Livia Ravera e la mozzarella su MicroMega

marzo 2005 - Sole 24 Ore - Domenica - Cibo

“Marx sarebbe soddisfatto. Qui la rivoluzione industriale è in stand-by. Qui fai ciò che mangi e sei ciò che fai. Di conseguenza fai ciò che sei. Oltre a essere ciò che mangi, come tutti noi”. Chiaro? Mica tanto? Non importa, ve lo spieghiamo noi: si tratta di un caso di folgorazione, quello di Lidia Ravera sulla via della mozzarella di bufala. Prima sapeva solo che “ingrassa e aumenta il tasso di colesterolo nel sangue”; poi la visita a un celebre caseificio della zona di Paestum, che ne produce in tiratura limitata. E’ la rivelazione: “A guardarli, questi ragazzi così seri, mentre lavorano quella grande tetta candida, le maniche rimboccate, le braccia abbronzate, c’è sentore di sesso e di culla. Di sacro e di carnale”. Santi numi! Sensualità, sagrestia e salari… Ma non è finita: in un simile microcosmo perfetto “i tori montano le bufale, quando natura vuole. Ma soltanto a quello servono. Se dal ventre della bufala ingravidata nasce un maschietto, si butta o si regala. Non è pregiato il maschio fra le creature da latte. Il fallo sta a zero, conta la mammella. Il bufalo lo sa e riga dritto”. Dunque al caseificio hanno risolto persino l’eterna battaglia dei sessi: i maschi appena nati si buttano o si regalano, i pochi adulti ingravidano – ma poi rigano dritto. C’è infine una stoccata alla corrente milanese della sinistra chiffon, metaforizzata in Miuccia Prada con le sue borse da catena di montaggio: al caseificio aprirà una pelletteria, che “non sarà certo un ‘country Prada’, che spaccia borse di bufala, a trecento metri dall’animale vivo. Sarà una bottega di pezzi unici. Piccola. Speciale”. Artigianato contro industria, per far contento Marx e non ferire a borsettate né la sensibilità dell’animale né quella del cliente impegnato. Così Lidia Ravera in un reportage sull’ultimo MicroMega, dedicato a “il cibo e l’impegno”. Il titolo sembra quasi chieder scusa: quando la rivista affronta temi ritenuti frivoli (gastronomia e gourmet, ma anche racconti gialli), ecco che subito gli issa accanto il vessillo dell’impegno. Nel magna magna che sembra diventata la vita degli italiani, tra libri di ricette e cuochi televisivi, la sinistra che tanto ha fatto per la diffusione della cultura gastronomica (Carlo Petrini e Slow Food: se non ci fossero bisognerebbe inventarli) fa il punto su argomenti importanti, dalla denuncia dei problemi del comparto agroalimentare alla ricerca di un equilibrio tra creatività e legame col territorio. In tutto questo non si capisce cosa c’entri la Ravera, che si dichiara in eterna penitenza mangereccia perché “fanatica della taglia 40/42”. Però è vero: ha scritto “Porci con le ali”. Che fosse un libro di ricette?

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