Indirizzo: via Victor Hugo 4, Milano
Sito web: www.ristorantecracco.it
Prezzi: 120-165€
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Sommario

Milano – Ristorante Cracco

febbraio 2013 - Sette - Corriere della Sera - Lombardia Ristoranti

Negli ultimi mesi l’immagine di Carlo Cracco è slittata da quella di cuoco avanguardistico e chic a quella di personaggio pop: copertine spiritoso/trash di giornali “maschili”, il ruolo di giudice bello e implacabile a Masterchef, il talent-show più acclamato della stagione, i cartelloni stradali con la sua gigantografia, un best seller di ricette facili, Se vuoi fare il figo usa lo scalogno. Morale: Cracco è diventato talmente star che non si parla più del ristorante. Per fare il punto, siamo dunque scesi nel suo elegante bunker, nel ventre di Piazza Duomo. Si può scegliere tra un menu degustazione da 140 euro e uno da 165. Se invece vi limitate a tre portate, potete farcela con 120 euro. La qualità di materie prime, ideazione e realizzazione è altissima. Alcuni piatti, tuttavia, possono risultare poco incisivi, e sbagliare ordinazione con questi prezzi è particolarmente seccante. Fossi in voi, sceglierei il raffinato e carezzevole il brodo di sambuco con scampo e nocciole; i fenomenali spaghetti al succo di peperone e acciughe essiccate; la squisita la crema bruciata all’olio di oliva e garusoli (lumache) di mare; gli aromatici  filetti d’orata scottati su croccante alle nocciole.

Finito il pasto, tutti in cucina per la foto ricordo con Cracco (se c’è) e con il suo braccio destro Matteo Baronetto: turisti stranieri, gourmet trepidanti, genitori venuti da lontano per festeggiare un esame del figlio studente. Si va da Cracco con lo stesso spirito con cui molti si sono precipitati a Londra per il concerto degli Stones. Buona parte dei pezzi sono memorabili, altri hanno meno mordente, ma si torna a casa con l’idea di aver partecipato a qualcosa che il giorno dopo sarà da raccontare.

Indirizzo: Via Victor Hugo, 4, 20123 - Milano
Sito web: http://www.ristorantecracco.it/
Prezzi: €150
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Milano – Ristorante Cracco

febbraio 2013 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Lombardia Ristoranti

Nell’ottobre 2003 vi ho raccontato le mie impressioni sul celebre ristorante milanese Cracco-Peck (ora si chiama solo Cracco, e, a detta di tutte le guide, è tra i dieci migliori ristoranti italiani). Era, forse, un articolo con un eccesso di impertinenza, dovuto al fatto che mi aveva maldisposta attendere per quaranta minuti prima di poter sedere al tavolo prenotato. Oggi probabilmente avrei la mano più leggera: al di là dei miei gusti personali, Carlo Cracco fa un lavoro d’avanguardia con risultati ragguardevoli, elevando il fiacco livello ristorantizio di una Milano che più grigia non si può. Fatto sta che da allora non sono più andata a mangiare nel sottosuolo di via Hugo (la sala è al piano meno 2), mentre prima di scriverne c’ero stata diverse volte. Fino a pochi giorni fa mi ripromettevo di tornarci per verificare il mio primo giudizio. Ma le cose non vanno mai come ci si aspetta. Infatti, la settimana scorsa, uno degli editor di un’importante casa editrice mi cerca e, invece di parlarmi di libri, mi consegna una ricevuta fiscale e mi racconta una storia che rimetto al vostro giudizio.

Era andato a cena al ristorante Cracco. Immaginatevi un giovane vestito in trasandato total black, accompagnato da una scrittrice latino-americana tutta gonnelloni, capelli grigi, pendagli etnici, scarpe da suora laica. Completava il trio una ragazza dell’ufficio stampa, jeans, scarpe da ginnastica, borsoni pieni di bozze. I tre arrivano, aspettano nel salottino dell’ammezzato venti minuti oltre l’orario della prenotazione, finalmente vengono fatti accomodare al tavolo. L’editor ha sete, chiede che nel frattempo gli portino una birra. Poi, quando gli porgono il librone-monstre dei vini, dichiara la propria incompetenza e chiede al sommelier di portargli un “borgogna rosso francese” (come dire “barolo rosso piemontese”: due specificazioni di troppo).
Sul finire del pasto, finisce anche la bottiglia scelta dal sommelier, che a quel punto suggerisce di passare a un “vino più morbido e di migliore qualità” (e per fortuna che la prima bottiglia, quella più scadente, l’aveva scelta lui!); l’editor gli lascia fare la scelta. Arriva il momento del conto: 1270 euro. Di cui 10 imputabili alla birra; 240 alla prima bottiglia, “Nuits St Georges 1997 Leroy”, e ben 685 alla seconda, “Richebourg 2000 Leroy”. E’ un conto che l’editor non può ovviamente presentare alla sua azienda: nel mondo dei libri, simili dissipazioni non sono previste. Chiede spiegazioni al sommelier: “Ma lei non ha visto che di vino non so nulla? Ho iniziato ordinando una birra!” “Dottore, pensavamo che lei se ne intendesse”, gli risponde l’altro.
A sentire questa storia vengono in mente quelle sugli incauti giapponesi o americani raggirati nei ristoranti di Venezia e nei night di via Veneto a Roma. Eppure il ristorante Cracco non mira al turista mordi e fuggi, da spremere all’insegna del “tanto, chi lo vede più?”. D’altra parte, chi lavora in una casa editrice non dovrebbe vivere nelle nuvole letterarie come gli scrittori con cui ha a che fare.
Tuttavia, come si fa con le pubblicità ingannevoli o con le cartomanti, bisognerebbe proteggere i consumatori dalla loro tontaggine, e credo che sarebbe auspicabile un codice etico per cui i sommelier si prendano la briga di mostrare ai committenti, indicandolo sulla carta, quale vino gli si stia proponendo. Non ci vorrebbe molto, né si tratterebbe di un gesto privo di stile, incongruo col tono del locale.
Ristorante Cracco, via Victor Hugo 4, Milano. Tel.: 02 876774
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