Indirizzo: Via del Pantheon, 55, 00186 - Roma
Sito web: http://www.ristorantefortunato.it/
Prezzi: €60/70
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Sommario

Roma – Ristorante da Fortunato

settembre 2008 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Lazio Ristoranti
Ormai i cosiddetti “dehor” sono il refugium fumatorum di bar e ristoranti. Se vuoi sederti all’aperto per prendere aria buona prima dell’inverno, puoi scordarti di raggiungere lo scopo. Alla congiura dei tabagisti non sfuggono i tavoli esterni di Fortunato al Pantheon, trattoriona romana con prezzi da ristorante, frequentata dai politici, dai loro questuanti e dagli immancabili turisti. Come se non bastasse il fumo, i vasi che delimitano il recinto sono orrendamente zeppi di mozziconi ingialliti, intrisi dell’acqua che irriga i cespuglietti di bordura. Mangiando all’aperto, bisogna dunque ricordarsi di tenere lo sguardo saldamente al di sopra del tavolo. Sguardo che verrà catalizzato da alcuni reperti del passato, tipici dei ristoranti dei vecchi alberghi termali: stuzzicadenti confezionati singolarmente, in bustine col logo del ristorante, infilati nella pepaiola scoperchiata; saliera già sul tavolo, a precedere l’arrivo del cliente; menu con copertina pesante in similpelle marrone, farcito di buste di plastica trasparente in cui sono infilate le liste delle pietanze – oggetti fané e forse anche un po’ antigienici. Vagli a spiegare che il sale si porta in tavola al momento in cui potrebbe servire, e non lo si lascia come soprammobile con cui far giocherellare i clienti; vagli a spiegare che fa un po’ ribrezzo toccare quei menu plasticosi, passati in chissà quante e quali mani prima di incollarsi alle tue dita; vagli a spiegare che i cracker e i grissini imbustati, in un locale dove si spendono 60/70 euro, sono scorciatoie inadeguate, da pizzeria. Il pane, invece, è buono: ottima crosta, ottima mollica. L’interno del ristorante non sfugge all’estetica nostalgica di un passato ruspante in cui eravamo (forse) migliori, con le pareti costellate di quadretti da casa della zia, e le photogallery di celebrità della politica ormai defunte o quantomeno invecchiate. Sono pareti tematiche: c’è quella dei presidenti dei paesi del G8, quella dei capi del governo e dei ministri, quella delle celebrità anche religiose. All’interno è gradevole l’illuminazione, delicata e soffusa, da conversazione politica riservata, da trattativa sottobanco, da toni curiali e tenui gestualità di mani ben curate. Il cibo è perlopiù malriuscito. Al cliente non viene risparmiato alcun effetto speciale, di quelli che si ottengono usando a profusione sale, pepe, aglio e grassi. Le cotture sono grossolane (la spigola alla griglia, per esempio, è troppo cotta, sfatta, forse anche per la non eccelsa qualità). Le polpettine di vitello hanno un intingolo la cui base di trito di verdure non è risolta, sembra appena frantumata col minipimer; e la polenta che le accompagna è una banalissima fetta arrostita, secca e impermeabile al sugo. I rigatoni alla gricia sono una badilata di sale, e le verdure grigliate nascondono insidiosi pezzi d’aglio. Siamo insomma dalle parti della solita cucina nazional-popolare romanesca, trucidamente eseguita. Resta comunque un locale interessante per il suo campionario antropologico, servito da personale collaborativo e fin troppo efficiente. Abituati a “far girare” i tavoli, i camerieri di Fortunato tendono a togliere i piatti man mano che si svuotano, senza aspettare l’ultimo commensale che incautamente s’attardi. Oltre al caviale russo – in menu tra il culatello e i tortellini in brodo – c’è una sezione speciale con piatti per celiaci e diabetici. Non mi era mai capitato di vederne, pur frequentando spesso i ristoranti. La politica ammala, se ne deduce.
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