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Sommario

ROBERTO PEREGALLI, il signore degli interni

maggio 2009 - Magazine - Corriere della Sera - Interviste

“Il mio stile? Buttato lì”. Chi parla non è un adolescente che descrive la sua camera da letto. L’uomo del “buttato lì” è uno degli architettatori di case più in voga del momento. Usiamo la parola architettatore perché si parla di un laureato in filosofia che, paradosso dei paradossi, a Milano, nella città degli architetti, è divenuto un fenomeno dell’interior design. Assieme alla socia di studio Laura Sartori Rimini, lei sì in possesso della giusta laurea, Roberto Peregalli firma le case e i locali più alla moda della città. Con questo nome che sembra inventato da Gadda, Peregalli progetta luoghi dove gli oggetti “sembrano essere lì da sempre e invece sono frutto di un pensiero elaboratissimo”. Talmente elaborato, questo pensiero, che Fabio Fazio ha pensato bene di dedicargli nove siparietti nelle puntate di Che tempo che fa. In cui Peregalli ha potuto spiegare la sua poetica architettonica e decorativa: l’amore per la parola nostalgia, per l’artigianato anziché l’industria del mobile, per un minimalismo malinconico fatto di memorie, per i “ruderi fantasmatici, l’argento non lucidato, la patina del tempo”. Va detto che Peregalli non è propriamente un animale televisivo, e il suo modo di parlare titubante, impacciato, metafisico, unito ai temi scelti (i luoghi e la loro polvere, la luce invisibile, il velo e la conoscenza) hanno dato modo al nostro Aldo Grasso di scrivere sul Corriere uno spassoso sfottò del “decoratore di idee del ceto medio riflessivo”. Certo è che, nel corso degli anni, allo studio Peregalli si sono affidati in molti: anonimi committenti ma anche Cesare Romiti, Mike Bongiorno, Shel Shapiro, il magnate tedesco Burda, Vittorio Sgarbi (per il restauro delle sale di Palazzo Reale in occasione della mostra del Canova), Letizia Moratti. Che ha incaricato i due soci di stilare un “catalogo del brutto” entro le mura spagnole di Milano, con particolare attenzione allo stile dell’Ottagono. In vista dell’incombente Expo del 2015, quando la città (o quantomeno il centro storico) dovrebbe presentarsi al meglio delle proprie possibilità. “Renzo Mongiardino per la visione estetica del mondo e Giuseppe Pontiggia per il pensiero filosofico letterario sono stati i miei maestri. Oltre, naturalmente, a Carlo Sini che mi ha introdotto al pensiero di Heidegger”, dice Peregalli mentre lo intervisto nella sua casa milanese e tengo tra le mani La corazza ricamata – I greci e l’invisibile, saggio in cui racconta, attraverso dotte riflessioni su pensatori e miti greci, i fondamenti della propria idea del mondo, la stessa che poi lo guida nella progettazione degli ambienti. Il suo appartamento, in un antico palazzetto delabré dall’aria un po’ napoletana, è particolarmente espressivo. Ne assaporo l’atmosfera, che lui definisce “cechoviana”, e ne osservo i dettagli, genere “dagli atri muscosi ai fori cadenti”: busti, statue, quadri da refettorio, luce tenue filtrata attraverso le tendine, ovunque pile di vecchi libri, tappeti rapé, divani in pelle consunta, la macchia d’umidità sulla parete vicino a una finestra che sembra un elemento d’arredo. Non un computer, non una televisione, non un orologio o un termometro digitale. Ci saranno le prese della corrente? Di sicuro, ma non si intravede nemmeno una ciabatta multipresa, e la placca dell’interruttore della luce è stata dipinta nella medesima tonalità beigiolina delle pareti, un po’ marezzata – per cui, vista dalla poltrona in cui siedo, mi viene il dubbio che sia invece una placca non pulita, ombreggiata di ditate. Peregalli è stato allievo dell’architetto e decoratore d’interni Renzo Mongiardino, che assieme a Pontiggia, Lalla Romano e Montale frequentava la casa-cenacolo del padre di Roberto, Alessandro, poeta e psicoanalista. Ed era stato proprio Mongiardino, quando già Peregalli collaborava con lui nella progettazione di interni, a suggerirgli di frequentare l’università che preferiva, “perché io gli architetti li ho mandati tutti via”. “Il nostro stile buttato lì,” dice Peregalli, “alleggerisce la follia eclettica di Mongiardino, la plasma in un’atmosfera più metafisica e sognante, esatto contrario del gigantismo museal tombale dell’architettura contemporanea: l’enfasi sul singolo oggetto anziché la valorizzazione dell’insieme, la grande parete bianca per un unico quadro importante”. È uno stile, quello dei due soci dello studio,” che rivaluta emozione e affetti”. Lo stesso utilizzato per la creazione di un locale che a Milano va per la maggiore: il Giacomo Bistrot, nuovo ma concepito per avere l’aria d’esser lì da sempre, da un passato borghese, signorilmente fastoso e soprattutto colto. Ricorda il celebre cafè Puskin di Mosca. In entrambi i locali librerie a parete, zeppe di volumi d’antan. Quando mi è capitato di cenare al Bistrot, distaccando per un attimo lo sguardo dalla clientela (c’era David Beckham, e un misto di amministratori delegati, conduttrici televisive e personaggi della moda) ho provato a estrarre uno dei volumi dalla libreria. Non dovevo esser stata la prima ad avere quella tentazione, più che per leggere (impossibile in quel festoso affollamento) per controllare che non fossero copertine vuote, come usa nelle esposizioni dei mobilifici brianzoli. Invece i libri sono veri, hanno le pagine, ma sono in cattività, delimitati con un nastro, come in una scena del crimine. Metafisico, “buttato lì”, polveroso, cechoviano… ma soprattutto previdente, l’architettatore-filosofo Peregalli.

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