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Sommario

Sono meglio i romanzi o i racconti? Dialogo con Emanuele Trevi

settembre 2018 - Sette - Corriere della Sera - Storie

Camilla B.: Come lettrice, preferisco i romanzi ai racconti, proprio come in veste di scrittrice preferisco lavorare su storie che abbiano tanti personaggi, contengano digressioni, sviluppi e contorcimenti, descrizioni del paesaggio, della situazione storica e sociale. E poi ci deve essere un intreccio, ossia lo svolgimento della complessità, gli inghippi, i sogni malrisposti, i tradimenti. Voglio entrare in un ambiente e, come può capitare solo dopo aver letto o scritto almeno 50 pagine, dimenticare me stessa e precipitare nel mondo del libro. Ma un romanzo, con tutta questa complessità, difficilmente è perfetto. Ci possono essere sezioni traballanti o malriuscite. Ai racconti, che molti lettori raffinati preferiscono, si chiede invece purezza, equilibrio, assenza di sbavature. Non è così Emanuele?

Emanuele T.: Mia cara Camilla, io invece sono talmente gratificato dalla scoperta di un bel racconto, che in questo gioco prendo volentieri il ruolo del paladino delle forme brevi. Sono tra coloro che, tra “La morte di Ivan Il’ic” e “Guerra e pace”, sceglierebbero sempre il primo. Mi piace molto la tua definizione del romanzo come un “ambiente”. Credo che, al di là dei personaggi e della descrizione, il segreto del romanzo consista nel fatto che la durata della lettura è un equivalente della durata della vita. Il racconto invece appartiene alla razza della poesia: il tempo viene solo enunciato, è un segno, un simbolo. C’è un tasso di arbitrio e di astrazione decisamente superiore. Direi che un racconto è un’immagine credibile del mondo proprio perché se ne distacca radicalmente, come una mappa dal territorio che descrive e delimita.

C.B.: Emanuele, d’ora in poi quando leggerò un racconto ben riuscito, uno di quelli che ti trafiggono con l’esattezza delle descrizioni, me lo figurerò come il quadratino di una carta geografica, estratto dal mappamondo. Ma procedendo con questa tua similitudine, potrei dire che il romanzo ambisce invece a essere il mappamondo: richiede una circolarità e spessore. “Il teatro di Sabbath”, il mio libro preferito tra quelli di Philip Roth, contiene una profondità temporale fatta di ricordi, fantasie, proiezioni; e poi c’è l’America, la Seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto, la psicoanalisi, la Croazia, il Giappone, il sesso, i mari, i fiori di montagna, l’amicizia, la scaltrezza, la descrizione di un lavoro (il burattinaio) con le tecniche e le patologie conseguenti. Se quel romanzo fosse edilizia, sarebbe un condominio, con i garage, i negozi al piano strada, i locali caldaia, gli uffici, gli appartamenti per single e quelli per famiglie, la stanza del portiere, i pianerottoli.

E.T.: Quello che mi ha sempre stupito nei romanzi, è l’esiguità delle cose che ricordiamo comparata alla mole di quelle che leggiamo: è come la scia di una barca che si richiude come se non fossimo mai passati di lì. Del “Teatro di Sabbath” potrei dirti che è uno dei più bei libri che ho letto in vita mia, ma cosa ne ricordo ? Un inizio fulminante, gli amici di Sabbath che prendono il Prozac, una scena al cimitero, Sabbath avvolto nella bandiera americana…Insomma, non saprei dirti esattamente di cosa parla. Eppure, lo considero un libro fondamentale ! Un racconto Cechov o di Alice Munro, invece, lo potresti raccontare dettaglio per dettaglio. Non così bene, certo, ma insomma, come un bambino può ripetere una favola. Credo che chi ama i racconti sia rimasto fondamentalmente legato a questa dimensione primaria della narratività. La storia come un amuleto, qualcosa che ci si appropria per superare la notte e le sue paure. Una sintesi memorabile dell’esperienza e delle sue infinite possibilità. 

C.B.: Forse per me è anche una questione sentimentale. Ti faccio due esempi, con i protagonisti di libri che tra l’altro so che anche tu hai frequentato con passione: “Il male oscuro” di Giuseppe Berto e “Parenti Lontani” di Gaetano Cappelli. Non sai con quanto amore ho letto pagine e pagine di disavventure di quel provinciale veneto, cresciuto tra muri di nebbia e miserie paterne, uno che cerca la costruzione di sé a Roma, e vorrebbe scrivere un romanzo capolavoro ma riesce solo a fare lo sceneggiatore malpagato, e sbaglia sempre tutto, in un crescendo autolesionistico quasi comico. Così come nella saga del goffo ragazzino lucano, Carlino di Lontrone, che cresce e osserva il mondo e vuole scappare da quello che ha sotto il naso, e sogna Roma (anche lui Roma, ora chi la sogna più!), e poi New York, e infine riesce ad arrivarci, ma sempre con quel sapore ispido di Lucania addosso.

