Indirizzo: Via Lungomare Fatamorgana n. 9 , 89018 - Villa San Giovanni (RC)
Sito web: http://www.boccaccioilpescatore.com/
Prezzi: €25
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Sommario

Cannitello (RC) – Ristorante Boccaccio il Pescatore

luglio 2003 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Calabria Ristoranti

A Cannitello – diciotto chilometri da Reggio Calabria e due da Villa San Giovanni – durante la guerra i pescatori usavano portare a casa dei sassi coperti di alghe. L’acqua in cui erano fatti bollire serviva per cucinare una pasta in brodo dal verace sapore di mare. Oggi questi sassi algosi vengono utilizzati da Aldo Sottilaro, pescatore e gestore della trattoria Boccaccio, per la ricetta del “pesce spada alla pietra” (prezzemolo, aglio, pomodoro e spada, cotti in padella col sasso). Le pietre vengono raccolte in profondità, a circa ottanta metri: è lì che si “ammagliano” nel tramaglio, una rete ordita con fili di tre diversi spessori. Tornata a casa, sul lago di Garda, m’è venuta la tentazione di provare con un pesce locale, magari un luccio, cotto con le viscide pietre del lago, verdastre e quasi scoperte per via della siccità: tuttavia ho subito rinunciato, preferendo il ricordo dei sapori di Cannitello.

La trattoria Boccaccio ha anche una spiaggetta di ciottoli con vista su Messina e, per rinforzare la sensazione di fame, si può cominciare con una nuotata (affittando tutto quel che serve, ombrellone, sdraio ed eventuale camera): anche se a Cannitello non trascorrerei le vacanze, non mancherò di tornarci al prossimo passaggio da Reggio Calabria. Le ragioni per una visita non mancano: il Museo Archeologico della Magna Grecia (progettato da Piacentini), interessantissimo non solo per i famosi Bronzi di Riace e la Testa del Filosofo, ma per tutti i reperti greci del V secolo a.C. trovati a Locri, dalla collezione di Pinakes (ex voto in terracotta con scene legate al culto di Persefone), alle bambole sempre in terracotta con gli arti snodati, agli strigili in bronzo per detergere olio e sudore dopo l’attività atletica (identici a quelli che si usano per togliere il sudore ai cavalli), agli oggetti più curiosi – e curiosamente non sfruttati dall’industria del souvenir – come lo schiaccianoci fatto di due mani in bronzo, articolate per mezzo di un perno posto nel palmo: proprio così faceva mio nonno per stupirmi, però con le sue vere mani. E andrebbe fatta una  gita in Aspromonte, a San Luca (sul versante jonico), paese famoso nel nord Italia per via dei rapimenti e in Calabria per essere patria di Corrado Alvaro.
I gestori della trattoria sono anzitutto pescatori, da almeno tre generazioni, con peschereccio e regolare storia tragica alle spalle: la barca di un nonno tornò con diciassette persone in meno, cadute e disperse in mare per via della scolarrema, cioè lo scontro tra le due contrapposte correnti dello Stretto. Stretto comunque amatissimo, per cui non c’è stata persona con cui abbia parlato a rallegrarsi dell’eventualità che davvero, prima o poi, si dia inizio alla costruzione del ponte. A parte i soliti problemi di appalti e mafia, l’immenso pilastro che da erigere in cima al promontorio di Cannitello sconvolgerebbe il panorama: e gli abitanti sono convinti che il valore di questa estremità della penisola sia nella verginità ambientale (per la verità non manca il solito paesaggio di abusi edilizi e palazzine iniziate e mai finite, le strade attraversate da canali che hanno tutta l’aria di essere sistemi fognari all’aperto, l’orrore dei pilastri del raccordo autostradale che svetta altissimo sul lungomare di Reggio. Tuttavia, appalto per appalto, qui preferiscono di gran lunga il rifacimento della pericolosissima autostrada Salerno – Reggio Calabria).
Ma torniamo al pesce: gran parte di quello che si mangia da Boccaccio è pescato dai gestori. Alici e tonnetti si prendono di notte con la lampara; mentre orate, saraghi, mormore e giallinedde (piccole ricciole che d’estate hanno una livrea gialla), si pescano con la sciabica, una rete fitta in cui restano impigliati sciabacheddi e trigliette. Pesciolini che, fritti in padella in un dito d’olio vergine locale, giusto per coprirli, vengono serviti come antipasto assieme a squisite polpette di pesce spatola e mollica, in sugo di pomodoro e basilico. Il peperoncino non manca e nemmeno l’aglio, tuttavia in dosi moderne, non ammazzacommensale. Comunque, basta sedersi vicino a una finestra e il vento sempre teso dello Stretto attutisce i bollori che, prima o poi, inevitabilmente ti colgono. Una specialità sono gli spaghetti al ragù di scozzetta, che sarebbe la parte pregiata dello spada, quella che si trova tra la pinna e il collo. Immancabili poi, tra i secondi, gli spiedini di spada e calamari, ripieni di parmigiano, pangrattato, aglio, pepe nero, olio e – curiosamente – un pizzico di burro.
La trattoria, al primo piano (sotto c’è il bar), è spartana negli arredi come la mensa di una colonia di suore, e senza nemmeno ammennicoli religiosi appesi alle pareti. L’atmosfera è di confusione allegra, un misto di bagnanti e gente del paese, di facce da politici o politicanti locali, impiegati statali che alle due hanno già terminato la giornata lavorativa, turisti scaltri che conoscono e coltivano i luoghi non turistici.
Dopo un pasto a dir poco abbondante e sapido, accompagnato da un innocuo vino bianco sfuso siciliano (della zona di Pachino), terminate le operazioni con un bicchierino di Nigrizia (digestivo alla radice di liquirizia, prodotto nel paese grecofono di Bova Marina, sulla costa ionica), infine arriva il conto: prevedibile, in linea con le aspettative, sui 25 euro.
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