Autore: Mauro Covacich
Titolo: A perdifiato
Editore: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2003
Prezzo: € 9,00
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Sommario

Libri e sport

ottobre 2003 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Recensioni

Il nostro corpo non è di pongo, e la concezione prometeica di costruirsi un determinato aspetto fisico in un certo arco di tempo si scontra con i periodi lunghi dell’evoluzione e della natura (oltre che coi fallimenti della chirurgia estetica). Il pensiero, invece, è rapido e plasmabile, si forma e muta in fretta: per trasformare un habitus mentale non si aspetta il coinvolgimento di tutta la specie – basta il proprio. Dev’essere per questo che, negli anni, mi sono convinta che la pratica più o meno forsennata dello sport sia una forzatura inutile e spesso dannosa: chi di noi non porta con sé i dolori di vecchie cadute, le conseguenze di sforzi eccessivi? Nel bel romanzo di Mauro Covacich, A perdifiato (Mondadori, 2003), è descritta con minuzia la vita di chi si dedica alla maratona, sport che parrebbe dei più salubri. Errore: orrende piaghe tra le cosce, tendiniti e diarree, diete e integratori, crampi e storte sono pane quotidiano per i maratoneti. Una via crucis come quella di certi calciatori, che, per questo programmatico smantellamento di sé, vengono almeno ben retribuiti. A chi invece abbia qualche attitudine alla riflessione, l’unica attività “atletica” che mi sento di consigliare è l’andare a spasso, il passeggiare nell’accezione del tedesco wandern, cioè vagabondare, errare senza né uno scopo né una meta precisi. Cosa c’è di più straordinariamente salubre di un esercizio che sì, smuove le gambe, ma soprattutto sviluppa ed esercita lo spirito d’osservazione, la riflessione, il saltar di palo in frasca, e quindi la capacità di associare in modo non convenzionale le proprie idee? Naturalmente il prototipo del Wanderer moderno è Robert Walser, autore di quel capolavoro che è La passeggiata (Adelphi). Ecco come il traduttore Emilio Castellani definisce le caratteristiche della personalità di Walser: “introversione, visionarietà, umiltà, tendenza a minimizzarsi, rassegnazione, orgoglio frustrato, volubilità, ironia”. Lasciando perdere l’orgoglio frustrato, inutile ai fini del vagabondare, tutte le altre attitudini sono proficue. Il Wanderer è chi non si sente di fare sforzi o competere per dimostrare d’essere alcunché, nemmeno a se stesso. Per non farsi tiranneggiare da curiosità e stanchezze altrui, deve anche cercare la solitudine, interrotta solo da eventuali – e brevi – scambi di battute; e intanto sviluppare la capacità di fare supposizioni e cogliere i dettagli, generare intuizioni. “Neppure una traccia di ombroso amor proprio deve albergare nel suo animo, ma bensì egli deve lasciare che il suo sguardo sollecito erri e si posi dappertutto con spirito fraterno, deve saper aprirsi solo alla vista e all’osservazione, e viceversa essere capace di tenere a distanza i suoi propri lamenti, bisogni, mancanze… Diversamente egli passeggia con solo metà del suo spirito, il che invero vale assai poco”.
Questi vagabondaggi risultano in conflitto con il proverbio giapponese “E’ meglio viaggiare speranzosamente che arrivare”. Il Wanderer, infatti, non ha speranze, aspettative, obiettivi. E non vuole neppure arrivare. Passeggia osservando i dettagli architettonici o naturali, scruta nelle pieghe delle espressioni e dei gesti delle persone, ruba dettagli di intimità altrui. Imbattendosi in una finestra, occhieggia dentro le stanze per cogliere dettagli di quei fondali su cui si svolgono vite estranee e che promettono favolosi potenziali narrativi, con scene di “calma domestica” in cui si nascondono distacchi e straniamenti da contesti di apparente intimità.
Come ulteriore stimolo alla capacità d’osservare non fatevi mancare lo splendido volume di Mark Strand (Edward Hopper, Un poeta legge un pittore, Donzelli), valido sussidio alle vostre passeggiate. E’ una raffinata analisi dei quadri di Hopper, che raccontano un mondo fatto di luoghi di passaggio e sosta temporanea, bar e distributori lungo strade desolate, case che “risplendono di una certa loro risolutezza” benché in abbandono accanto alla ferrovia, camere d’albergo con viaggiatori solitari e bagagli depositati per terra. Nel momento stesso in cui inizia a stemperarsi l’incantamento geometrico sprigionato dall’edificio di “Secondo piano al sole” – uno dei quadri più noti di Hopper – scatta in noi un rimando alle ipotetiche storie delle due donne che siedono in terrazza (una legge e l’altra guarda lontano), e s’innesca un continuo rimbalzare dell’attenzione dalla forma dell’edificio a quella della loro esistenza. Ecco, da questo libro, una preziosa intuizione: “Noi arriviamo a conoscere e capire davvero cosa vediamo quando distogliamo l’attenzione da qualsiasi cosa ci troviamo davanti a noi e ci guardiamo dentro… E’ nel perimetro del nostro pensiero che le immagini vengono conservate e in seguito diventano parte della nostra conoscenza e comprensione del mondo”.

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