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(Italiano) Sommario

Un giorno, nell’estate italiana

July 2020 - La cucina italiana - Cibo

L’Italia delle vacanze è a tal punto connaturata nel nostro immaginario che, alle prime aperture dopo il confinamento, già parlavamo moltissimo di dove avremmo passato l’estate. Come se gran parte di noi non fosse rimasta bloccata in una sorta di limbo inattivo, dove l’unica cosa stancante erano stati i pensieri e i pericolanti collegamenti su Zoom, non certo le azioni. Eppure, più che di noiose e anzi angosciose chiacchiere su come ce la saremmo cavata nelle fasi successive, ha fatto irruzione nelle nostre vite tutto un discutere su dove e come avremmo passato i fine settimana e le imminenti vacanze, in quali case o località, con il camper o la tenda o in affitto, in visita da amici o invece presso remoti parenti. Per giunta, erano progetti o fantasie concepite con considerevole soddisfazione, anzi con sollievo, per la rinunzia alle vacanze all’estero, alle fatiche degli aeroporti, ai grandi e costosi viaggi. Un modo di sentirsi virtuosi per l’imminente riscoperta del nostro Paese, meno affollato di turisti, meno trafficato, in pratica più bello e confortevole che mai. 

Durante le prime settimane di libertà, quando ancora non erano stati riaperti i confini tra le regioni, mi è capitato di trovarmi a pedalare godendo di quel ritorno alla normalità che è l’aroma del cibo del week end, un profumo specifico che riempie il paesaggio italiano. Passavo in bicicletta lungo il litorale della Versilia attorno all’ora di pranzo, continuamente investita dall’odore di pesce fritto che arrivava dai ristoranti della spiaggia: una rassicurazione che nulla era cambiato, che si poteva tornare alla vita di sempre. Poi, qualche giorno dopo, pedalando invece in cima alle Apuane, passavo accanto a radure dove i gitanti dotati di carbonella arrostivano salamelle e costine: che voglia di fermarsi e dire: “Scusate, so che è una faticaccia il barbecue, ma non è che mi allunghereste qualcosa? Ne ho diritto, ho tanto pedalato per salire sin qui…”.

Va detto, che tra i diritti sanciti dalla costituzione (al lavoro e all’uguaglianza di genere) e le conquiste della contemporaneità (la banda larga, l’aria condizionata e il riscaldamento, i canali satellitari), esiste per noi italiani un diritto non istituzionalizzato ma percepito, quello alle vacanze e al loro sapore. Del resto, il cinema ha molto raccontato questa nostra specificità del cibo da spiaggia, pastasciutte e pesci fritti o arrosto, telline e riso patate e cozze, cibi cucinati perché di certo non di soli panini sono fatti i nostri pasti, come invece nelle tradizioni nordiche dei neodefiniti “paesi frugali”. I romani hanno un magnifico termine per chi si porta frittate e pasta al forno sugli scogli o sulla sabbia: sono i “fagottari”. Un appellativo coniato nel dopoguerra, quando ancora non esistevano ristoranti balneari né contenitori termici o pellicole e stagnole, ma si andava al mare confezionando fagotti di cenci che contenevano il pasto della famiglia. Il più classico dei classici film che raccontano quella gloriosa stagione delle vacanze popolari è del 1951, La famiglia Passaguai, con Aldo Fabrizi (il cavalier Peppe Valenzi) che porta moglie e figli in spiaggia a Fiumicino, immancabilmente muniti di lasagne, parmigiana di melanzane e cocomero. Nel ’77, Sergio Citti uscì con il film Casotto, trama sconclusionata con un’incongrua Jodie Foster ancora adolescente, film che tuttavia rimane aggrappato alla memoria per le scene di pantagrueliche mangiate, all’ombra del suddetto casotto, una baracca poggiata sulla sabbia di Ostia. Mentre il cinema americano ci forniva immagini di atletici surfisti e bagnine curvacee, da noi la spiaggia e le sue seduzioni ruotavano ancora attorno all’ora di pranzo, quando malridotti fagottari e ricchi commendatori si ponevano, ognuno a modo suo, il tema esiziale di cosa e come mangiare. 

