hirst, non è appropriata alla nostra pitonessa preferita.
Scriverà un libro?, le chiedo, preoccupata dall’invasione di tomi e dalla concorrenza dopata dei personaggi televisivi. Sorride e assicura di non averne l’intenzione. Lei no, ma sua figlia Aurora vorrebbe diventare scrittrice. C’è tempo, sospiro sollevata. E ne legge di libri? Certo. Storie di pirati, da piccola. Era pazza dei pirati. E poi invece ha avuto la fase delle saghe di Re Artù, poi i romanzi rosa, e ora “leggo il Corriere della Sera ogni mattina, e adesso comincio a scoprire Oscar Wilde e Dostoevskij… sono dei mattoni però ti lasciano dentro qualcosa”. E guarda la tivù, oltre a farla, la pitonessa Michelle? “Il telegiornale non lo guardo, mi fa star male. Non posso selezionare le notizie, come sui giornali. Guardo i documentari e tutti gli show. Mi piace anche qualche serial, ma la cosa significativa è che mia figlia, a quattordici anni, ha smesso di guardare la tivù. Sta solo al computer, come tutti i ragazzi. Mi spiace molto che la mia azienda (Mediaset) abbia a fatto causa a YouTube. In Paperissima io gli avrei dedicato uno spazio apposito, come succede alla tivù tedesca”. Poi si corregge, la pitonessa, perché teme di aver dato l’impressione di lamentarsi: “Comunque siamo fortissimi lo stesso,” precisa sorridendo e preparandosi a invadere le nostre case, perché da dicembre e la rivedremo a Paperissima e poi a Striscia la notizia.
Ringrazia la sua famiglia, Michelle. Per i buoni geni, per il metabolismo accelerato, e per tutto quello che è successo, compresi i momenti tristi (le incomprensioni e la separazione dei genitori) e persino quelli tragici (la morte del padre, dopo che si erano riavvicinati da un solo anno: “Non ci rendiamo contro che i genitori non sono eterni”). Un papà albergatore, credente, infelice. “Voleva fare il pittore, e quando c’è riuscito e ha avuto il coraggio di lasciare l’attività, era troppo tardi per farsi un nome e avere successo”. Ringrazia la mamma, un’olandese piena di humour, con cui le passate incomprensioni si sono dissolte senza nemmeno bisogno di analizzare, spiegare, chiedersi perché. Ringrazia i due fratelli di tredici anni più vecchi di lei, uno figlio del padre e uno della madre, che vivono in Italia e si occupano di cibo: Harold, il numero due in Italia della McDonald’s, e Andrea, che ha appena aperto un ristorante a Portofino. Anche a lei piace cucinare e nel suo futuro sogna la conduzione di un programma di cucina.
Sorride e ringrazia la pitonessa Michelle, e se per caso parla di qualche suo guaio o dolore, chiosa immancabilmente: “Ma non lo dico per lamentarmi”. Se finge, e se dietro il sorriso ci siano invece astio, risentimento, rabbiette, finge benissimo; e noi che amiamo tanto la forma quanto la sostanza apprezziamo la sua tempra ferrea. Sorride persino (ma stavolta si nota che è un sorriso di circostanza), quando le chiedo della maga che per un po’ di tempo l’ha tenuta sotto scacco – cosa del resto capitata a moltissima gente dello spettacolo. Un momento di debolezza, il dolore per la morte del padre, è stato l’occasione che ha permesso alla sua incantatrice di insinuarsi. Non ne vuole parlare, Michelle, anche se ne approfitta per ringraziare i direttori dei giornali che ai tempi non infierirono su di lei e le espressero stima e solidarietà. Però aggiunge che prova “una grande tristezza – non rabbia, solo tristezza – pensando a quante persone sensibili vengono turlupinate. Purtroppo, mentre si è in potere di questi maghi, non si può fare nulla. È solo la vittima che può decidere quando uscire dall’incantamento. Quello che è importante è fare opera di prevenzione, e Striscia la notizia lo fa”. La nostra pitonessa preferita ha digerito anche questo boccone amaro: “Amo troppo la vita,” conclude col suo miglior sorriso.

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