Indirizzo: Ibla, Via Capitano Bocchieri, 31, 97100 - Ragusa
Sito web: http://www.cicciosultano.it/ristorante-duomo/
Prezzi: €110
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Sommario

Ragusa Ibla – Ristorante Duomo

maggio 2005 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Ristoranti Sicilia

Si stampano libri la cui logica editoriale ha qualcosa di inafferrabile. Per esempio: cosa mai può spingere all’acquisto di Onorevoli a tavola, Parlamento e Governo confessano i loro gusti in cucina. 105 ricette di politici eccellenti (Gambero Rosso editore, euro 13,50)?

Gli onorevoli/chef l’avranno ricevuto in omaggio, e così pure i giornalisti; ma gli altri? Ve la vedete una casalinga precipitarsi in libreria per acquistare Onorevoli a tavola, convinta di trovarvi la soluzione ideale per la cena coi suoceri? O un impiegato arrivista, per quella con capufficio e signora? Possibile che ci sia chi è curioso della ricetta di Tana De Zulueta o di quella dell’onorevole leghista Edouard Ballaman? Esiste davvero qualcuno che voglia sapere come avvenne che l’onorevole La Russa, con la sua pasta alla Norma, rifiutò il primo premio in una gara di “cuochi famosi”?
Personalmente, trovo che l’unico vero pregio di questa raccolta sia nelle parole con cui l’onorevole Filippo Mancuso – noto per la fenomenale tenacia dei suoi risentimenti e per l’eloquio straordinariamente forbito – torna alla propria infanzia: “Vengo da un paese piccolo della Sicilia dove i miei genitori erano maestri elementari. La vita era così ristretta che si apparecchiava solo alle feste, che erano due o tre all’anno. Si mangiava solo carne di pecora. Era così ambita che si chiamava ‘carne a paradiso’. Che elemento di gioia trascendente poterne gustare! Tutti erano contenti, i contadini, gli insegnanti, il farmacista ed anch’io che allora ero bambino”.
E ancora: “Essendo quello siciliano un popolo povero, ha costruito l’idea del dolce costipandolo di molte qualità nel delirio della fame. Era come una gara a chi ci metteva più ingredienti sino a renderli perfetti. Come la Cassata Siciliana, che origina dagli arabi ma che è arricchita dall’esaltazione fantastica dei poveri”.
Bene: di tutto questo, della povertà, della “carne a paradiso” e del sogno delirante degli affamati, a Ragusa Ibla, nel ristorante Duomodi Ciccio Sultano, non v’è traccia. E’ probabilmente il ristorante più noto della Sicilia, e indubbiamente il nome dello chef aiuta: è già in sé un’idea di marketing, come un libro con titolo e copertina azzeccati, di quelli che quando sei in libreria e osservi la distesa immobile di colori saltan fuori come pesci dalla superficie dell’acqua. E non è solo il nome: anche il contesto aiuta ad arrivarvi in uno stato d’incantamento e curiosità positiva. La strada che da Modica porta a Ragusa, per esempio, è una delle più belle d’Italia: larga, sinuosa, a mezza costa, senza un cartello pubblicitario e immersa in uno straordinario paesaggio di verde pietroso. E la città: un presepe abbarbicato al dorso d’un rilievo. E i circoli: mentre a piedi si risale fino alla piazza del Duomo, s’incrocia il Circolo San Giorgio, poi quello degli operai, poi quello di San Giuseppe del Santissimo Rosario: i soci – maschi, ça va sans dire – seduti fuori, all’ombra, agghindati e azzimati, a scrutare il passaggio e probabilmente a commentarlo. Infine, sulla piazza, un circolo lussuoso, i cui soci non stanno per strada: il Circolo della Conversazione, già sede in di un tempio massonico. Se a noi, insomma, pare di vivere nella società della comunicazione, a Ragusa sembra ancora esistere quella della conversazione.
Anche da Ciccio Sultano le sale piccole e raccolte, le pareti con tappezzeria azzurra a fiorellini bianchi e le ceramiche di Caltagirone creano un clima da salottino adatto alle chiacchiere di clienti poco chiassosi. Il menu è ricco e la scelta è difficile, ma il cameriere (molto competente e gentile, tanto che poi si rivelerà socio dello chef) vi aiuterà a districarvi tra i tanti piatti che vorreste assaggiare.
Per prima cosa vengono messe in tavola ben otto varietà di pane e focaccia – che però non mi sembrano essere la miglior prova dello chef. Squisiti, invece, il tortino di gamberi rossi “con salsa di suoi coralli” e zucchine stufate, e la coda di rospo con salsa di menta e verdure in agrodolce. Per non dire del piccione appena scottato, servito su puré di patate poggiato a sua volta su un’ostrica Belon; della tartare di acciuga e tonno; degli spaghetti freschi con bottarga e succo di carota – un piatto ottimo e difficilissimo da gustare, poiché richiede acrobazie per non sporcarsi. Accanto a me, una coppia di bolognesi voleva comprare una confezione di spaghetti dello chef, e soprattutto voleva conoscerlo. Erano venuti fin lì spinti da Gusto, rubrica-francobollo in coda al Tg5 delle tredici. Il potere della televisone: puoi anche essere su tutte le guide gastronomiche della terra, ma la popolarità che ti dà mezzo minuto sullo schermo all’ora di pranzo è quella che fa davvero la differenza.
La zuppa di pesci misti e il cuscus con pistacchio e menta, gambero e ombrina è un piatto un po’ ridondante (non per colpa dello chef) ma ben eseguito.
Belle posate Sambonet, magnifico tovagliolo di lino, meno necessario il tenue sottofondo musicale, una specie di compilation fusion jazz. Col cibo, ormai, in gran parte dei ristoranti viene servito anche un tappeto sonoro. Strana consuetudine: sarebbe interessante scoprire come mai a un certo punto si sia deciso di aiutare la degustazione con la musica anziché col silenzio.
Conto importante, di 110 euro, ma per un pasto in cui non ci si è negati proprio nulla: dieci piccole portate, una bottiglia di bianco Pietramarina dell’Etna e un bicchiere di rosso Frappato dell’Acate.
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