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Sommario

L’appeal del Rione Sanità

giugno 2019 - Grazia - Storie I miei articoli

Avrete sicuramente sentito parlare del rione Sanità di Napoli: le famiglie camorristiche, gli atti di intimidazione, le stese, ossia i raid i ragazzini in moto che sparano all’impazzata e costringono le persone a buttarsi a terra per non farsi colpire. Un concentrato di disagio sociale, crimine e miseria in un quartiere di struggente bellezza, ricco di chiese, di palazzi, di catacombe e ipogei, però dannato. Ma c’è un altro versante della storia: l’entusiasmante avventura di una rinascita ormai saldamente avviata.

Il rione, che è parte integrante e anche simbolica della Napoli più antica, con i suoi malanni e le sue magnificenze, è spalmato nell’avvallamento e sulle pendici di una collina che dal centro di Napoli porta in alto, alla reggia di Capodimonte, oggi sede di uno dei più importanti musei italiani. Ha una densità simile a quella di Tokyo: 35mila abitanti in meno di 4 chilometri quadrati. Sovraffollamento, nessun segno di denatalità, forte dispersione scolastica. Si chiama Sanità perché nell’antichità si riteneva che la sua aria fosse particolarmente salubre e così, fino all’inizio dell’Ottocento, era frequentato da ricche e nobili famiglie napoletane che vi costruivano i loro palazzi e finanziavano l’edificazione e gli abbellimenti delle chiese. Ma nel 1810, durante il Decennio francese, Gioacchino Murat, re di Napoli e cognato di Napoleone, decise di unire il centro di Napoli alla reggia tramite un ponte. Questo ponte evitava di infilarsi nelle strade tortuose e ripide del rione Sanità. In breve, il quartiere venne condannato al declino e al degrado. Chi ci andava più? Veniva scavalcato, non c’era più bisogno di passarci attraverso. Crollarono i commerci. Per giunta, le sei arcate del ponte oscuravano e sembravano rendere opprimente l’aria salubre, con i piloni addirittura infilati nelle mura e nel chiostro della Basilica di Santa Maria della Sanità. “Da luogo di passaggio la Sanità diventò un nucleo isolato, preda di atavismi, dimenticato da tutti, governato da famiglie malavitose”, dice don Antonio Loffredo, artefice dell’odierna rinascita. “D’altro canto, però, il rione si è preservato da certi mali della contemporaneità e della globalizzazione. È rimasto antico, in senso anche positivo”. Dal 2001, Don Antonio è parroco della basilica che non solo è al centro del quartiere, ma è al centro di infinite attività che ne hanno cambiato l’immagine. La cooperativa La Paranza, da lui fondata, ha creato alternative di lavoro per decine di giovani. Più di 12mila metri quadrati di patrimonio artistico recuperato, 37 ragazzi assunti come guide turistiche delle basiliche, delle splendide catacombe affrescate di San Gaudioso e di San Gennaro, dell’impressionante cimitero delle Fontanelle (un immenso ossario del XVI secolo), dei palazzi barocchi di Sanfelice e dello Spagnuolo. Il percorso intero, detto “Miglio sacro” coinvolge migliaia di turisti. 130mila ingressi alle catacombe solo nel 2018. Nel 2006, erano 5mila. “L’amore per le pietre”, come lo chiama Don Antonio, “aiuta a far crescere il capitale umano. Queste pietre sono le munizioni con cui combattiamo”. Nel chiostro della basilica di Santa Maria, la settimana scorsa si sono svolti una serie di incontri condotti da Paolo Mieli e organizzati da don Antonio con la società di comunicazione Hdrà. Da Gigi Proietti a Vincenzo Salemme, da Sylvain Bellenger, direttore del museo di Capodimonte, a Franco Gabrielli, capo della Polizia, gli abitanti del rione hanno potuto assistere a dieci interviste di personaggi che, fino a pochi anni fa, difficilmente sarebbero entrati alla Sanità. “Non chiediamo eroi, ma a volte una maggiore collaborazione, un occhio che vede un orecchio che sente è molto utile” ha detto Gabrielli. Oggi, molti cittadini del rione vedono nella presenza delle forze dell’ordine lo spiraglio di un ritorno alla vita civile. Dopo Gomorra, “dopo gli spari che fanno ovviamente più rumore del tanto bene che si sta facendo, è arrivato il momento di creare una contronarrazione che metta in evidenza il cambiamento”, ci ha detto Mario Donatiello, volontario della Paranza. “Tra le attività della cooperativa c’è anche l’orchestra Sanitansamble, 45 bambini che fanno musica tutti i giorni, gratuitamente, con strumenti che gli mettiamo a disposizione. E c’è il Nuovo Teatro Sanità, ospitato in una chiesa abbandonata. Nella sagrestia della basilica, abbiamo allestito un ring. Ai ragazzi che passavano la giornata seduti sui motorini nella piazza davanti alla parrocchia, è stato chiesto cosa volessero: hanno chiesto la palestra di boxe. In attesa di fondi, la risposta immediata di don Antonio è stato predisporla a tempo di record nella sagrestia. Gli istruttori sono atleti della Polizia di stato, “Guardie e ladri insieme, due mondi che altrimenti non si sarebbero mai incontrati” dice Donatiello, prima di accompagnarmi a conoscere altri dipendenti della cooperativa. Sono ragazzi del quartiere con storie anche molto complicate alle spalle, che ora si occupano dei due affascinanti (e molto richiesti) bed & breakfast ospitati nel convento annesso alla basilica (Casa del Monacone) e nel convento di San Nicola da Tolentino (Casa Tolentino). E poi incontriamo Enza Pezzillo, mentre cucina sartù di riso, polpette al sugo e zucchine a scapece: fa parte delle Mamme della Sanità, donne con mariti in carcere o che hanno perso il lavoro, o comunque in condizioni disagiate. Ora, invece, come mi spiega con orgoglio, “valorizziamo l’arte gastronomica napoletana e facciamo catering per eventi pubblici e feste private”. Quindici anni fa nessun turista si sognava di entrare nel rione. Oggi c’è la fila davanti alla famosa pizzeria di Ciro Oliva, alle bancarelle del mercato, davanti alla pasticceria Poppella arcinota per i suoi “fiocchi di neve”, mentre un gruppo di turisti fotografa le insegne di una macelleria di frattaglie. “Un tempo gli estranei venivano guardati male; oggi gli abitanti danno per scontato che se c’è una telecamera vuol dire che un reporter sta descrivendo le meraviglie del rione. Nella strada dove è nato Totò, Santa Maria Antesaecula, famosa in passato per lo spaccio, oggi spuntano le bancarelle”, dice Donatiello. “Il reddito delle attività viene investito nei restauri ma anche nei doposcuola organizzati dalla cooperativa”. La camorra, a raccogliere voci del rione, ha perso l’aura di un tempo: “Non c’è più strategia né pensiero”, dicono. “Rimane stabile la microcriminalità dei ragazzi, mentre il grande sistema è in crisi”. Nella piazza davanti alla basilica passa Vincenzo Salemme, reduce dall’intervista di Mieli. Un gruppo di signore con la vestaglietta bianca e i fogli di stagnola tra i capelli fuma e chiacchiera fuori da un parrucchiere. Lo riconoscono: “È Salemme!”. Tutte vogliono un selfie con lui, nonostante i capelli a raggera, con le pezze d’allumino per le meches.

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