Indirizzo: Via Eleonora D'Arborea, 40 - 42, 00100 - Roma
Sito web: http://www.hosteriadelpesce.it
Prezzi: €90
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Sommario

Roma – Hosteria del Pesce

marzo 2005 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Lazio Ristoranti

Sul sito internet di Cesare Lanza, corpulento giornalista e autore televisivo, c’è un settore dedicato ai ristoranti. I locali citati hanno accanto il nome dei “testimonials” che li raccomandano. Il ministro per l’Innovazione Lucio Stanca, per esempio, caldeggia l’Hosteria del pesce, un localino romano infilato in un fondaco di via Monserrato, dalle parti di Piazza Farnese. Questi ministri fuorisede sono spesso persone molto competenti in materia di ristoranti, giacché, lasciati famiglia e pentolame in zone che a malapena riescono a raggiungere nel fine settimana, attraversano le legislature passando da un locale all’altro, alla ricerca di quelli che li facciano sentire come a casa, dove la compagnia sia simpatica e il fegato non ne risenta. Ma quali di queste caratteristiche il ministro abbia trovato all’Hosteria non sono proprio riuscita a capirlo. Avevo prenotato un tavolo per tre alle nove e mezza di sera, ma dal momento dell’arrivo tutto è andato storto, e di uno storto che ha l’aria di essere endemico, non solo frutto del caso.

Provate a immaginare un locale il cui gestore – effigiato sulle pareti nei tipici ritratti da ristorante, in compagnia di Renzo Arbore, di Marta Marzotto, di Cesare Romiti, del povero Castagna, di Christian de Sica -, sia un omone che passerà la serata in strada, davanti all’ingresso del ristorante, parlando instancabilmente nel telefonino. Tra la porta sulla strada e la sala del ristorante c’è una sorta di intercapedine di due o tre metri quadri, dove, stipati in cassette di polistirolo e adagiati su scaglie di ghiaccio, giacciono allettanti pesci d’aspetto ancora turgido, pronti a finire in tavola. Accanto ai pesci, al ghiaccio e alle fotografie dei vip, nel viavai dei clienti che entrano o escono, stazionano i fumatori freddolosi che non vogliono stare in strada (altri fumatori, più tardi, li ho invece trovati nel bagno, dove pigiati e ridanciani usavano i lavandini a mo’ di portacenere). Chi arriva, dunque, oltrepassa la zona delle cassette di pesce, apre una porta che in realtà resterà quasi sempre spalancata, ed entra in una sorta di tunnel stipato di tavolini da bistro apparecchiati con tovagliette e tovaglioli di carta tipo autogrill, luci basse, pareti di mattoncini rossi, un bancone dietro cui una signorina un po’ lavora e un po’ sta seduta lisciandosi i lunghi capelli scuri. La sala è piena, i clienti chiacchierano a voce altissima, non si capisce se per riuscire sentirsi l’un l’altro o per loro stile di conversazione. Per parlarsi, e chiedere informazioni del tavolo che – prenotato per le nove e mezzo – a forza di “un attimo di pazienza, ancora cinque minuti, hanno chiesto il conto” verrà messo a disposizione solo un’ora più tardi, bisogna avvicinarsi alle orecchie dell’interlocutore e urlarci dentro. Intanto, sotto il fracasso delle voci, s’intuisce il tum tum tum di una qualche musica ripetitiva. Nell’attesa, in piedi contro un frigorifero, si viene continuamente urtati da camerieri e clienti: il corridoio di passaggio permette a due corpi di stare vicini solo se avvinghiati. Sicché si finisce per andare ad aspettare in strada: il clima è mite, non ci si sente come punching-ball, e si osservano con divertimento certe coppie (ad esempio un lui su d’età e una lei giovane e sfacciatamente pettoruta) che con avidità consumano le loro sigarette. Il gestore intanto telefona, e non si riesce nemmeno a lamentarsi con lui dell’ingiusta attesa. Ogni tanto si rientra nel locale e si chiedono informazioni. “Questione di cinque minuti, Madame”. Si dirà: perché sottoporsi a una simile tortura, dopo una giornata di lavoro e per giunta a pagamento? Per il pesce offerto dall’Hosteria, almeno a giudicare dalle molte recensioni incorniciate nell’ingresso: freschissimo e autoctono (pescato nella zona di Terracina), ideale per essere consumato crudo.
Alle dieci e mezzo finalmente ci sediamo. Il pane è buono, il cameriere offre assaggi indiscriminati di crudo e di cotto, e nonostante la fatica di capirsi e gli “Scusi non ho sentito” si riesce a tenerlo a freno patteggiando per un numero limitato di piatti. Gran parte dei vini proposti dal ristorante esiste solo sul relativo menu, perciò si finisce per accettarne uno suggerito dal cameriere: fuori carta, quindi dal prezzo ignoto.
Arriva il pesce crudo: squisiti gamberi sgusciati, scampi con ancora il carapace (comodi da servire ma scomodi da mangiare), qualche ostrica dimenticabile, un carpaccio di tonno e un altro di dentice serviti in un piatto comune e senza posate di portata. Segue un piatto di gamberi alla catalana e un fritto di paranza davvero squisito, con merluzzi, triglie, sogliolette. Riusciamo a frenare il cameriere che vorrebbe portare anche pasta, e riso, e dolci. Evidentemente ha avuto disposizioni di vendere il più possibile, ma le porzioni sono così abbondanti che nemmeno Bud Spencer riuscirebbe ad arrivare in fondo. Con cinque portate in tre persone, nessuna delle quali a dieta o inappetente, non riusciamo a finire quello che abbiamo ordinato: per chi è cresciuto con davanti a sé lo spettro del bambino biafrano, lo spreco di ordinare più di quanto si riesca a consumare genera discreti sensi di colpa. Alle undici e mezzo, quando finalmente il ristorante inizia a svuotarsi e cominciamo a sperare di poter smettere di urlarci nelle orecchie, la musica viene alzata a volumi da disco-bar. Proviamo a protestare. “A quel tavolo la chiedono più alta”, spiega il cameriere. Non resta che chiedere il conto. Novanta euro a testa, per una serata faticosissima all’insegna di un concentrato di tutte le cose che non vanno nella ristorazione italiana.
Hosteria del pesce, via di Monserrato 32, Roma. Tel: 06 6865617
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