Indirizzo: Via della Rosetta 8, Roma
Sito web: http://larosettaristorante.it/it/home/
Prezzi: €53
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Sommario

Roma – La Rosetta

settembre 2002 - - Ristoranti Lazio
“… il francese, essere vanesio, è anche impaziente e frivolo. Inventore della tristemente celebre Guide du Routard, egli ha altresì, in epoche più felici, messo a punto la famosa Guide Michelin, che con il suo ingegnoso sistema di punteggio a stelle, ha per la prima volta creato le condizioni per una classificazione sistematica del pianeta in base al suo potenziale di gradimento”. Il romanzo – breve, anzi brevissimo – ti delude (Lanzarote di Michel Houellebecq), ma quest’osservazione è gioiosa e pertinente e da sola vale il tenue sforzo che costa sfogliare le 60 misere paginette. Controllo dunque la Michelin: il ristorante La Rosetta, a pochi metri dall’ingresso del Pantheon, ha ottenuto la sua brava stella solitaria. Non manca d’essere citato, ai vertici di prezzo ma anche a quelli di qualità, nella sovente poco affidabile guida del Gambero rosso. E così, a cascata, in quasi tutte le guide. Il dubbio morettiano “mi si nota di più se ci sono o non ci sono?” non è cosa per i gestori di questo locale. Proviamo allora, mi dico, ho fame di pesce ed è la solita bella giornata romana, dunque sono d’umore affettuoso e ben disposto. Il ristorante è pieno, ma per un vero colpo di fortuna salta fuori un tavolo per me, che sono sola e quindi svantaggiosa a meno che non mangi per due. Evento che tuttavia diviene poco probabile dopo un’occhiata alla carta e ai relativi prezzi. Tra spesati da qualcun altro, ricchi di loro, invitati, detrattori dalla denuncia dei redditi, spicco per la mia totale difformità. Pago io e non ho nemmeno una partita iva. L’unico fattore che mi accomuna ai frequentatori degli altri tavoli dev’essere la solita buona vecchia fame o, per chiamarla col suo vero nome, golosità. L’interno del locale, piccolo al punto da rendere impossibile non vedere e non farsi vedere, è allestito col gusto un po’ così così che potrebbe avere lo yacht di un commercialista in rada a Montecarlo. Quel tipo di lusso marino scontato e seriale, magari immarcescibile, ma davvero troppo visto. Tavoli minuscoli uno addosso all’altro, tanto per non farci perdere l’abitudine d’impicciarsi dei fatti altrui; la luce è solo artificiale (non c’è nemmeno una finestra) e le pareti rivestite di vernice smaltata non lasciano traspirare l’umidità: per far girare l’aria esiste comunque l’impianto di condizionamento, con la ventilazione così forte che ti ghiaccia la schiena, la scollatura, le braccia, i piedi: una volta tanto finisco per invidiare i maschi accanto a me, con le loro brave giacche e cravatte e freschi lana o tasmania e fili di scozia. E che dire del cibo, del servizio, del de cuius insomma? Mah! Un antipasto misto, cioè un piatto in vetro pesante di forma quadrata con poggiati cinque schizzi di materiale ittico variamente combinato e, accanto, una mezza seppiolina alla brace adagiata sulla ridotta cappella di un porcino nemmeno molto saporito. Due mezze bottiglie (una d’acqua e una di pinot grigio), niente caffè, in cambio di 53 euro. Dovevo insistere? Far rendere di più lo spazio che occupavo? Riproverò, ma quel giorno andavo di fretta e mi sembrava d’aver già aspettato abbastanza (più di venti minuti dal momento in cui avevo ordinato). Che dire d’altro? Il tonno dilaga ormai in forma di tartare o di bistecca alla brace in tutti i ristoranti della penisola. Dopo gli anni del gamberetto orientale, quelli della vongola verace imbastardita, del salmone grasso come una salamina mantovana, del branzino e dell’orata che sanno di fango come un pesce gatto qualsiasi, siamo in piena era del tonno, meglio se crudo. Un mio confidente pescivendolo garantisce che, come nelle acciughe e nello spada, persino nella maggior parte dei tonni s’annidi non so quale bieco vermetto, una specie di parassita che ne sconsiglierebbe l’uso crudo. Noi che ci abbrustoliamo il cervello con le onde dei telefonini, respiriamo orrendi veleni, e da giovani e anche in seguito abbiamo assaggiato e provato quasi tutto quanto di dannoso ci fosse in giro, oggi non stiamo certo a formalizzarci sulla nocività del tonno.
Uscita dal ristorante, di cui alla fine (almeno a livello di gradevolezza e pulizia) il ricordo migliore rimane quello della toilette nonché quello del personale davvero cortese, mi trovo a fare le solite, scontate, riflessioni. E cioè: perché mai esistono e prosperano simili locali? Cos’hanno in più, se non nel prezzo, rispetto a chissà quanti altri di simile qualità? Niente da fare, la vita funziona così: vai dove vanno gli altri, dove hai il numero memorizzato, dove ti conoscono già e ti dicono onorevole, dottore, avvocato, eminenza, dove con tono confidenziale ti consigliano il piatto o il pesce del giorno, non perché sia migliore degli altri, semplicemente perché ne hanno un surplus in cucina, e se ordini quello non rischi di creargli dei vuoti nel menu. Con i soldi di un pasto completo per due, ti compreresti un biglietto aereo per altra – nuova – destinazione, o due notti in albergo, oppure mangi e bevi un paio di volte o tre o quattro – a seconda delle tue fisime… Eppure, invece, finisci sempre per mangiare lì, da Rosetta, non foss’altro che per i soliti, esplicabili, motivi laterali. Esplichiamoli, allora: vedi i vip o pseudo vip della tua categoria e li controlli: quello è un bifolco e tiene il braccio tra lui e il piatto così si macchia la cravatta e pure la manica della giacca (a parte che con quelle porzioni asfittiche e rapprese devi proprio essere un individuo goffo per impadellarti); quell’altro s’accompagna a dei tipi loschi, chissà che razza d’affari sta trattando; quell’altro ancora porta qui, dove tutti lo vedono, quella racchia cadente di sua moglie, ma poi la sera te lo trovi con ragazze svelte e carine in locali più “trendy”… E’ proprio così, siamo tutti uguali, io stessa perché mai, altrimenti, avrei scelto di andare a sedermi proprio lì? Inutile negarlo: l’osservazione degli esseri umani non è certo meno gratificante dei piaceri della degustazione.
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