Se vi chiedete quando è iniziata la storia della cucina contemporanea (intesa come ambiente e mobilio) bisogna risalire al primo decennio del ‘900, quando l’industria americana l’ha elettrificata: decisivo l’avvento del frigorifero e di elettrodomestici rimasti quasi invariati fino a oggi (il tostapane, il frullatore/tritatutto/mixer) e, a partire dagli anni ‘20, l’invenzione della cucina componibile, con i pensili e gli elettrodomestici inglobati. Risale al 1934 la prima cucina open space, progettata da Frank Lloyd Wright (si torna sempre a lui) per una coppia della classe media di Minneapolis, i Willey. La signora voleva giustamente partecipare alla conversazione mentre cucinava, ed ecco il progetto di questa cucina circondata da finestre panoramiche e affacciata sui divani del salotto. Di fatto, Wright introdusse nella vita borghese la cucina della casa colonica, dove tutta la vita famigliare si svolgeva attorno al camino o alla stufa.
Negli anni ‘50, l’America continua a fare tendenza: ecco la formica e il compensato, che diverranno lo standard delle cucine componibili, mentre alla fine del decennio appaiono i nuovi frigoriferi side-by-side, con il distributore del ghiaccio e la doppia anta, mentre negli anni ‘70 entrano in scena i primi forni a microonde. Arriviamo agli anni ‘90: sono quelli che hanno definitivamente trasformato la cucina da spazio pratico in spazio decorativo, costoso sancta sanctorum dove esibire le grandi firme del design applicate agli elettrodomestici e ai mobili. Infine, l’ultima rivoluzione della cucina, che sposta il baricentro dall’America alla Svezia. È l’Ikea a rendere democratico il sogno della cucina bella per tutti, con gli smadonnamenti di chi sbaglia a prendere le misure e passa ore sulla scelta dei pomoli. Dopo il Covid e il lockdown un’ulteriore trasformazione: con lo smart working istituzionalizzato, senza una stanza libera da dedicare al lavoro, le cucine sono diventate i nuovi uffici, con il computer da una parte e la friggitrice ad aria dall’altra.

