Indirizzo: Via Modane 20/a - Torino
Sito web: http://www.ristorantespazio7.it/
Prezzi: €40
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Sommario

Torino – Spazio ristorante, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

giugno 2003 - Ventiquattro - Il Sole 24 Ore - Piemonte Ristoranti

Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, curiosamente, gli orari del ristorante interno non hanno nulla a che vedere con quelli della mostra in corso. Se è possibile attardarsi nelle sale dell’esposizione fino alle 19, il ristorante apre solo per cena e dalle 20 e 30. Questa strategia commerciale ti fa supporre che la cucina sia davvero imperdibile, come del resto abbiamo letto su un giornale, che la definiva “a cinque stelle”: altrimenti che ci fai, parcheggiato per un’ora e mezza nel giardinetto di fronte alla Fondazione? Osservi con occhio benevolo i cani portati a fare i bisogni, dài un’occhiata ai ragazzi che si rovinano l’appetito a forza di cocktail nel bar interno di foggia stagnoleggiante, e, per sfuggire al volume della musica programmata dal dj che allieta l’ora dell’aperitivo, decidi di fare quattro passi nel vecchio quartiere operaio. Dove, peraltro, non c’è granché da vedere: vialoni, auto parcheggiate, case popolari d’antan – che oggi sembrano graziose -, qualche bar buio e odoroso di fiati alcolici e sigarette, con i pensionati che giocano a carte. Passeggiando rivedi le immagini della mostra che hai visitato: una straniante, straordinaria, stupefacente serie di videoinstallazioni di Doug Aitken. Il tema principale dei grandi pannelli avvolgenti su cui scorrono le immagini è la perenne trasformazione del mondo, in gran parte rappresentata da immagini filmate in Antartide e Patagonia, con acqua che scorre, ghiaccio che si sbriciola, cascate, rivoletti, gocce. E tu, spettatore al centro di questo fluire, rappresenti l’unica cosa che resta, apparentemente intrasformata. Uno degli allestimenti multimediali – con tre pannelloni che inscenano storie diverse: un negro che cammina e canta e inveisce in qualche bidonville, un giapponese incravattato che parla da solo in una stanza, una ragazzina che gioca a squash senza racchetta, a manate – ha al centro un enorme pouf circolare, ad anello. Nel buio dell’ambiente, avvolta dalle immagini e dai suoni che le corredano, una ragazza longilinea e chic è accoccolata ai piedi della ciambella, immobile. Ti convinci che la ragazza sia una pensata dell’artista. Una bambola installata lì, anch’essa, a rappresentare un perno umano intorno al quale ruotano le scene del video. Poi, però, con tua grande delusione, l’installazione volta la testa: “Allora ci vediamo più tardi!” esclama nel telefonino che non avevi visto, si alza e se ne va caracollando sui tacchi. In pratica, con il tremendo rumore della musica prodotta dal bar della Fondazione, l’unico posto dove poter telefonare in santa pace era tra i suoni eleganti e soffusi della mostra.

Comunque, diligentemente, aspetti l’ora di cena. All’apertura sei il primo cliente, e per lungo tempo rimarrai anche l’unico. Il ristorante è in uno stanzone blu al primo piano, sopra il bar: per via del voluto effetto notte, stellata da fiochi lumini, per l’aria condizionata un po’ troppo energica, per quei tavoli bianchi con sedie bianche come letti d’ospedale, per l’atmosfera asettica e razionale, potrebbe ricordarti la morgue, magari quella surreale di un film di Cronenberg. Musica anche qui piuttosto alta (e superflua se non noiosa), con brani che spaziano dalla west coast alla disco.
Colpisce l’esiguità del menu: sedici portate dall’antipasto al dolce, mentre nella carta dei vini è presente l’immancabile Dolcetto di Dogliani, che poi invece manca. Carne, pesce, quaglie e cous cous, insalata di soja, un pot-pourri tra il creativo e il di tutto un po’. Pian piano l’ambiente si anima. Arrivano un paio di comitive di ragazzi, nonché si palesa la zarina, vale a dire Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, con famiglia. Subito il suo tavolo s’affolla di camerieri: uno, piuttosto goffo, per raccogliere una posata si mette carponi sul pavimento e s’infila sotto la tovaglia, giusto accanto alle gambe della signora. Un altro, il gestore, in grigio, uomo dalle curiose elaboratissime basette a sciabola che terminano una nella piega delle labbra e l’altra sul pomo d’Adamo, non perde d’occhio la signora per un solo istante. Della cena non c’è altro da dire, il cibo è poco commentabile per via di quello svantaggioso misurarsi di aspirazioni e risultati. Conto sui quaranta euro a testa. Poi ti offrono il passito, la grappa o quel che vuoi.
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