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Sommario

Scrittori da cabaret

agosto 2015 - Grazia - Storie

Nel novembre del 2008, la regina Elisabetta visitò la London School of Economics, esclusivo istituto universitario dove i padri alto-borghesi di mezzo mondo vorrebbero veder studiare i propri figli, sognandone il futuro accesso a professioni nevralgiche e a carriere internazionali molto ben retribuite. Nel discorso tenuto alla LSE, scuola che vanta ben trentasette capi di stato, innumerevoli diplomatici e celebrities dell’alta finanza internazionale, nonché diciassette premi Nobel, la regina chiese come mai nessun economista fosse riuscito a prevedere il credit crunch, ossia la stretta creditizia delle banche, tema che ai tempi era al centro del dibattito economico e politico, e che negli anni successivi ha continuato a esserlo, in termini sempre più catastrofici.

L’avesse chiesto agli scrittori italiani, le avrebbero risposto che l’avevano previsto, che se fossero stati ascoltati non si sarebbe arrivati alla crisi, e che avevano la ricetta per uscirne.

Lo scrittore italiano è un fine economista, questo si sa. In materia economica interviene sempre e ha idee ben precise. Firma appelli, si sbilancia scrivendo articoli indignati, interviene a getto continuo sui social, chiede dimissioni, propone soluzioni, e se può si candida in Parlamento, perché è convinto di poter incidere nella realtà, migliorandola.

La responsabilità degli adulti è personale, lo sappiamo, però va detto che agli scrittori si richiede di essere tuttologi, c’è una sorta di irresistibile pressione dall’alto perché espongano le proprie analisi e impartiscano moniti e ricette. Chi tiene le redini dei giornali e della politica li reputa ideali per riempire l’iperfoliazione a corto di pubblicità: fanno scena, di solito hanno una certa verve espositiva, usano citazioni colte (che ai lettori danno idea di leggere qualcosa di alto e necessario), e poiché non sono rappresentati da nessun sindacato interno, anzi ce l’hanno contro, vengono pagati con cifre irrisorie, veri cottimisti della scrittura last minute, in saldo. Sono ormai lontani i fasti contrattuali degli Umberto Eco, dei Piero Citati, dei Claudio Magris, delle Dacia Maraini. Poiché ogni scrittore contemporaneo sa di far parte di un mondo terminale e di rivolgersi a un decrescente pubblico di lettori, si lascia tentare dalla rilevanza espressa a forza di opinioni doppiamente semigratuite, nel senso che non essendo quasi pagate non richiedono nemmeno una specifica competenza. Costano poco e valgono poco ma riempiono, proprio come un panino con l’hamburger.

Spesso mi prende un senso di smarrimento, una vertigine di inadeguatezza per la grande quantità di questioni su cui sono chiamata a esprimere un’opinione scritta, e vorrei sempre dire “ma che ne so, la mia visione è parziale, non conosco tutti i dati e non ho tempo di studiarli” (l’opinione va sempre scritta o espressa a tambur battente), ma poi mi consolo pensando che i politici e gli amministratori, quelli che devono decidere, raramente sono esperti: semplicemente hanno un approccio dirigenziale, e allora – inesperta per inesperti – scrivo anche io la mia, così, tanto per continuare a esistere nel mondo degli old media.

La coscienza del funzionamento di questo sistema, però, non ha fatto che aumentare immensamente il mio scetticismo, al punto che non credo più nella parola scritta, negli opinionismi, nel dire la propria. Provo nausea quando leggo gli interventi di certi miei amici o non amici scrittori, con la loro veemente certezza in materia politica, sociale ed economica, a volte addirittura sanitaria, e ogni volta mi dico “ma che ne sanno?”. Che ne sappiamo? L’unica cosa che mi interessa non è il contenuto ma la forma, cioè lo stile, il giro di frase, la scelta dei termini.

