Indirizzo: via A. D’Aragona 19, Napoli
Sito web: www.mimiallaferrovia.it
Prezzi:
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Sommario

Napoli – Mimì alla ferrovia

maggio 2005 - articolo per il Sole 24 ore Domenica - Campania Ristoranti

 Dicono i versi scherzosi di Olindo Guerrini, al secolo Lorenzo Stecchetti: “Che cosa importa a me se una bugia / Tra un promessa e l’altra t’è scappata? / Che cosa importa far la notomia / A quell’ora d’amor che tu m’hai data? / … / Io non voglio saper quanto sei casta: / Ci amammo veramente un’ora intera, / Fummo felici quasi un giorno e basta”. Più o meno questa è la sensazione che rimane dopo ogni visita di Napoli, la città italiana che meglio aderisce agli stereotipi sia folkloristici sia criminali che le vengono comunemente affibbiati. Una città che è certamente tutto quello che di peggio si legga o si senta dire, ma è anche capace di regalare giornate di beatitudine. Il gentilissimo tassista che mi portava da Mimì alla ferrovia, uno dei più noti e tradizionali ristoranti di Napoli, nell’arco di dieci minuti è riuscito a: raccontare un paio di storielle facete in tema di traffico e indisciplina dei suoi concittadini; mostrarmi “per la prossima volta” due luoghi sacri del mangiare alla napoletana: l’Antica pizzeria da Michele, che dal 1870 ha un menu con due sole voci, pizza margherita e pizza marinara, e la friggitoria ‘E figliole (“quella dei film di Sophia Loren”), famosa per le paste cresciute, gli arancini, le pizze fritte. Ambedue i locali si trovano tra il Tribunale e la malfamata zona di Forcella. E appunto nel costeggiare Forcella, agganciandosi ai recenti episodi di ferocia criminale di Scampia, il premuroso tassista ha trovato modo di vantare la buona vecchia camorra di una volta, quella governata dalla famiglia Giuliano: “Forcella sembrava la Svizzera, nessuno ti torceva un capello, il patriarca era un poeta e scriveva canzoni, la sera portava i soldi ai poveri del quartiere…” – in pratica un santo e il suo paradiso di riferimento. Infine è tornato all’argomento cibo. Da buon frequentatore di Mimì, consigliava di chiedere la pezzogna, “un pesce che ha una mollica squisita” (dove mollica sta per polpa), si pesca al largo di Capri in acque fonde e perciò non può essere allevato. Soprattutto raccomandava di non dire che era stato lui a suggerire questo pesce, “che non è nel menu perché se lo tengono per loro”. E quando ormai ero seduta al tavolo da almeno una decina di minuti, l’ho visto entrare nel ristorante. Era tornato per portarmi il catalogo della mostra di Caravaggio, che avevo dimenticato nel taxi. Se a Napoli sono pittoreschi i taxisti, non parliamo poi di camerieri e clienti di ristorante. Da Mimì, all’ora di pranzo, apparentemente non c’erano turisti, benché più tardi il proprietario, notato il catalogo di Caravaggio, sia venuto al tavolo per far due chiacchiere e soprattutto rincrescersi dell’imminente fine di questa mostra, che sosteneva gli avesse incrementato i coperti addirittura del trenta per cento.

I clienti, perlopiù maschi, erano uno spasso. Col tovagliolo legato al collo, oppure più composti, non ce n’era uno che si negasse un antipasto a base di mozzarella di bufala, poi un gran piatto di pasta, infine un secondo. E le facce non erano quelle di chi poi deve mettersi a lavorare al freddo: dalla conversazione e dal modo di vestire si capiva che erano perlopiù avvocati in colazione di lavoro con clienti, più qualche funzionario pubblico e un paio di rappresentanti solitari. In pratica non s’è visto nessuno accontentarsi di ordinare asettiche tagliate o il loro equivalente romano, gli straccetti. Tradizionali i clienti e tradizionale anche il ristorante: il pesce nel ghiaccio in mostra all’ingresso, il banco degli antipasti troppo esposto all’aria e alla polvere, la cucina a vista, l’immancabile orologio a parete montato dentro un finto timone di nave, le foto dei vip alle pareti – dai più diffusi e prevedibili (Michele Mirabella, che c’è in ogni ristorante, e Peppino di Capri) a Enzo Biagi, e Fini, e Schumacher. I camerieri, che s’aggirano col tovagliolo al braccio, appena colgono la curiosità dell’avventore non si fanno pregare: dalle zuppiere destinate ad altri tavoli sottraggono piattini di assaggi sostanziosi. Così, dopo una discreta insalata di mare, croccante e non annegata nell’olio, dopo la mozzarella di bufala e un’ottima scarola al forno ripiena (di acciughe, pinoli, uvetta), dopo aver divorato un paio di cestini di pane (ah, il pane di Napoli! Basterebbe solo quello a dare gioia al palato), siamo riusciti ad assaggiare ben tre primi: scialatielli freschi al forno con polpettine, uova, formaggio e mozzarella fior di latte (un piatto un po’ greve ma decisamente “verace”), pasta patate e provola (“Maronna mia!” diceva fra sé e sé il cameriere mentre faceva le porzioni, forse sincero o forse recitante – ma a noi non importava, gli abbiamo creduto), e infine un piattino di lagane e ceci. Tutte cose che si potrebbero cucinare un po’ più modernamente, con sapori meno impastati e con maggior leggerezza: ma in questa versione che più tradizionale non si può danno una sorta di soddisfazione semplice, quasi primitiva. Infine è arrivato il momento della sospirata pezzogna, che non era nel menu (peraltro piuttosto sommario e ad uso del turista anglofono o giapponese) e nemmeno nel banco coi pesci in esposizione. Squisita, di sapore delicato e della consistenza che fino a trent’anni fa avevano le spigole; cucinata all’acqua pazza, dunque senza grassi, e con la testa servita giustamente assieme al pesce sfilettato. Con una Falanghina e il caffè, il conto si aggira sui 40 euro. Si esce soddisfatti, e a quella soddisfazione contribuisce la cordialità spontanea, per nulla servile, del personale.

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