Indirizzo: Via dei Nari 14, Roma
Sito web:
Prezzi: €80
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Sommario

Roma – Supper Club

gennaio 2007 - Il Sole 24 Ore - Domenica - Lazio Ristoranti
E’ più comodo mangiare sdraiati o seduti? Potendo scegliere, preferisco l’ordinaria consuetudine di sedia e tavolo, ma al Supper Club di Roma, succursale del primigenio olandese (che ha poi filiato anche a San Francisco, Istanbul e Kiev), si fa semi-sdraiati. Immaginate un ristorante che nel suo sito viene raccontato con parole quali “creative team”, “concetto contemporaneo del Dorming” (?), “esperienze multisensoriali”; immaginatelo però a pochi metri dal Pantheon, a Roma, in un palazzo medievale, tra soffitti altissimi, colonne, scaloni, luci basse e una sala quasi interamente occupata da un’immensa pedana simile a quelle dei ring con al posto delle corde uno schienale ininterrotto: è il divano bianco dove vi semi-sdraierete per consumare il pasto. Ma andiamo per ordine: all’ingresso del palazzo vi fermerete al guardaroba, dove lascerete i vostri cappotti a una signorina abbigliata in stile punk-neobarbarico (mutande a braghetta, reggiseno corazzato e abitino di rete a maglia larghissima). Al bar, passaggio obbligatorio per accedere alla sala dove si cena, si viene presi in consegna da un ragazzo che ai piedi calza un paio di ciabattone in plastica blu, da doccia: probabilmente per poter salire agilmente sul divanone senza doversi ogni volta sfilare le scarpe. C’è una console col veej, una parete su cui vengono proiettate immagini pop, e lo schienale del divano-ring che, dopo aver abbandonato le scarpe, scavalcherete per occupare il posto assegnato. Il menu, di quattro portate, è fisso (con variazioni previste per chi ha intolleranze alimentari o è vegetariano). La lista dei vini non è molto ricca, perlomeno non quanto quella dei cocktail. Fatta la vostra scelta, avvolti in una luce soffusa che vi impedirà di notare se le calze degli altri avventori siano bucate, comincia lo spettacolo. Nel senso che vi divertirete a osservare “il popolo del divano”: chi mangia, chi si bacia anche molto appassionatamente, chi si fotografa guancia a guancia, chi si fa massaggiare la testa e le spalle (nel prezzo è inclusa una massaggiatrice), chi familiarizza coi vicini di schienale. A occhio e croce i clienti sono perlopiù stranieri. Quanto al cibo – che sistemerete su un tavolinetto poggiato sul divano – la qualità è altalenante ma non scadente, e del genere solitamente definito “cucina creativa”. Abbiamo assaggiato un discreto spiedino di scampi, mela, crema di menta e carta-musica; seguito da un gustoso brodetto di patate, con uovo cubico e asparagi. Nel frattempo, a metà pasto, tra i divani si palesa la guardarobiera: adesso è vestita da Cat Woman e si esibisce in una performance che ricorda la mascherata di Eyes wide shut. Il veej, conciato à la Sai Baba, impazza: la musica è sempre più alta e la conversazione riesce solo a chi non si senta a disagio nel parlare con le labbra poggiate sull’orecchio dell’interlocutore. La terza portata, un trancio di salmone in crosta, è salatissima. La schiena comincia a dolere, non si trova una posizione davvero comoda, e ogni volta nel tentarne una nuova (gambe distese o incrociate?) si rischia di travolgere il tavolinetto facendo rovinare i piatti sul divano bianco. In definitiva una serata curiosa, divertente per chi non mette piede in un locale notturno da decenni, e qui se lo trova servito col compromesso della cena. Conto, incluso l’aperitivo, sugli 80 euro.
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