Taverne, spiedi e vini nei Tre Moschettieri di Dumas

ottobre 2016 - Teatro stabile di Catania - Cibo
Se c’è una narrativa che non ha mai avuto paura di sporcarsi l’allure letteraria parlando di cibo, è quella francese. Di rado il registro colto e quello popolare, il romanzo d’idee e quello d’appendice, hanno trascurato di mettere in scena crapuloni, tavole imbandite, cuochi, locande, ristoranti, cucine reali. Si mangia a crepapelle, si cucina sontuosamente, si fiutano aromi, si va di corpo e si puzza, si rubano pietanze dalla dispensa e si beve vino a garganella. Del resto, la Francia è un paese in cui, nella realtà dei fatti, fuori dalle pagine dei romanzi, i cuochi si suicidano per non essere stati all’altezza delle aspettative proprie e altrui: naturale che, quando in una nazione si pone una simile enfasi su tutto quello che si mangia, il cibo e il vino finiscano regolarmente impigliati nelle righe delle pagine. A maggior ragione in un romanzo di cappa e spada (e di spada e spiedo) come I tre moschettieri, dove Alexandre Dumas, uomo di grandi appetiti non solo sessuali, ha apparecchiato le avventure dei suoi protagonisti tra osterie e locande di posta.
Ogni genere di romanzo ha il suo desco deputato, quello dove si ambientano gli snodi della trama. Nella letteratura contemporanea americana, per esempio, molto accade nei pranzi di famiglia, specie quelli delle feste, davanti al tacchino farcito: liti, disvelamenti, colpi di scena sull’identità sessuale e sulla genetica dei componenti della famiglia. Oppure la scena madre si svolge nei ristoranti modaioli delle grandi città: abboccamenti, chiacchiere col cuore in mano, scoperta del proprio partner seduto a tavoli altrui. C’è poi il classico romanzo sociale otto-novecentesco, dove al tavolo della cucina un padre e una madre si ingegnano a suddividere misere pietanze per nutrire bambini gracili e malaticci. Dumas, invece, mette in scena “l’uomo errante sulla terra, l’uomo senza beni, senza famiglia, il soldato avvezzo agli alberghi, alle locande, alle bettole, alle taverne, il buongustaio obbligato per la maggior parte del tempo a esser riconoscente al caso di qualche buona scorpacciata” (così, nel romanzo, l’autore descrive Porthos).
Secondo Roland Barthes, ci sono due forme di soddisfazione letteraria: plaisir e jouissance, piacere e vertigine. Dumas è piacere, quel genere di piacere primitivo che ben più della soddisfazione sessuale esige la pancia piena, le bevute di vino e le mangiate di succulente carni allo spiedo. Del resto, non si può dimenticare che, nel centinaio di opere che uscirono dalle mani di Dumas e dei suoi collaboratori, c’è anche il celebre Grande dizionario di cucina, pubblicato solo dopo la morte dell’autore. Quasi 3000 ricette tradizionali ed esotiche, descrizioni che spaziano dall’esecuzione e dagli ingredienti dei piatti a una gran quantità di personaggi famosi, tutti dominati da una fame insaziabile, alle prese con le vivande imbandite sulle loro tavole o scoperte durante campagne militari.
Tutta la vita letteraria dell’insaziabile Dumas padre ruota intorno a figure come quelle di D’Artagnan, Athos, Porthos, Aramis, e dei loro servi, cioè a uomini sempre affamati perché “quando si mangia una volta sola, anche a mangiar molto, è sempre una volta sola”. La loro vita alterna momenti di prosperità a momenti di magra, magari dovuti a clamorose perdite al gioco. Perciò, ogni volta che i protagonisti del romanzo mangiano, si adoperano a divorare “le provviste di due mesi”. In questo modo, sottoposti a una continua sollecitazione a fare scorpacciate per portarsi avanti prima di eventuali periodi di carestia, i moschettieri finiscono per diventare vittime di osti truffaldini che spacciano vinacci contraffati al posto del buon vino, o vino d’Anjou anziché champagne. Per non dire di quei loro nemici spietati che addirittura usano il vino per diluirvi veleni mortali. D’Artagnan, Athos, Porthos e Aramis devono così difendersi, tra spade e spiedi, da ogni possibile fenomeno di contraffazione. Non mancano tuttavia di rendere pan per focaccia, ingannando i locandieri che li alloggiano trafugandogli vino e cibarie. Mousqueton, il servo/valletto di Porthos, infilando la corda in una presa d’aria della cantina, prende al lazo le bottiglie di vino dell’oste, “mentre una schidionata di pernici girava davanti al fuoco, e ai due angoli di un grande camino bollivano su due fornelli due casseruole da cui esalava un odorino misto di fricassea e di brodetto di pesce che rallegrava il cuore”.
Ma naturalmente non si mangia solo per fame. La gola, l’esibizione dell’appetito, lo stomaco senza fondo, la capacità di reggere il vino sono elementi tipici di un esibizionismo gradasso e di una mascolinità primordiale; nei momenti più delicati, invece, si desidera “uno di quei pranzettini deliziosi, nei quali da una parte si tocca la mano di un amico, dall’altra il piede di un’amante” (e questo è D’Artagnan) – perché il cameratismo virile e la bontà dei cibi sono il doveroso contorno di un incontro galante.
Tra spade di moschettieri e spiedi di locandieri, alle donne del romanzo non resta molto spazio, nemmeno in cucina: servette fedeli che fanno una brutta fine; perfide avvelenatrici assassine come Milady; e, peggio di tutte, micragnose padrone di casa che mettono in tavola pallidi brodini e testa, collo, zampe e ali di un “povero pollo magro rivestito da una di quelle pelli grosse e irte di penne, che le ossa non riescono a forare nonostante i loro sforzi; certo era stato cercato a lungo prima che lo scovassero sul bastone del pollaio sul quale si era ritirato a morire di vecchiaia”. Lugubre menu accompagnato da un sorso di quello che Porthos riconosce immediatamente come “l’orribile vinello di Montreuil, terrore dei palati degli intenditori”. Due sono dunque i fronti su cui Dumas ingaggia i prodi moschettieri: la lotta ai nemici della regina Anna d’Austria, e quella agli spacciatori di vini scadenti e contraffatti. Un fronte, quest’ultimo, su cui ancora si combatte con armi – evidentemente – spuntate.
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