Indirizzo: Piazza Del Porto, 2, 57027 - San Vincenzo (LI)
Sito web:
Prezzi: €20/25
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Sommario

San Vincenzo (LI) – Zanzibar

agosto 2005 - Il Sole 24 ore - Domenica - Ristoranti Toscana

“Le ostriche costituiscono un cibo del tutto insufficiente per il lavoratore, ma sono perfette per il sedentario come cena prima di una bella dormita”. E’ una citazione tratta da Biografia sentimentale dell’ostrica di M.F.K. Fischer (Neri Pozza, 12 euro), libriccino che racconta ricette e aneddoti sulla vita delle ostriche (o, meglio: sia sulle ostriche da vive sia su quelle ormai in veste di cibo). Qualora, per esempio, le collegaste solo a casi di intossicazione o a presunte qualità afrodisiache, ecco che l’autrice ve ne ricorda anche il non trascurabile coté intellettuale: Sapendole ricche di fosforo, Cicerone se ne nutriva per favorire la propria attività oratoria, e Luigi XI obbligava consiglieri e strateghi a cibarsene ogni giorno per migliorare la resa del proprio cervello. Personalmente, pur non coltivando velleità di incremento dell’intelligenza, quando mi chiedono se nel “crudo di pesce” voglio anche le ostriche, dico comunque di sì. Lo faccio solo per offrire al mio palato quella fredda e rugginosa boccata di mare e quella particolare consistenza molle ma non sfatta, e non sto nemmeno a fare la difficile pretendendo che siano Belon 00 o scegliendole in base alla provenienza. E’ andata così anche allo Zanzibar di San Vincenzo, pochi giorni fa: gamberi, scampi, cernia, branzino crudi, e ostriche di origine imprecisata. San Vincenzo è il classico paesino toscano sul mare, con immancabile porticciolo e poco altro di bello a parte quello che in molti reputiamo il miglior ristorante italiano (è il Gambero Rosso, dove però è molto difficile trovare posto: sicché, una volta in loco, mi sono procurata delle alternative).

Siamo a pochi chilometri da Castagneto Carducci e dai luoghi di produzione di eccellenti vini rossi: Sassicaia, Ornellaia e Gaja (ovviamente non il celebre Barbaresco, ma il nuovo, raffinato, Ca’Marcanda). Siamo anche nei pressi di una delle più belle spiagge italiane (il golfo di Baratti) con annessa necropoli etrusca sottostante l’acropoli e il borgo medievale di Populonia. Insomma, se siete di quelli che si sentono in colpa nel fare gite la cui meta sia solo gastronomica, avete ottimi motivi accessori per andare a San Vincenzo e, dopo aver esposto le ossa agli ultimi tepori pre-autunnali, fermarvi a pranzare appunto da Zanzibar, enoteca e ristorante sul porticciolo, proprio accanto al Gambero Rosso di Pierangelini. Si può mangiare all’aperto, o all’interno in un’atmosfera allegramente estrosa: i pochi tavoli sono apparecchiati ciascuno in maniera diversa, le tovaglie decorate con petali di fiori e foglie, gli arredi all’insegna di una fantasia che diverte e di un eclettismo che non infastidisce. Il locale è gestito da un manipolo di signore appassionate di vini e champagne (e bisogna vedere con quanta cura si occupano di raffreddare col ghiaccio i bicchieri e si preoccupano della temperatura delle bottiglie!), signore che da qualche anno offrono anche piatti di pesce locale (quindi, a parte le ostriche, l’offerta è dovuta alle condizioni del mare e ai fermi di pesca). In alternativa al pesce, sul menu, ho visto solo penne al pomodoro e linguine ai porcini. Di sera, il prolungarsi dell’ora dell’aperitivo fa sì che l’ambiente sia piuttosto chiassoso: dunque l’ora di pranzo è senz’altro preferibile. A parte il pesce crudo, abbondante e freschissimo, ho assaggiato pasta con calamaretti e scampi appena rosata e un po’ troppo saporita, e branzino (non di allevamento) al vapore. Preferito da me e dai miei commensali a triglie e scampi, il branzino ci è stato proposto in tre versioni: cotto al forno, all’acqua pazza, o al vapore. Quando il pesce (e diamo per scontato che sia fresco e non allevato) passa per le mani di cuochi non eccelsi, viene spesso rovinato; ma, poiché non sempre mangiamo da Pierangelini o da altri di simile livello, il crudo e la cottura a vapore sono delle garanzie. Tanto per contraddirmi, dopo il pesce al vapore ho assaggiato anche il fritto (che qui chiamano “tempura di paranza”), con grande soddisfazione. Sazi e appagati, abbiamo chiesto il conto, e, nell’attesa, ci siamo visti offrire uva, cioccolato amaro e Aleatico dell’Elba: delicatezze sempre piacevoli anche se non richieste. Conto sui 70/80 euro, per un pasto le cui portate variano dai 20 ai 25 euro ciascuna. Usciti dallo Zanzibar, abbiamo fatto due passi nella zona pedonale, in una strada interna del paese, dove i ristoranti sono dotati di gazebo di plastica e vetro piazzati in mezzo alla strada a mo’ di gabbia. Strutture orrende la cui installazione è ormai consentita dalle amministrazioni comunali di tutt’Italia, questi involucri di plastica spesso sporca e ingrigita servono per proteggere dalle intemperie chi mangia all’aperto; e, nel volgere di pochi anni, hanno soppiantato l’eleganza aerea degli ombrelloni e dei pergolati. La loro bruttezza esterna è pari all’orrore di mangiarci dentro, sigillati come in un Tupperware e, d’inverno, mezzi fritti dalle stufe a fungo. Studiati per sfuggire alla categoria “abusi edilizi”, la ricalcano in quella degli scempi estetici.
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