E.T.: C’è un saggio bellissimo di Cioran contro il romanzo, che termina con un’ammissione: non è possibile farne a meno, comunque ne parliamo, è un sortilegio potente. Conosco i due romanzi di cui parli, e devo ammetterlo, il tempo passato in loro compagnia è un tempo speso bene, simile a un viaggio felice. L’esperienza alla quale alludi l’ho provata quest’inverno, durante i giorni del vento siberiano, leggendo “L’amore ai tempi del colera”. Credo però che si tratti due vocazioni fondamentalmente diverse, il lettore di racconti cerca più di quello di romanzi una forma, e una forma è sempre qualcosa che noi possiamo dominare, contemplare nel suo insieme, come se la guardassimo dall’alto, o la tenessimo nel palmo della mano. Non voglio con questo negare che i romanzi siano privi di una forma, ma è meno percepibile, il tempo stesso che ci mettiamo a leggerli li trasforma, nella nostra mente, in una trama, in una successione di eventi. Insomma, nei romanzi è meno evidente quel processo di semplificazione radicale del mondo e dei suoi fenomeni che secondo me è la vera sapienza dell’arte, la sua capacità di fornire ai fenomeni la loro misura umana.

C.B.: A certi romanzi contemporanei caratterizzati dalla deriva giallo-criminogena, a quel genere di narrativa che somma artifici e colpi di scena, magari col commissario seriale, preferisco anch’io i racconti. Almeno non c’è lo spazio per messinscene rocambolesche e gli autori si concentrano sui personaggi, sulla loro profondità e complessità, sulla qualità delle descrizioni. Sono esemplari e impareggiabili i racconti di “Legami familiari” di Clarice Lispector, strepitosa indagatrice dei lati nascosti dell’animo femminile. E poi c’è un racconto che vale un romanzo, che è perfetto in ogni sua virgola e pausa, un racconto in cui ogni aggettivo è così ben scelto che si dilata come un pop up nella mente del lettore: è “Un amore al tempo della Dolce vita” di Raffaele La Capria. D’altro canto, la parte che ho scelto è quella di paladina dei romanzi, e allora torno al mio ruolo: non ho mai amato gli esangui e asfittici racconti di Raymond Carver, che pure tanto successo hanno riscosso tra critici e lettori. L’efferata corrente del minimalismo narrativo, di cui Carver è stato il caposcuola, ha generato torme di epigoni. Per anni abbiamo subìto storielle a base di raggelanti paratassi, mai una subordinata, tutto raccontato in frasette soggetto-verbo-complemento-punto. Di Carver, ho preferito il romanzo che non ha mai scritto, ossia il film “America oggi” di Robert Altman, che intreccia nove dei suoi racconti. Un’epopea losangelina, un patchwork di frustrazioni e ansie che risulta indimenticabile e denso quanto un romanzo ottocentesco. Avevo letto i singoli racconti, e ne avevo dimenticati i protagonisti. Ho visto il film che intreccia i loro destini, e non li ho più dimenticati.

E.T.: Sono perfettamente d’accordo con te sul minimalismo e soprattutto sulla sua estetica, fondata sul famigerato “less is more”, che ha lungo imperversato nei corsi di scrittura dei campus americani generando un’asfissiante letteratura da tinello. E se mi citi una scrittrice come Clarice Lispector, quello che mi viene subito in mente è la data di “Legami familiari”: 1960. L’impatto di Kafka era ancora fortissimo, il mondo iniziava a scoprire la grandezza di Borges, John Cheever pubblicava i suoi racconti perfetti sul “New Yorker”…Forse c’è stata un’epoca d’oro del racconto che ormai è tramontata, o meglio sopravvive solo (come nel caso di Alice Munro) come una splendida anomalia. Mi ha sempre colpito un fatto: i grandi maestri del genere breve non sono altrettanto efficaci ed ispirati quando affrontano il romanzo. Perché quella del racconto è stata una vocazione potente, esclusiva. Questo vale per la Lispector, ma anche per John Cheever. I due romanzi di Flannery O’ Connor hanno singole pagine bellissime, ma sono privi della sapienza architettonica, dei perfetti equilibri dei racconti. Non vorrei affermare un’eresia, ma credo che questa legge valga anche per il modello più impareggiabile, che rimane sempre Maupassant. Ma non dobbiamo mai dimenticare quanto contino, in queste faccende, anche certe convinzioni degli editori per i quali, come si sa, i racconti sono un pessimo affare. L’affermarsi del romanzo come prodotto privilegiato dell’intero sistema letterario è una storia ormai lunga, e per molti aspetti il fenomeno appare ineluttabile. Con tutti i rischi di impoverimento dell’immaginazione che queste “dittature” fatalmente comportano.

 

 

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