Nel mondo ormai fané in cui a uno scrittore – ossia un esperto di finzione, di dettagli realistici che servono a imprimere verità a storie inventate – si chiede di esprimere una ricetta per la realtà contemporanea, si è adesso innestato un mondo affluente con nuovi e più brillanti opinionisti. Sono figure transgender, che vengono dal velinismo, dal machismo, dal battutismo, dal giornalismo leggero. Sono tipi brillanti, dal motto pronto e sferzante, e dal carattere abbastanza prevaricatorio e sgomitante, che poi è quello che gli ha permesso di affermarsi. Queste nuove figure di tuttologi, più adatte al mondo del talk televisivo e dei new media, le Selvagge Lucarelli, gli Andrea Scanzi, i Giuseppe Cruciani, i Rocco Siffredi, stanno scalzando gli Alessandro Baricco, i Pietrangelo Buttafuoco, gli Antonio Scurati, gli Edoardo Nesi, i Francesco Piccolo. Perché la cosa che si va delineando con sempre più evidenza è che a questi ultimi, cioè gli scrittori di successo, si richiede anche di essere attori (e agli attori, scrittori). Mi spiego: i romanzi chi li legge più? Sì, servono a dare l’idea di avere a che fare con una persona creativa, colta, di spessore – e fanno atmosfera. Ma ormai la prova richiesta è quella del palcoscenico. Devi saper parlare in pubblico, devi adottare un tono oratorio, devi trasformare le tue osservazioni in predicozzi, devi infarcirli di citazioni di autori celebri perlopiù morti, per aumentare il consenso del pubblico aspirazionalmente colto e col ghiribizzo intellettuale, non devi creare dubbi ma distribuire certezze, devi avercela con qualche potere forte, o con tutti i poteri forti quali che siano, fa lo stesso, e dirlo a gran voce, prevaricando altri che aspettano il proprio turno per parlare, parlandogli sopra, semplificando a più non posso. Se poi sei uno spiritosone, un battutista, e dici anche qualche parolaccia, e ce l’avevi con Berlusconi e ora con Renzi e in futuro con il prossimo… be’, perfetto: sei uno scrittore/attore in grado di misurarsi con i comici/attori/scrittori. Sui palcoscenici degli incessanti festival dell’economia, del tempo libero, della scienza, della letteratura, dell’infelicità, dei bonobo, del cibo dell’anima e dell’anima del cibo, lo scrittore/attore sproloquia con la sua voce cavernosa ben impostata, con le giuste pause, con gli ammiccamenti, con la gestualità che tira l’applauso. Le copie dei suoi libri le vende lì, ancor più che in libreria, nella sua eterna tournée inframmezzata da apparizioni televisive dove interviene sul jobs act, sulla spending review, sul quantitative easing.

Sei mesi dopo il discorso della London School of Economics, Elisabetta ricevette una lettera di due quotati economisti, Tim Besley e Peter Hennessy, che rispondevano al suo quesito sul mancato allarme pre-credit crunch con una complessa spiegazione macroeconomica. Subito dopo, la regina ricevette una nuova lettera, firmata da altri dieci prestigiosissimi economisti, che conteneva una spiegazione totalmente diversa: secondo loro, la colpa andava individuata nell’orizzonte mentale degli economisti, che costruiscono le proprie analisi usando modelli matematici mentre sono del tutto privi di contatti col mondo reale.

Sarebbe bello che gli scrittori potessero tornare a esprimersi sul loro mondo reale, che è poi il mondo immaginario e il modo in cui hanno deciso di rappresentarlo. Sogniamo di venir intervistati sulle modalità del nostro lavoro e della nostra ispirazione, preferibilmente con la profondità, lo spazio e il tempo che vengono dedicati agli scrittori intervistati da The Paris Review, e invece stamattina ha suonato il telefono e mi si chiedeva di scrivere un commento su una faccenda di embrioni congelati da uccidere o impiantare in un nuovo utero dopo la separazione di una coppia americana. Sparisco o scrivo la mia opinione? E qual è la mia opinione? Be’, ho cinque minuti pensarci perché tra due ore devo consegnare, e il pensiero indubbiamente scaturisce in modo più rapido della scrittura.

Alla fine, credo di aver capito una cosa: io non ho vere opinioni sulla complessità del mondo; le uniche che ho sono passeggere, me le costruisco mentre scrivo. La realtà è che le sole cose che vorrei mi venissero chieste – come si costruisce una mia frase, una mia pagina, un mio libro -, non sono temi che interessino a qualcuno diverso da me, e dunque continuerò a elargire – finché me lo chiederanno, unica prova della mia rilevanza – le labili certezze su come si esca dalla crisi, sul mercato del lavoro, sui sindacati, sulla globalizzazione, sulla bioetica*.

N.d.A. Alle donne si chiede più bioetica, agli uomini più economia. Stante l’indiscutibile parità di (in)competenza, le pari opportunità tematiche sono ancora lontane dall’essere conquistate.

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