Indirizzo: piazzale dell’Aquilone 4, Ostia
Sito web: www.lavecchiapineta.com
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Sommario

Ostia (RM) – La Vecchia Pineta

giugno 2005 - Il Sole 24 ore - Domenica - Lazio Ristoranti

“Che tristezza!” è il titolo di un sapido elenco di deprimenti “spettacoli giornalieri” tratto da L’immorale testamento di mio zio Gustavo di Tom Antongini, noto anche per esser stato segretario e biografo di Gabriele D’Annunzio. Il libro, una raccolta di osservazioni e aforismi, è del ’48. E la lista di cose che mettono tristezza è un’idea straordinaria, che secondo me dovrebbe dar inizio a uno standard giornalistico. Anziché l’ormai usurato questionario di Proust, agli intervistati andrebbe proposto di compilare un elenco di trentasette voci, come nel modello originario di Antongini: sono convinta che si carpirebbero risvolti della loro personalità ben più interessanti di quelli che risultano dall’artificiosa scelta del motto preferito e dal conoscerne gli orientamenti gastronomico-letterari. In genere i disgusti sono più stuzzicanti dei gusti, cosiccome i tormenti avvincono più delle passioni realizzate.

Ma torniamo alle cose che deprimevano Antongini, alias zio Gustavo: “una lezione di ginnastica a scuola, quando fuori fa bel tempo”, “il figlio ammalato della portinaia, che riposa su una branda dietro il paravento”, “la vettura di trasloco davanti al portone che lascia vedere ai passanti il ritratto a olio del nonno appoggiato a un pitale”, “la maglietta rosa di lana che fa capolino dalla blusa della dattilografa onesta”, “l’oleografia del generale Garibaldi ad Aspromonte, in una casa d’appuntamenti”. Prudono le mani, nel leggere l’elenco, perché se ne vorrebbe immediatamente compilare uno personale. Un paio di questi fotogrammi (“i ritratti dei benefattori nelle sale d’attesa degli ospedali”, e “un diploma di laurea inquadrato”) mi hanno fatto pensare a una delle cose che metterei in cima alla mia lista: le foto dei clienti famosi, vivi o morti che siano, appiccicate alle pareti dei ristoranti come fossero attestati di qualità. Sono rari i locali storici che resistano alla tentazione, soprattutto a Roma e dintorni, dove la densità di famosi è, da sempre, altissima. Recentemente, a Ostia, ne ho scovato uno, La vecchia pineta, in cui l’anonimo cliente è graziato dalla tristezza di quelle gallerie di foto autografate con dedica, o con ristoratore e vip di turno abbracciati e uniti nell’ostentare di sorrisi posticci. Gli effigiati, di solito, sono personaggi dello spettacolo, gente la cui attendibilità di gourmet è dubbia ed è invece certa la necessità di frequentare locali la cui cucina sia aperta fino a tardi, o magari di trovare osti che s’accontentino di venir pagati a suon di foto. Questo capita ovviamente in tutto il mondo, non solo a Fregene o a Roma (che però rimane la roccaforte del fenomeno). A Milano basta andare al Santa Lucia, per trovare Ernesto Calindri, Lauretta Masiero, e persino Scialpi che ti sorridono dal muro. Di questi testimonial da ristorante, alcuni sono deceduti, altri sono decaduti e te li sei dimenticati, altri ancora non sai proprio chi siano, taluni sono sulla cresta dell’onda e non hai voglia di trovarteli sotto il naso persino mentre mangi lontano da una tivù accesa. Tra le facce da parete si individuano anche politici italiani, star americane in fugace visita promozionale, qualche dittatore di passaggio (vedi, a Roma, Fortunato al Pantheon), magari addirittura il papa.

Ma torniamo ora a La vecchia pineta , nella vituperata Ostia, la cui spiaggia è nota per essere molto popolare, il cui idroscalo è noto per l’omicidio di Pasolini, la cui pineta è nota per gli incendi, e del cui passato imperiale – testimoniato da importanti scavi e rovine – pochi sembrano interessarsi. Il ristorante, una bell’edificio del ’34 in stile fascio-razionalista, si trova in direzione sud sul lungomare della città. E’ una sorta di scenografica rotonda sul mare, fiancheggiata da cabine in legno bianco e azzurro, poggiate su una lunga pedana che ha il compito di difenderle dall’erosione continua del mare. La spiaggia smangiata, ormai una striscia sottile e precaria, il mare turchese e ventoso, sullo sfondo molti surfisti con aquilone che li sorregge e innalza, e, alle spalle di questo cimelio architettonico, pratacci di sterpaglie e, più lontano, una palazzina-falansterio. Ma quando sei dentro il ristorante, tra il vecchio parquet, le marmette, le vetrate sul mare e gli oblò sulle poche pareti, i tavoli grandi, distanziati, i bei tendaggi, le poltroncine dallo schienale tondo in perfetto stile anni Trenta, ti sembra d’essere in posto scicchissimo. Fuori, sulla terrazza, con gli ombrelloni aperti messi per terra a mo’ di paravento, un signore mangia abbrustolendosi al sole; dentro, pochi tavoli occupati; intorno, tanto spazio in cui far vagare gli occhi. Bellissimo anche l’atrio, che ricorda quello di certe vecchie sedi di banca milanese, e notevoli persino i bagni in marmo. A detta di miei conoscenti romani, il locale sarebbe frequentato da “cinematografari” e “scalfariani” (amici e famigliari di Eugenio Scalfari); ma pochi giorni fa, all’ora di pranzo – secondo me la migliore quando il panorama è così bello –, a un tavolo parlavano di parcelle d’avvocato, e a un altro un anziano signore diceva sommessamente al commensale: “è sempre stata una posizione intellettualistica, e non abbiamo mai cercato consenso politico” Insomma: sentendomi come sulla tolda di una nave, senza chiasso né fastidi, ho mangiato dignitosamente, e la seconda volta saprei scegliere ancor meglio. Eviterei il carpaccio di spigola troppo limonato, e la tartare di tonno scottata con aceto balsamico, prenderei una doppia porzione di sauté di cozze (del resto è stagione), risceglierei l’ottimo fritto di alici e polipetti teneri e croccanti, ordinerei il primo più semplice, magari le linguine ai moscardini, oppure un pesce al forno. La qualità media è buona, il posto è addirittura splendido, tanto che ci si resterebbe volentieri anche il pomeriggio, a illanguidire su una sdraio. Il conto è sui 40/45 euro.

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