Indirizzo: Via Santa Cecilia, 54, 98123 - Messina
Sito web: http://www.ristoranteilpadrino.com/
Prezzi: €20
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Sommario

Messina – Al Padrino

marzo 2003 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Ristoranti Sicilia
Dopo averlo adagiato sulla plastica mimetica della confezione, lo bagni con un cucchiaio d’acqua che innesca una pastiglia di magnesio: la reazione porterà il composto alla temperatura di 35 gradi. A quel punto è fatta, puoi consumare il tuo pasto completo da 1.200 calorie in 24 gusti e 12 combinazioni: la bistecca con funghi, il pollo thai, il burrito di riso messicano, i fagioli neri. Questo, in definitiva, è ciò che può capitare a un militare americano che si trovi dalle parti dell’Iraq: in caso di eremitaggio o perdita di sé, il buon soldato può continuare per tre anni a ingerire M.R.E. (Meal ready to eat). Poi, inesorabile, sopraggiungerà la data di scadenza delle confezioni rimaste, nonché, forse, quella di resistenza del soldato.
A noi, che invece eravamo a Messina, è andata decisamente meglio. Il luogo, anzitutto: quasi Africa, ma con tutto il comfort che ci aggrada. Sole e vento favorevoli, e tappeti di fiori gialli selvatici sparsi ovunque manchi l’asfalto; l’architettura della città offre vestigia di un liberty che, restaurato, potrebbe darle un tono più pomposo, uniti alla solita edilizia spontanea e abborracciata, senz’arte né parte; e l’atmosfera, una sorta di pacatezza meridionale, sommessa come il mare calmo dello Stretto, appare ben poco mafiosa, non fosse per il nome della trattoria, Al Padrino, in cui ci rifugiamo dopo una visita al mercato locale – una raffica di occhiate degustative ai banchi di pesce stipati di calamari, stocco, russolidde, spada, e a quelli con la verdura selvatica locale, grassa e pelosa, i pomodori “a scocca” e cumuli di carciofi, come covoni dopo la mietitura: finisce che ci si accomoda al tavolo già sgominati dalla forza dell’appetito.
Quando si capitola, è senza sacche di resistenza e non si sta tanto a fare i tignosi sul nome del locale (Padrino a Messina è come chiamarsi Meo Patacca a Roma o Don Lisander a Milano, sono quegli appellativi che nell’evocare indispongono), e si sorvola sull’insegna con carattere grafico a tronchetto di legno, che ricorda i bar lungo le strade provinciali nel mantovano. Anche le facce di semigiovani disoccupati o semplicemente oziosi, accasciati nelle sedie contro il muro esterno a guardare il passaggio, non sono un’esclusiva del meridione. L’indolente da bar, che tira sera e con due consumazioni in croce usa la sedia tutto il giorno, fa parte del paesaggio di tutto il mondo, lo trovi anche a Oslo nonostante il clima impietoso.
Benvolentieri ci facciamo arringare dal proprietario, che più che lavorare fa teatro da filodrammatica e intrattiene i clienti modulando la voce per abbassarla in un tono sgolato e greve, a simulare la parlata popolana messinese. Mentre lui fa cabaret, un cameriere sovrappeso si affanna tra i pochi tavoli – non più di venti – e gli altri lavorano nella cucina a vista, dietro un bancone tipo salumeria che espone materia prima e preparazioni: pesci e verdure impanati da friggere, totani e calamari, gli antipasti e il dolce, arance pelate e tagliate a rondelle, finocchi, spiedini di gamberetti di Licata sgusciati. Una signora di mezz’età dagli occhi di un blu intenso e pescoso, bistrati alla tunisina, sceglie nella vetrina e smista ai quattro addetti alla friggitura. Curiosamente il locale non puzza di fritto, benché, osservando oltre il bancone, quella si dimostri l’attività principale della cucina.
Alle pareti un paio di maschere tribali in legno scuro, una foto incorniciata di Alessandra Mussolini che mangia, sotto di lei un gagliardetto di Padre Pio e un sombrero. Strani accostamenti, ma anche quelli della clientela non sono da meno: un bouquet di operai tipo Enel, impiegate di ente statale ultraquarantenni che si nutrono con sfrenatezza invereconda (chissà perché vedere donne così fameliche fa sempre una strana impressione), portuali e bancari. Tutte buone forchette, rappresentazioni oleografiche di un eventuale serial tivù “I ciciliani”. Ti senti come da Perilli a Roma, circondato di comprensione verso ogni tua eventuale intemperanza alimentare, e senza batter ciglio aderisci all’andazzo generale: antipasto rustico, cioè involtino di peperone ripieno di mollica “preparata”, crocchette di patate, e polpette di ortaggi o cavolfiori in pastella. Pasta e ceci riposata (cioè a temperatura ambiente) con olio al peperoncino, e un memorabile “bollito mmuddicato” (è soffice punta lessata, coperta da uno strato di mollica, limone e prezzemolo, e poi arrostita). Dopo aver terminato con ottimi pasticcini di frolla e ricotta dolce, vedi volteggiare verso un altro tavolo un piatto di cicireddi fritti, i piccoli delle aguglie, più lunghi di un’alice e sottili come matite: non resisti, li ordini e ricominci. I fritti, va detto, li sanno proprio fare, sono impeccabili, chiari, secchi fuori e morbidi all’interno. Infine, ti offrono il cestino della frutta con arance e banane, come nelle mense e nei refettori.
Il tutto godendosi lo spettacolo della clientela, non meno teatrale del proprietario, benché di quel teatro spontaneo che è la vita dei ristoranti. Memorabile lo show da implacabile ingollatore di un avvocato, calco di quelli dickensiani: tutto pappagorgia, gotta e trigliceridi, nessuna mobilità della testa cui sembra mancare l’innesto sul collo, ha sviluppato nelle sopracciglia bianche e cespugliose una dinoccolatezza da contorsionista; né gli manca la pelata con chierica di capelli bianchi e lunghi, a tucul. Uno con cui prendere appuntamento solo prima di pranzo.
Il caffè arriva dal bar accanto e suggella il conto: con 20 euro si ha accesso a un antipasto, un primo, due secondi, dolce, caffé, acqua e vino locale.

Al Padrino, via Santa Cecilia 54, Messina. Tel.

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