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VITTORIA PUCCINI

agosto 2011 - Sette - Corriere della Sera - Interviste

Ogni estate, molte donne si vergognano del proprio incarnato biancastro, che le svela ferocemente sotto gli invadenti raggi del sole. Mollicce, lattiginose come calamari, indifese. Solo una sparuta minoranza di divine può permettersi di esibire un pallore tonico, lunare, assai elegante. Vittoria Puccini, madrina della 68esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, è una di queste invidiabili creature. Lo abbiamo constatato pochi giorni fa, sotto un capanno della Maremma, dove si riposava con la figlia prima di buttarsi in pasto a fan, giornalisti, registi, osservatori, agenti, tycoon di tutto il mondo, in qualità di soave accompagnatrice della complessa macchina della Mostra. Bianca e impeccabile, estratta da un quadro preraffaellita, coperta da morbidi pantaloni e camicia di lino, ben attenta a non prendere nemmeno un raggio di sole. “Un’attrice deve essere normale, non abbronzata,” spiega quando le chiedo come mai usi protezione 50 pur stando all’ombra e impalpabilmente abbigliata. “Quando giro un film sono impegnata per qualche mese e ci vuole continuità tra una scena e l’altra, anche nel colore della pelle. Eppure, nonostante le precauzioni, spunta sempre qualche efelide”.

È ovviamente felice del ruolo di madrina, che le garantisce grande visibilità internazionale. Ma cosa fa una madrina? “È una sorta di padrona di casa. Le spetta il discorso di apertura della Mostra, deve presentare al pubblico il presidente, il direttore, i film… E poi ci sono i servizi fotografici, le conferenze stampa, e infine la presentazione della serata conclusiva in cui vengono assegnati i premi”. E la preparazione? “Inizia diverso tempo prima: anzitutto bisogna progettare e provare il discorso, che deve avere un tono personale. E poi ci sono le prove dei vestiti, e il cerimoniale…”. Mentre parla, e spiega che essere madrina della Mostra “è molto emozionante anche perché è l’occasione di incontrare e confrontarsi con altre persone che fanno il mio stesso lavoro all’estero”, non tiene mai ferme braccia e mani, che ha lunghe ed eleganti, e le accompagna con leggere torsioni del busto: “Il mio corpo partecipa alle parole e ai pensieri”. È stato difficile scrivere il discorso di apertura? “Be’… è stato impegnativo. Di solito tendo a lavorare mentalmente, non mi piace molto scrivere. Faccio anche poche foto. I ricordi preferisco interiorizzarli”.
Divenuta famosa anche grazie alle serie televisive, le chiedo se sia d’accordo con quanti le ritengono più innovative del cinema e prossime a sostituirlo nei gusti degli spettatori. “Di solito vado a dormire molto presto, però con i dvd dei serial mi capita di restare alzata fino alle tre di notte, come fossi indemoniata. Ma la magia del cinema non cesserà mai. Non c’è serie che tenga.La sala cinematografica ha qualcosa che è unico, più profondo, diverso. Certo, la TV arriva a più persone”. Ogni tanto Elena, la sua bambina di cinque anni, la chiama e cerca la sua attenzione. “Amore, arrivo” le ripete Vittoria mentre spiega di non aver mai avuto velleità da regista, come capita ad alcuni attori. “Per me è inconcepibile. Mi piace essere attrice, essere condotta. La regia è un lavoro troppo complesso. Sono felice del mio lavoro: non mi manca niente, mi va bene tutto, persino le interminabili attese del cinema”.
Insisto: ma ci sarà pur qualcosa che non le piace. “Certo, per esempio quando sembra che su un set si lavori l’uno contro l’altro. E non mi piace che l’attore, essendo un personaggio pubblico, non abbia diritto a una vita privata. Spesso ho sofferto per le cose riportate dai giornali”. E le interviste? “Ho paura che mi destabilizzi rileggermi o rivedermi, sia nelle interviste sia al cinema. Per esempio, capita che un film tu l’abbia vissuto in un certo modo, e invece la macchina da presa segua il punto di vista e la sensibilità del regista. Così con le interviste: magari le parole sono le stesse che ho pronunciato io, ma, anche se non ci sono frasi fraintese, il risultato è diverso da quello che pensavo. E allora è meglio non parlare mai della propria vita privata e limitarsi a viverla”. Quando esce qualche notizia sgradevole o falsa sulla sua vita privata, protesta, scrive lettere di smentita, va dall’avvocato? “No, preferisco non polemizzare, per non alimentare il sistema”. Come si suol dire, una notizia smentita è una notizia data due volte.
Forse per via dei lineamenti che la rendono fuori dal tempo, una bellezza letteralmente classica, cioè adatta a ogni epoca, Vittoria Puccini è l’attrice italiana più utilizzata per film e telefilm in costume. È noioso sottoporsi a tutto il lavorio di trucco e costumi necessario a interpretare quei ruoli? “No, anzi: è molto divertente. Quando indossi gonne, sottogonne e corpetti sei portata a muoverti e reagire in un modo diverso”. Il gioco del mettersi in maschera le piace così tanto che, a questo punto della sua carriera, Vittoria desidera soprattutto interpretare l’unico ruolo che manchi al suo carnet di attrice: vorrebbe diventare un personaggio fantastico, un’eroina di film fantasy, al limite del fumetto. Chissà che durante le due settimane della Mostra non abbia l’occasione di incontrare chi le farà realizzare anche questo sogno.
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