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Sommario

RICCARDO SCAMARCIO – Il rosso e il blu

agosto 2012 - Io Donna - Corriere della Sera - Interviste
Meglio liceale o professore?
Professore, non c’è dubbio.
Come studente è stato scarso?
Più che scarso, direi assente. Non andavo quasi mai. Ero un iperattivo, pieno di energia, non riuscivo a stare incastrato per cinque ore dietro un banco. Ho sempre pensato che la scuola vada migliorata.
Colpa degli insegnanti?
Con quelli che ho avuto sono anche riuscito a intrattenere un rapporto critico e costruttivo, ma il rendimento scolastico… lasciamo perdere. Il problema sono i programmi.
Cosa cambierebbe?
Metterei teatro in tutte le scuole.
Storia del teatro?
No, no, recitazione. Fare teatro aiuta moltissimo. Soprattutto nella fase formativa, quando i ragazzi sono ancora senza sovrastrutture e non hanno blocchi. II teatro è decisivo per il benessere psichico e per la conoscenza del sé. Meglio che andare in analisi. In fondo gli esercizi di training teatrale sono basati sull’abbandono. Non solo lo metterei come materia, gli darei anche un grande rilievo.
Non dev’essere facile per delle adolescenti avere Riccardo Scamarcio come professore di liceo: intenso, deciso, gentile, abbronzato come un pescatore e con il mare nel colore degli occhi, i riccioli graziosamente scomposti in quel modo che ogni studentessa avrebbe la tentazione di mettere in ordine. Succede in Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni, tratto dall’omonimo romanzo di Marco Lodoli. Margherita Buy è la rigorosa preside di un liceo romano. Roberto Herlitzka è un insegnante a fine carriera, spoetizzato, amaro, deluso. E lui, Riccardo Scamarcio, è un professorino al primo incarico, pieno di speranze, entusiasmo e voglia di cambiare le cose.
Come si è trovato nei panni di un supplente di italiano?
Mi sono riconosciuto nel suo spirito e nella sua energia. Nella voglia di fare qualcosa per cambiare il mondo. Io, personalmente, forse per l’età, non sono disilluso, ho voglia di rischiare e di mettermi in gioco, di occuparmi di cose che potrebbero anche nuocere alla mia carriera per arrivare a un cambiamento. Non mi arrendo.
Parla di scuola?
No, in generale. Parlo di cambiare le cose, di impegnarmi, di fare di più. Penso che bisogna avere delle idee e degli ideali. Credo nella politica, nelle istituzioni e anche nella scuola, nel suo valore formativo. È lo Stato che ha smesso di crederci…
Qui, il bel Riccardo si infervora. Mi consiglia di leggere, scaricandolo dalla rete, un pamphlet di denuncia della situazione economica e politica scritto da Paolo Barnard. Mentre con mirabile manualità stappa una Coca Cola con la ghiera dell’accendino, mentre si accende una sigaretta – e con apprezzatissima galanteria si allontana per non farmi respirare il suo fumo –, tenta di arruolarmi nel novero di quelli che “possono cambiare le cose”, perché “ognuno di noi sa che si può fare di più”. Io, che mi sento Herlitzka, provo a cambiare discorso.
Com’è andata la vita sul set?
Mi sono molto divertito con Margherita Buy. Era la prima volta che recitavamo insieme. Fa ridere!
Le cose fondamentali da imparare quando si studia recitazione?
Il punto di partenza è approfondire la teoria di Stanislavski<span style=”” times=”” new=”” roman”;font-style:normal;”=””>,cioè la conoscenza del sé applicato alla scena: ti metti nei panni del personaggio che interpreti e ti chiedi cosa faresti se fossi in lui. In secondo luogo si passa a Meyerhold, un suo allievo, che ha teorizzato la biomeccanica, uno studio del movimento applicato alla recitazione. Aiuta ad acquisire consapevolezza del proprio corpo e a controllarlo. E poi, se fossi io il docente, lascerei fare, non insegnerei altro. A 32 anni, dopo 17 di teatro, credo che l’unica regola sia imparare le regole e poi infrangerle.
Qualche altro consiglio?
In realtà credo che il primo passo sia pensarsi attore, sentirlo così intimamente che quando ti chiedono che lavoro fai dici “attore”. Si tratta di crederci, e il primo vero grande passo, quello che ti costruisce, è l’autoconvincimento.
L’anno scorso ha interpretato Romeo in un allestimento molto rigoroso. Le capita di avere paura di perdere le battute, di non ricordarle?
Romeo e Giulietta, Shakespeare in generale, ti impone di impadronirti del testo. Devi possedere le parole. Non è facile. Ho fatto 70 date: 69 mediocri e una, una sola, in cui sono stato un grande Romeo. Allo Smeraldo, a Milano. Ma non grazie a me.
Grazie a cosa, allora?
Dioniso.
Aveva bevuto?
No, ma ero profondamente triste, provavo un disprezzo totale per la vita, volevo annullarmi. L’infelicità ci costringe a confrontarci con l’assoluto e con l’impalpabile. Era riaffiorata una parte di me che avevo lasciato in un cassetto.
Oddio, non si sarà lasciato con Valeria Golino…
Ma no! La nostra è una storia vera. Stiamo insieme perché ci cerchiamo con forza, non c’è abitudine. Ora Valeria sta montando un film di cui è la regista e io il produttore. Titolo provvisorio: Vi perdono. Con Jasmine Trinca e Carlo Cecchi. È la storia di una ragazza che aiuta i malati terminali a suicidarsi, a pagamento.
Quale è l’attrice più desiderabile con cui ha lavorato?
Valeria. Sono ancora stregato.
Ormai è la terza volta che la intervisto. Ogni volta era vestito così: pantaloni blu, maglietta blu con collo a V, scarpe inglesi stringate…
È la mia divisa da lavoro. Mi piacciono i pantaloni comodi. A casa invece sto scalzo, in maglietta e pantaloncini.
E una donna invece, come deve vestirsi per piacerle?
Vestitini, un po’ morbidi, colori pastello. E tacchi, ma non altissimi. Non mi piacciono i troppi accessori, ciondoli con orecchini con cinture con tanti colori. E niente tatuaggi.
Lei ne ha?
Purtroppo ne ho due, uno che mi son fatto da solo a 12 anni, con ago e inchiostro. È la metà di uno scorpione, sul polso. Un altro l’ho fatto su istigazione di mia sorella: uno scorpione che sembra un’aragosta, sulla spalla destra.
Gentilmente, me li mostra. Poi ci salutiamo. Deve tornare nella sua casa in Puglia, vicino a Polignano a Mare: “Non è nella zona chic delle masserie ma in quella agricola delle cime di rapa e dei muretti a secco,” precisa. Chi volesse tentare di scovarlo può basarsi su questi pochi dati. Lo troverebbe intento a fare la salsa. I pomodori Pachino e San Marzano lo aspettano, e lui non vede l’ora di farne conserva per l’inverno.
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