Indirizzo: Via Martiri di Belfiore 33, Quistello (Mantova)
Sito web: www.ristoranteambasciata.com
Prezzi: €50
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Sommario

Quistello (MN) – Ristorante Ambasciata

novembre 2004 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Lombardia Ristoranti

Prenotate con qualche giorno d’anticipo, meglio se all’ora di pranzo, così il ritorno – in quelle zone di fossi e nebbie – vi riuscirà più agevole. Il giorno prescelto, con in tasca una dote di almeno centocinquanta euro ciascuno, uscite al casello di Mantova sud, percorrete una quindicina di chilometri tra ampi fossati e argini del Po, evitate di fermarvi a un paio di trattorie dall’aria molto invitante che incrocerete lungo la strada, e tirate dritto davanti ad almeno un paio di cartelli “vendita capponi”. Attraversate il Po a San Benedetto, e dopo pochi chilometri attraversate un altro fiume striminzito, che è poi il Secchia. Ecco: siete a Quistello, paese dove se chiedete cosa c’è da visitare vi rispondono “l’Ambasciata”; e se insistete con un “Magari anche la piazza? O la chiesa?”, scuotono la testa e dicono con sguardo rassegnato: “No, no. Se vuole vada sull’argine e si faccia due passi lì”. Ma non c’è da preoccuparsi: avete la vostra prenotazione che vi dà diritto di suonare alla prima casa dopo il ponte, che è poi l’Ambasciata. In pochi secondi, dalla paciosa atmosfera rurale di una campagna ricca e grassa – dove c’è sempre qualcuno che sta per andare sull’aia a tirare il collo a un pennuto, e un altro con l’amo impigliato in un pesce siluro – vi immergerete in uno dei locali più belli, raffinati e accoglienti che sia dato di trovare in Italia. Una sala a emiciclo, in cui dai pochi tavoli (solo otto), come spettatori in un’arena, si gode della vista sulla cucina, separata da una vetrata a parete. Dietro la teca di vetro, il reality show dei sette cuochi che lavorano tra fiammate e gesti che sembrano appartenere a una precisa coreografia. Ma lo spettacolo non finisce in cucina: è anche nell’ambiente dove siete seduti, risultato personalissimo di un affastellarsi di collezioni, di decori, di vere e proprie manie. La mania dei tappeti, uno sopra l’altro come nelle moschee; la mania delle cornici e degli specchi, quella per l’argenteria e per i vasi, per le porcellane e i libri da impilare a barriera, quella per i fiori – splendidi, freschissimi, infilati dappertutto. E’ insomma un locale molto elegante, l’Ambasciata: ma di un’eleganza appassionata che non crea atmosfere fredde né compassate, che anziché nel salotto buono vi fa sentire nella casa del vecchio zio svitato, quello ha sperperato allegramente il patrimonio famigliare nelle collezioni più strampalate. I proprietari sono i due fratelli Tamani: Romano lo chef e Carlo il sommelier. Presi dall’atmosfera teatrale, per il piacere dei commensali, recitano l’uno nel ruolo della primadonna e l’altro in quello della spalla. Romano fa il verso al celebre chef Heinz Beck: “Io fare polenta e cuocere in venti minuti”, poi spiega ai presenti come invece si riconosca la polenta vera (“per averla consistente e rugosa ci vuole un’ora e mezza di cottura”); a dei gourmet di Fidenza dice: “Vi voglio sfidare sul culatello!” e comincia ad andare avanti e indietro dalla cantina portando in mostra quei culatelli da cui si aspetta le migliori prestazioni. In tempi di chef asciutti e nevrili (Cracco, Pierangelini, Uliassi…: sono tutti magri, lo è persino quell’orango di Vissani), Romano Tamani colpisce la fantasia: è immenso come i cuochi dei fumetti di una volta, sembra sì far da mangiare ma solo per sé. Il fratello dà il suo contributo al teatrino svuotando il fondo dei bicchieri di spumante e champagne sui tappeti, ché pare gli faccia solo bene.

In una simile atmosfera capita che gran parte dei vicini di tavolo abbia il tovagliolo annodato al collo, capita di sentir parlare solo di cibo – alla mia destra lunghe disquisizioni su come si frigge il pesce gatto, alla sinistra scambi d’opinione sui locali di Manhattan dove si mangia la carne migliore -, capita persino che si finisca per parlarsi da tavolo a tavolo e di venir salutati con l’augurio di buon proseguimento da chi ha finito e se ne va. Frattanto non c’è da distrarsi un attimo: arrivano con l’aperitivo assaggi non previsti (le scaglie di parmigiano reggiano di Quistello, i ciccioli, la pizza alta e soffice sia bianca sia rossa, le schiacciatine mantovane); e col lambrusco di selezione Ambasciata (la carta dei vini è enciclopedica e si finisce per andare sul semplice) arrivano anche i piatti ordinati, quelli previsti dal menu “per gli amanti della pasta” e da un altro con i piatti “della più eletta tradizione del Ducato di Mantova e del Vicariato di Quistello”. In inesorabile successione riceviamo il sorbir d’agnoli in squisito brodo di coda di bue, un grande tortello di zucca in crema di zucca e mandorle di pesca, minestrone asciutto con fagioli bianchi di Spagna e piedino lesso di maiale, la pasta reale in brodo di cappone, una millefoglie di trippa con polenta, il guancialino di maiale stufato… Non parliamo poi dei dolci, tanti da riempire l’intero tavolo, ma parliamo invece dello zabaione, versato caldo e magnificamente spumoso da un paiolo di rame, fino a riempirti il piatto. Si esce in uno stato di rapimento, come può capitare dopo un concerto sinfonico. Se ne parla e riparla nei giorni che seguono, si pensa a quanto si è speso e ci si consola dicendo che però è stata una spesa ben fatta; addirittura si programmano ritorni dicendosi “la prossima volta prendo questo… no, quello, però assaggio quell’altro”.

 

Ristorante Ambasciata, Quistello (Mantova) – tel. 0376 618255

 

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