Indirizzo: Piazza della Scala, 5, 20121 - Milano
Sito web: http://www.trussardiallascala.com/
Prezzi: €25/50
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Sommario

Milano – Trussardi Cafè

novembre 2010 - Il Sole 24 ore - Domenica - Lombardia Ristoranti
Sei un impiegato o un professionista che lavora a Milano, nei pressi del Duomo o della Scala. Oppure sei un turista appena uscito dal Poldi Pezzoli o da una sessione di shopping nelle vie più lussuose centro. Sei un intellettuale flaneur (non in miseria), che ama sentire il clangore dei tram mentre osserva la prospettiva del Piermarini. Sei una bella ragazza da poco in città e vuoi respirare l’aria di quella Milano che, pur nella crisi generale, mantiene qualcosa di moderno e alla moda ma con un tratto ancora umano e civile – che è poi il motivo per cui, pur lamentandosi, chi ci vive non trova alternative urbane altrettanto allettanti. Sei dunque uno di questi personaggi, o te li senti vicini, e hai fame e cerchi un locale luminoso, che serva cibo non avvelenante, con la cucina sempre aperta, à la page ma che non ti sbanchi, e che non sia triste come gran parte dei locali che vivono dei pranzi frettolosi degli impiegati, con quei fornetti che riscaldano pietanze cucinate industrialmente in aziende dell’hinterland. Ecco: quel luogo può essere il Café Trussardi, e in particolare la grande sala/acquario, con le pareti di vetro e il cosiddetto “verde verticale” (pareti e soffitti attrezzati per contenere piante), verde rigoglioso e ben curato che dall’alto penzola su chi mangia. Sovrastato dalla boscaglia muscosa, racchiuso da una teca di vetro come un gioiello esposto in vetrina, spazi con lo sguardo sul fianco della Scala, sull’ingresso del Filodrammatici, sul groviglio di motorini e biciclette parcheggiati, sul susseguirsi di frettolosi uomini in gessato che escono da banche ed entrano in finanziarie, o di belle signore perfettamente agghindate. Spettatore in prima fila della vita del centro città. Quanto al cibo che ti proporranno, è un curioso compromesso tra l’alta cucina del piano superiore – dove ha sede il ristorante bistellato – e piatti da bistrò adatti a chi va di fretta. In entrambi i casi, la cucina dipende dallo chef Andrea Berton. Il compromesso zoppica, benché sia quanto di meglio si possa trovare nel centro di Milano a queste condizioni. Il riso al salto con cozze e zucchine, per esempio, è il contrario di quello che ci si aspetta: anziché basso e croccante è un disco alto e un po’ impapponito, sfarfallato; ma le cozze sono squisite, cotte alla perfezione, come non capita neanche nei più noti ristoranti di pesce della città, dove le servono rinsecchite dagli eccessi di cottura. E il galletto alla senape in grani con verdure alla plancia è di ottima qualità, con un punto di cottura perfetto: coglie l’istante elusivo tra il non essere più al sangue e il non essere ancora filaccioso. Ma il sapore di senape è eccessivo, sembra di mangiarla a cucchiaiate. Il vitello tonnato è minimalista ma gustoso. Nell’insieme, sono piatti costruiti con materie prime eccellenti ma perlopiù bisognosi di un’identità meglio definita, quella che serve per affezionarsi e voler tornare in un locale per riassaggiare un piatto specifico. Un po’ molestati, questo va detto, dal sottofondo di una musica discotecara sciocca e mal diffusa, tutta toni alti. Puro fastidio urbano che non si capisce perché venga ritenuto ovunque un necessario condimento del pasto contemporaneo.
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