Indirizzo: Via Antonio Callegari, 2, 25121 Brescia BS
Sito web:
Prezzi: €50
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Sommario

Brescia – Canton del Vescovo

dicembre 2004 - Ventiquattro - Il Sole 24 Ore - Lombardia Ristoranti

Siamo a Brescia, dove è in corso una controversa mostra di Monet. Molti si chiedono se sia giusto affidare l’immagine culturale della città a un signore (Marco Goldin e la società Linea d’ombra) che produce eventi spettacolari, e che – come un capitano di ventura – sta oggi qui e domani là, al soldo della città che lo paga meglio. Non era forse meglio investire quei 6 milioni di euro in un’operazione più duratura (ma evidentemente ben più costosa), come hanno fatto a Rovereto col nuovo Museo di arte contemporanea? Comunque sia non possiamo farci nulla, perciò le nostre chiacchiere sono futili come quelle di un qualsiasi dopo partita. I luoghi classici per pontificare sono i bar, ma noi preferiamo il ristorante e dunque ne scoviamo uno, il Canton del Vescovo, che strategicamente si trova a metà strada tra il Museo di Santa Giulia e la Pinacoteca Tosio Martinengo, dove appunto sono esposte le opere in questione. Il ristorante, manco a dirlo, è in tema con il clima museale: ricavato nel piano terra di un curioso palazzetto, rimaneggiato infinite volte da una base del XVI secolo (e il nome viene dall’esser stato sede del Vescovado) fino ai ritocchi primo-novecenteschi in stile liberty-eclettico, fatti da un antiquario amico e sodale di D’Annunzio. Alle pareti, inoltre, una curiosa serie di fotografie tratte dalle pagine dell’agenda Beretta. Raffigurano gli oggetti di un ipotetico museo di onori e glorie: medaglie, calci di fucile, impugnature di spade e pugnali. Nell’insieme un locale piacevolmente fané, non affollato, composto da un’infilata di stanze, e da un delizioso cortile dove si mangia tra il portico e il pergolato di vite americana. Sia all’interno sia all’esterno l’atmosfera è informale e riposante, come si fosse ospiti a casa di amici. Il menu è di quelli da terno al lotto: io ho preso un antipasto di baccalà mantecato decisamente buono, e ho assaggiato anche un gustoso flan di funghi con salsa al bagos, il più noto dei formaggi locali. Ma chi ha scelto il culatello (il più difficile dei salumi) ha sbagliato: era di quelli rigidi e secchi, coi bordi che stanno sollevati da soli. Il mio primo di spaghetti ai ricci (“Appena arrivati da Gallipoli” aveva detto il gestore) sarebbe stato ottimo se non fosse stato devastato da una robusta spolverata di prezzemolo che ne eclissava il sapore. Tra i secondi l’ormai onnipresente tagliata di tonno, e un filetto di manzo con foie gras, lardo di Colonnata e aceto balsamico, che non sono riuscita a terminare per l’eccesso di sugo gravido di grassi. Peccato non aver scelto la fiorentina! Nell’insieme, quindi, visto che il menu è piuttosto succinto, è consigliabile fermarsi sui piatti meno elaborati. Spendendo circa 50 euro per persona si esce convinti che in cucina potrebbero fare di più: il locale è accogliente, e lo meriterebbe.

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