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Milano vs Roma

Marzo 2022 - ATLAS - Storie I miei articoli

In Italia, si sa, tutto succede a Roma e a Milano, le due capitali ognuna a modo suo. Chi è nato in queste due città e ha fatto le scuole giuste, o perlomeno ha avuto accesso sin da giovane a cose che altrove non capitavano, è come se partisse con un vantaggio immeritato. Nell’attuale società del lamento e del vittimismo è strano che non ci sia ancora qualcuno impegnato a rivendicare la disforia geografica e la disparità urbanistica, per scagliarsi via Twitter contro i nativi delle due capitali e ottenere punteggi che compensino le proprie penalità di partenza.

Roma e Milano sono le capofila del patrimonio culturale italiano non solo in termini concreti, architettonici e museali, ma soprattutto in quanto capitali dell’immaginario, delle possibilità di realizzazione artistica e culturale di chi vi è nato o di chi vi approda.

Per esempio, se da adolescenti si percepiva dentro di sé un empito artistico e si voleva guadagnare qualche soldino, a Roma c’era “er cinema”, quella presenza massiccia delle troupe che ben conosce ogni cittadino, la fila di camion delle produzioni parcheggiata tra villa Borghese e il circo Massimo: chi non ha fatto la comparsa in un film o in una produzione RAI? Chi, sognando di fare l’attore o uno dei tanti mestieri del cinema, non ha avuto facilitazioni, entrature, scivoli?  A Brescia, a Enna, a Gubbio, niente da fare. Crescendo, un romano vive in prossimità con il vasto mondo dei famosi – i politici di primo piano, i boiardi più citati dai giornali, gli alti funzionari della conservazione archeologica e museale, gli intellettuali di vaglia, i vincitori dei premi, i manager di stato e parastato da cui dipendono sponsorizzazioni e finanziamenti, i critici, i curatori, i sovrintendenti, gli autori. A Roma c’è sempre qualche celebrity al bar, al parco, in pizzeria, lungo le spiagge non lontane dalla città. Senza dislocarsi, restando comodamente in famiglia, il giovane romano cresce nella vicinanza a facoltà e ministeri e agenzie statali volte alla formazione di studiosi e funzionari del patrimonio artistico, nella contiguità di scrittori e cantanti e creativi e commentatori e comunque dei protagonisti della vita culturale, tutti più o meno gravitanti su Roma anche per via della Rai che, con i suoi innumerevoli canali televisivi e radiofonici, è il primo editore italiano e ancora oggi foraggia buona parte degli intellettuali del Paese.

Io sono di Brescia, tanto per dire, e questa cosa a Brescia non c’è. Se da grande volevi lavorare nella moda, o nel design e nell’architettura, dovevi (magari ben volentieri) esiliarti a Milano, dove pure chi vi è cresciuto parte avvantaggiato perché magari tra i suoi compagni di classe c’era qualcuno che poi sarebbe finito seppure in modo marginale (magari come fattorino) nel giro degli studi dei grandi architetti, oppure veniva da una famiglia di mobilieri, o la mamma si occupava di moda, e il padre era invece un redattore che si occupava di tendenze … Appare evidente che il contesto urbano e le scuole influenzano la crescita e offrono delle opportunità. Del resto, anche negli Stati Uniti i poli di attrazione di New York e Los Angeles e San Francisco sono stati fondamentali come soggetto per raccontare sugli schermi o nelle pagine dei libri le infinite storie di chi, provenendo per esempio dal Midwest, abbia fatto il suo bravo movimento centrifugo, ossia la fuga verso le capitali del cinema o del business o della gayezza e delle start up per tentare la propria carta e dire “ci sono anch’io”, e provare a emergere tra quelli che erano già lì, che ci erano nati, e conoscevano già tutto e tutti.

Tuttavia, essere un provinciale è sempre stato anche un’opportunità. Come starsene su un piedestallo e guardare in giù, e avere un occhio più lucido per osservare e poi descrivere quello che succede, modulando la tigna necessaria per emergere nella grande città. Serve a cogliere il bene e il male, osservandolo da un punto di vista periferico, come nel famoso titolo scioglilingua (e titolo di un romanzo) di Peter Handke: Il mondo interno dall’esterno dell’interno.

Avendo vissuto in entrambe le capitali, posso dire che a Milano i provinciali si integrano a seconda delle proprie capacità di contribuire al ritmo della città, alla passione per novità e innovazioni, a un ritmo produttivo volto all’efficienza che tende ad assorbire e a far diventare più milanesi dei milanesi, mentre a Roma il provinciale resterà sempre un provinciale. Attratto e orrificato, avviluppato dalla bellezza e tentato dal torpore della vita specifica della capitale, ma anche critico e comunque estraneo, perché i romani, i romani veri sono sempre pronti a dare del provinciale a chi non capisce, a chi non si adatta, a chi critica non essendoci nato. Roma è Roma capitale, è Caput mundi, è “quando voi eravate scimmie noi eravamo già qui con le statue, con i palazzi affrescati, con panem et circenses”.

I romani sanno tutto e questa sapienza atavica li induce alla noia, perché ogni cosa è già stata vista sin dai tempi dell’Appia Antica, e dunque assumono quella specifica aria indolente e scocciata, quella postura neghittosa del romano scafato, che si arrabatta sapendo già che in fin dei conti non ne vale la pena. E come dar loro torto? Roma è la città della coscienza che tutto prima o poi fallisce o muore, delle cose nuove che non vengono mai portate a termine e in fin dei conti nascono già mezze vecchie, sgarrupate. Quello che a Milano viene definita next normality, per noi romani inurbati e introiettati, per noi city users dell’Urbe (come chiamano a Milano chi proviene dalla provincia) è già stanchezza, reazione esausta con barlume di speranza per via del recente cambio di sindaco. 

