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Bianca Balti

Diciamo che se fossi stata uno “scout” (così si chiamano quelli che vanno in cerca di talenti per conto di impresari, editori, aziende), e per la precisione uno scout di modelle, e mi fossi imbattuta in Bianca Balti adolescente, a spasso con con la mamma nel centro di Milano, avrei fatto il diavolo a quattro per ingaggiarla. “Signora, la prego, ci lasci fare un provino a sua figlia,” avrei implorato. “Mi creda, non la travieremo: per lei è una grande possibilità, viaggi, soldi, jet set… tutto quello che ogni mamma desidera per la propria figlia,” avrei insistito biecamente. Perché una cosa va precisata prima di tutte: Bianca Balti vi acceca, vi stordisce, vi costringe a guardarla. Se non siete miopi, o se avete degli occhiali passabili, già a cento metri di distanza venite trafitti dal gioco acuminato di sguardo e di zigomi, e non c’è più niente da fare. Indimenticabile.

Prima e dopo averla conosciuta, sono andata a guardarmi sul web le sue foto. Magnifica, ma non le fanno giustizia: le danno spesso un’aria lessa da modella, da splendida burattina che si concentra sull’obiettivo anziché sulle persone, come fosse sempre in attesa di un clic immaginario. Invece, se ci parli, come ci ho parlato io – lo giuro, non è stata una telefonata, ero proprio seduta accanto a lei – vedi un viso mobile, vivace, divertito. Vedi un corpo minuto di quelli perfetti sia da nudi sia da vestiti, un corpo non spilungone né anoressico: magro naturale, alla Audrey Hepburn, e sopra quel corpo una faccia spettacolare, vera e bellissima, la faccia  di una che si sta godendo quello che la vita le offre. Forse la fortuna di Bianca è stata proprio questa: sua madre l’ha lasciata crescere senza buttarla in pasto agli scout. Quando, da adolescente, hanno cominciato a farle proposte di ingaggio, la madre non ha sentito ragioni: ha preteso che finisse il liceo classico a Lodi e continuasse a crescere in famiglia. E com’è che poi è diventata modella? Evidentemente è difficile sfuggire al proprio destino di fuoriclasse dei lineamenti. “Mi ero iscritta al primo anno di Design della comunicazione, al Politecnico di Milano. Abitavo con degli squatter (ragazzi che occupano case disabitate, ndr) vicino alla Bovisa, dove si tenevano i corsi. Per arrotondare e non gravare sui miei genitori, che avevano anche i miei due fratelli da mantenere, facevo la hostess nei supermercati. Dimostrazioni di prodotti cosmetici. Un giorno mia madre mi accompagna nell’ufficio dove avrebbero dovuto pagarmi, e la signora che doveva darmi i soldi mi suggerisce di suonare alla porta accanto, dove c’era un’agenzia di modelle. E mia madre che, quando a quattordici anni ci fermavano per strada per propormelo, si era sempre opposta perché temeva le cattive compagnie e la droga, non ci ha più trovato nulla di male. Probabilmente – ride Bianca, dando un guizzo ai suoi lineamenti angelici – a quel punto doveva sembrarle il male minore!”.

Ora che sono davanti a lei, così semplice e pulita, con un paio di jeans bianchi e una maglietta pure bianca e i sandali infradito, fatico a immaginarmela in modalità squatter, ma posso ben immaginare i turbamenti della madre. “Avevo fatto un solo esame e avevo preso 18,” aggiunge. La moda, insomma, non l’ha strappata a una brillante carriera universitaria: “In pratica, da quella porta accanto è iniziato il mio futuro. Avevo vent’anni e quello che è subito diventato il mio agente, tre mesi dopo mi ha proposto un contratto in esclusiva con Dolce & Gabbana. Mi volevano come testimonial della loro nuova campagna internazionale”. (Il signore che mi guarda con sospetto, mentre intervisto Bianca, come se più che farle domande stessi per prenderla a morsi, è giust’appunto quell’agente, Bruno Pauletta).

