Autore: Patrick DeWitte
Titolo: Abluzioni
Editore: Neri Pozza
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: €12,75
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Sommario

PATRICK DeWITTE – Abluzioni

maggio 2010 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Recensioni

Esiste un genere letterario in cui russi e americani sono maestri: la letteratura della dipendenza. Dall’alcol innanzitutto, e in subordine dalle droghe. Infiniti romanzi hanno esplorato le cupe tappe dell’autodissoluzione e quelle dei tentativi di recupero, puntando su toni drammatici, o sull’enfasi dell’alterazione, o su sfumature liriche, grottesche e tragicomiche, come nel caso del capolavoro di Venedikt Erofeev, Mosca-Petuski, e di gran parte dei romanzi di Sergej Dovlatov, campione dell’umorismo alcolico. Questo per non citare lo scontato Charles Bukowski, autore divenuto molestamente proverbiale, quasi quanto il Kafka di “kafkiano”. Abluzioni di Patrick DeWitt si inserisce nel filone con sorprendente freschezza da opera prima e un humor nero freddo e melanconico, lontano dai toni del grottesco. Lo scenario è un classico del cinema e della letteratura: l’altra Hollywood, vista da un bar che ha vissuto tempi migliori (“Impossibile stabilire quante volte sia passata di mano la proprietà”), in cui si raccoglie un campionario di anime disperate, volte a un’inesorabile autodistruzione. “Parliamo degli habitué. Siedono in fila come uccellacci, uno addosso all’altro, occhi lacrimosi d’alcol. Bisbigliano ognuno nel suo bicchiere e sembrano gongolare per qualcosa – non capisci mai cosa”. È l’attacco eccellente del romanzo, che prosegue con un susseguirsi di bozzetti e descrizioni che raramente escono dal bar stesso, dal marciapiede antistante o dal vicino parcheggio. Quel “Parliamo di” è lo stratagemma anaforico che intesse il racconto, legando tra loro tutti i personaggi solitari, bislacchi e disperati che passano da lì. C’è l’attore-bambino ormai adulto, c’è il settantenne dai “denti sbeccati, gialli, da roditore”, e poi il capo-barista ex vincitore di un concorso di bellezza in Sud Africa, e le due maestre che “tra l’una e l’altra sono state a letto pressoché con ogni buttafuori del locale” e che “ti trovano dolce ma non attraente, perciò ti mettono a parte di tutti i loro segreti”. Narrato dal barista in seconda persona, quindi col tono intimo e laconico di un verbale di polizia presentato a se stessi, Abluzioni racconta il viaggio nell’alcol dei clienti e del barista con una precisione di dettagli che stringe il cuore (“e pensi a te stesso e ai sei anni che hai passato a farti tremare le braccia scheletriche nell’acqua fredda e marrone dei lavelli del bar”), e con una scelta di metafore originali e azzeccatissime (“ora un gruppo di ubriachi al banco ha ripreso la canzone e la canta con la voce di un gigante in fuga”; oppure, parlando di un negrone che aiuta il narratore a rialzarsi nel parcheggio: “ti solleva e ti scuote e gli guardi nella bocca aperta come un ragazzino sbircia da un buco nel tendone di un circo”). Il clima claustrofobico del bar è accentuato dall’altrettanto claustrofobico uso del tu narrativo, in un perenne osservare gli altri e i loro gesti e manie e abiezioni per poi riferirle solo e sempre a sé, alla propria consapevolezza di sprofondare nella medesima direzione. Con un tono narrativo sempre lieve, come stupito, spesso addirittura umoristico grazie alla precisione tagliente delle descrizioni. Un esordio eccellente, per qualità di scrittura e felice esattezza espressiva.

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