Le spettacolari immagini di queste pagine, opera di un celebrato artista della fotografia italiana, Massimo Vitali, raccontano il momento della vacanza che precede o segue l’ora dei pasti. Vitali ci coglie nelle varie estensioni della nostra curiosità vacanziera, che vanno dallo stare a mollo nelle acque turchesi di Lampedusa e Tropea, all’arrostirci sdraiati sugli scogli del litorale pugliese, alla gita culturale ai Fori imperiali e a Venezia, fino ai concerti in alta quota della Val di Fassa, appuntamento annuale divenuto fondamentale per gli amanti della musica dal vivo nell’aria vivida e pungente delle vette. Vitali è tuttavia, per antonomasia, il fotografo delle spiagge italiane. Ne ha fatto una forma d’arte riconosciuta da curatori e collezionisti di tutto il mondo. Le sue foto sovraesposte, come sbiancate dalla luce, le geometrie dei corpi sdraiati al sole o infilati nell’acqua del mare sono il compendio delle nostre estati. Pur nell’affollamento delle spiagge che ritrae, l’idea che ci suggerisce non è di ressa o caos o malessere, come in certi scatti estivi del sadico fotografo britannico Martin Parr, con la grottesca esibizione di calzini, pance, scottature, di ridicoli abbigliamenti da spiaggia, in una sgrammaticatura estetica che devasta il paesaggio altrimenti suggestivo dell’estate. Le immagini di Vitali esprimono invece un’eleganza geometrica e un’allegria di colori dei costumi da bagno e dell’abbigliamento, come fiori sbocciati nel lucore accecante della canicola estiva. Seppur nell’essere moltitudine, c’è l’eleganza di una bellezza goduta pacificamente e felicemente. C’è un occhio benevolo, che ci fa sentir parte di quelle foto: vorremmo anche noi essere tra i turisti ritratti come puntolini nel colmo del benessere italiano, senza presagi negativi, abbandonati alla dolcezza e alla bellezza. È l’estate spensierata che trapela persino dalle ricette dell’Artusi: “Popone col presciutto e vino generoso perché giusta al proverbio: Quando sole est in Leone /Pone muliem in cantone /Bibe vinum cum sifone”. Un secolo più tardi, a godersi cibo e vino sono forse le mogli gourmet e appassionate di accostamenti enologici, ponendo “in cantone” mariti narcisi, dediti al running, alla palestra e alla dieta. 

Penso a un imperdibile romanzo italiano di Raffeale La Capria, che meritò il premio Strega nel 1961. S’intitola Ferito a morte, e racconta le estati di un gruppo di vitelloni napoletani. Il libro ebbe poi una riduzione cinematografica, Leoni al sole, con una fantastica Franca Valeri che interpreta una critica gastronomica in missione a Positano per conto del giornale per cui lavora. 

Massimo Vitali, la cui famiglia è di Fermo, e che poi ha vissuto all’estero sviluppando una carriera internazionale, ed è infine tornato a vivere in Italia, a Lucca, frequenta da anni lo stesso bagno di Marina di Pietrasanta. Dice che “l’estate italiana è scandita dalle spiagge”. E aggiunge che i nostri corpi raccontano il cambiamento culturale di questi anni. “Sono un buon microcosmo per studiare la società, per notare come sono cambiati i costumi: i tatuaggi, il paradosso che quando i seni delle donne erano ancora naturali vigeva il topless, e ora che invece molti sono artificiali vengono coperti e assistiamo alla prevalenza del sedere”. Dalle teglie di lasagne dei fagottari al fritto del beach club, dai topless ai perizomi, dalle montagna da scalare alle cime come anfiteatro di concerti dal vivo, le mutazione del nostro Bel Paese accompagneranno questa lunga estate, in cui tutti sogniamo al di là di ogni sciagura di ottenere il nostro angolo di svago, di socializzazione, di paesaggio, e persino di turismo culinario.

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