Lo scandalo è (quasi) finito

Illustrazione di Valeria Petrone

Se c’è una cosa che è stata depotenziata dalla contemporaneità, è il pettegolezzo. È così diffuso, tutti sono così abituati a venire a sapere i fatti degli altri perché li hanno letti su un sito o un social o un gruppo whatsapp, o li hanno magari addirittura visti e fotografati e diffusi, che ormai il pettegolezzo si confonde con l’indiscrezione: è cioè diventato come le notizie date due minuti prima che diventino ufficiali, una sorta di indolore anticipazione giornalistica. Come ha scritto il filosofo Gianni Vattimo, nella società trasparente, ossia quella dei media, sapere tutto di tutti equivale a non sapere niente.

Sono al porto di Anzio, seduta con Carolina al tavolo del mio ristorante preferito, sorseggiando un vino bianco locale. Ci conosciamo da quando venivamo qui al mare da ragazzine, con le famiglie. “Pensa alla fortuna delle adolescenti di adesso, – mi dice –. La liberazione dal pettegolezzo che da ragazzine ci ha fatto tanto soffrire. Allora bastava qualcuno che insinuasse che eri una ragazza facile, poi la voce girava e ci costruivano sopra che eri ninfomane, che tuo fratello era omosessuale, che tuo padre era un ladro… e lo stigma sociale di ninfomane, omosessuale, ladro restava incollato per sempre ai malcapitati. Ma oggi non c’è più nessuna insinuazione che scandalizzi, e dunque l’effetto malefico specifico del pettegolezzo, che era creare disapprovazione e vergogna, è svanito. In secondo luogo, due minuti dopo ci sarebbe un nuovo pettegolezzo, più estremo, magari festini porno con bondage, con tanto di fotografie su instagram e filmato su you tube, e le precedenti insinuazioni verrebbero dimenticate. Insomma, lo scandalo non c’è più”. Ha ragione Carolina. Nemmeno essere fotografata con il sedere pieno di cellulite, se sei una famosa attrice, è più scandaloso. Qualsiasi cosa che non vorresti si sapesse, ti basta trasformarla in un movimento #qualcosa, e così puoi averla vinta su chi ti denigra. Abbiamo finito la bottiglia, e dobbiamo ancora iniziare a mangiare. Ne ordiniamo una seconda. “Ti prego – dico a Carolina – evita di postare la nostra foto con due bottiglie di vino. Non voglio che pensino che sono un’alcolizzata”. Di fatto, è l’ultima accusa rimasta ai pettegoli.

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