Sono passati sei anni, tantissime sfilate e pubblicità per i marchi più celebri del lusso – ora è persino subentrata a Belen negli spot di Tim -, e Bianca è diventata la più famosa modella e indossatrice italiana. Dell’anno alla Bovisa, turbolento quantomeno nella percezione dei suoi genitori, oggi le rimangono diversi amici: “All’inizio della carriera di modella mi sentivo in colpa. Pensavo ai miei compagni e mi sembrava di sentire le loro critiche, per via della vita che facevo. Invece poi ho scoperto che erano tutti orgogliosi di me e di quello che mi stava succedendo!”.  Tra l’altro, magari quei ragazzi non ci pensano, ma anche le cose più belle lasciano un segno. Se la vita da studente, tra un’occupazione e l’altra, le ha lasciato i minuscoli forellini del piercing sul naso e vicino alle labbra, quella da modella le lascia due grandi vesciche sui piedi, che fanno male solo a vederle. Colpa delle scarpe-strumento di tortura che ha indossato al festival di Cannes, da cui è fresca reduce, e dove è stata testimonial di marchi di abbigliamento e gioielli. Poverina, solidarizzo, chissà che fatica! Niente da fare, Bianca non si sente vittima: “A Cannes tutti si prendevano cura di me e il mio lavoro era quello di andare alle feste!”. E precisa, col suo sorriso disarmante, che pare ingenuo ma forse non lo è per niente: “Quasi come le socialite (“ragazza di successo nella vita mondana”, dice il dizionario inglese, ndr). Che poi io non l’ho mai capito: ma il loro, che lavoro è?”. E siccome anch’io non l’ho mai capito, che lavoro sia essere in tutte le fotografie scattate alle feste vip, vestite in ghingheri con la faccia ilare, solidarizzo con Bianca che invece un lavoro vero e proprio lo fa. A volte anche non pagato. Per esempio, ora si sta impegnando come madrina di un progetto di beneficenza del marchio Louis Vuitton: la costruzione di un parco giochi nel Villaggio SOS Bambinidi Mantova, una casa famiglia che ospita bambini e ragazzi abbandonati o tolti alla famiglia dal tribunale. Qui, i fratelli non vengono separati e le famiglie disagiate vengono aiutate a ricostruire un tessuto famigliare.

“Quando mi hanno proposto di impegnarmi in questo progetto, ho accettato con entusiasmo. Anche io ho una figlia – Matilde, che ha quattro anni -, e riesco a crescerla nonostante il mio lavoro mi porti spesso lontano, grazie all’aiuto dei miei genitori. Ma ci sono madri che invece non hanno nessuna possibilità, ed è giusto che si dia ai loro figli la chance di non separarsi radicalmente da loro. L’associazione SOS Villaggi dei Bambini ha case famiglia in tutto il mondo. Con LV ho adottato quella di Mantova, che è una comunità educativa aperta anche alla pronta accoglienza. Mi piace l’idea che si cominci regalando un parco giochi. Anche per mia figlia voglio una casa e un giardino: sto per traslocare dal centro in una villetta alla periferia di Milano, perché voglio che Matilde cresca come sono cresciuta io a Lodi, con la possibilità di giocare sull’erba”.

Bianca sembra risolta e contenta di tutto. Ma non è sempre stato così. Nel 2007 aveva seguito il marito (e padre di Matilde) a New York. Il rapporto con lui, un fotografo romano, si era progressivamente deteriorato, mentre lei aveva creduto che sarebbe durato per sempre. L’affitto era carissimo, Bianca piangeva tutto il giorno e si sentiva sola; il lavoro scarseggiava, la casa – una town house a Brooklyn – era molto bella ma coabitata da inestirpabili topi newyorchesi, lei mangiava solo verdure al vapore e aveva smesso di fumare. Poi, la separazione e la decisione di tornare in Italia: “È stata la scelta giusta sia dal punto di vista umano sia da quello professionale. Lavoro molto di più, c’è la mia famiglia e i miei amici, ho un fidanzato, mangio quello che voglio e quando mi va fumo pure una sigaretta!”. (È la prima volta, da anni, che sento includere il fumo tra le cose salutari).

Cosa legge, cosa vede, a cosa si appassiona questa super modella nel tempo libero? Per quanto possa sembrarvi inconsueto, non perde un numero di Il Fatto Quotidiano. E tra i libri preferisce “quelli impegnati”.  I film in televisione la fanno addormentare, si è tolta da Facebook (“è molto addicting e poi stare al computer fa male agli occhi”), non scarica la mail col telefonino, non usa Twitter (“a Cannes, alle feste, c’erano tutte queste socialite che dicevano solo ‘Supercool! I have to twitter it!’”). Soprattutto, non ha letto e non sa niente di uno dei romanzi più belli del Novecento, La bella di Lodi di Arbasino, il cui titolo sembra chiamarla in causa: “Ultimamente me lo stanno chiedendo in molti, dovrò decidermi a leggerlo”. Né ha mai sentito parlare del film che ne fu tratto, interpretato da una magnifica Stefania Sandrelli. A me, in fin dei conti, sembra strano soprattutto che quel romanzo non sia una lettura obbligatoria nel liceo classico di Lodi dove si è diplomata. Comunque, adesso ho una missione: incontrare di nuovo Bianca per regalarglielo. Nel mio piccolo, voglio fare del bene anch’io.

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