Questo sfinimento romano atavico è molto consolatorio per noi che sognavamo in grande e non ce l’abbia fatta, per noi approdati da adulti nella città degli scrittori e degli sceneggiatori, dei lavori intellettuali eternamente precari, come ben raccontato già negli anni Sessanta in uno dei più importanti romanzi italiani del Novecento, Il male oscuro di Giuseppe Berto: storia di un provinciale veneto approdato a Roma per diventare scrittore, e finito a scrivere sceneggiaturacce, preda di produttori cafoni e affamatori. E però ben presto partecipe, il protagonista, dell’approssimazione collettiva che mette al riparo dai fantasmi padani di produttività, guadagno, efficienza.

Esiste poi, oltre al movimento centripeto degli italiani che vogliono migrare in una delle due capitali, magari per “fare cultura”, il movimento turistico, lo spostamento di masse attratte dalla bellezza o dalla particolarità di Milano e Roma.  

Sebbene il patrimonio artistico di Milano sia conservato in più di una cinquantina tra musei e fondazioni private, è a Roma che a ogni isolato si conta un luogo di conservazione e tutela: 11 musei archeologici, 23 di arte che arriva al XIX secolo, 12 di arte moderna e contemporanea, 8 gallerie, 9 musei di storia, 7 musei moderni, 4 musei contemporanei, 15 musei scientifici, 26 musei tecnologici (per esempio, quello di paleontologia e quello astronomico copernicano), 4 musei antropologici, 4 della letteratura, 20 di storia, 11 di scienza e tecnologia. Nell’elenco (lo trovate a https://www.archeoroma.it/musei/elenco/) mancano le case museo, come per esempio quella dell’anglista Mario Praz. Vanno poi aggiunte le chiese, le celebri e antiche biblioteche, le fondazioni private… si può immaginare quante famiglie romane siano coinvolte – dai servizi di pulizia e manutenzione e custodia sino ai funzionari e ai curatori -, nella gestione quotidiana di questa massa di musei e luoghi dell’arte e della cultura. Luoghi non necessariamente visitati, e perciò spesso nemmeno promossi e manutenuti, essendo Roma notoriamente già di per sé un museo a cielo aperto, dove basta camminare per vedersi spiattellati sotto il naso secoli di immaginario collettivo. Milano è più segreta, i turisti vanno attirati con la scusa di qualcosa che è in corso, dell’ultima mostra e dell’ultima tendenza, laddove a Roma dell’ultima cosa in corso non interessa a nessuno, basta esserci, basta andarci e guardarsi intorno seduti a un tavolino di piazza del Popolo, di Piazza Farnese, di Piazza di Spagna, di Piazza Navona: piazza dopo piazza, facciata dopo facciata. Se Milano vende quello che sta succedendo, il sapore e il mood del momento, Roma vende cose che sono già lì, all’aperto, e da secoli.

La specificità del tessuto romano, più impiegatizio che produttivo, più intellettuale che industriale, si somma a un torbido suono di fondo, alla 

lamentazione passiva ed esausta di chi da anni vive assediato dai cassonetti e dalla spazzatura, spazzatura che nessuno separa più da anni; s’era iniziato ma poi il “tanto la rimischiano”, vox populi fatta di cruda constatazione nel momento raro della raccolta, ha fatto dimenticare questa pratica quotidiana della contemporaneità occidentale. Ed è, secondo me, proprio una simile minima mancanza di un gesto quotidiano che parte in famiglia, dentro le cucine, l’assenza di quel comportamento civico fatto di attenzione nel separare i rifiuti per poi deporli non alla rinfusa ma nella giusta collocazione, che ha fatto sì che si tornasse a un grado zero della coscienza del cittadino, a un primitivismo in ogni comportamento collettivo, dal parcheggio allo sbraco ai tavolini e sui gradini, al lancio della spazzatura sul cumulo accanto al cassonetto stracolmo e schiantato o addirittura sui mucchi spontanei creatisi da anni nei giardini, sui marciapiedi e tra gli sfalci marcescenti e mai rimossi, nelle crepe e nelle voragini da cui nascono specie vegetali selvagge.

Gli americani usano il termine average, mediocre. A Roma tutte le nuove iniziative si mediocrizzano: sono average i nuovi ristoranti, i nuovi locali, il nuovo edificio, la nuova iniziativa, la nuova risistemazione. I lavori non vengono mai veramente portati a termine, accanto qualcuno sporca, riempie di mozziconi un vaso dove una pianta che doveva essere decorativa si rinsecchisce e rimane lì per sempre, morta e mozziconata.

Di questi tempi, nella capitale della politica e della mala amministrazione, si parla per ore chiedendosi se sia possibile un risveglio del cittadino medio, negli ultimi anni sigillato in un suo specifico torpore lamentoso, cittadino va detto però assai simpatico, con cui subito solidarizzi, altro che i respingenti milanesi con il loro anglo-italiano esibito e percepito, con la loro efficienza e impazienza… I romani sono veramente simpatici, daje a ride’, si passano ore nel cazzeggio più compulsivo e anche creativo (Verdone e Sordi mica nascono a Milano), a Roma ci si sente scaciati e sfranti e adusi e disillusi, il viaggio sulla terra è breve, andiamo al mare e ci ripenseremo domani. A Milano si parla di green wash, nel mondo della pubblicità è tutto un “fammi un nth (nice to have, breve filmato promozionale, ndr) ma che sia green wash”, cioè che parli di sostenibilità ambientale. A Roma, si sogna al limite un wash urbano, un immenso lavaggio a risucchio, che aspiri tutta la spazzatura visibile e invisibile, intrappolata tra fronde ed erbacce in decenni di incuria. Colpa dell’amministrazione, mai del cittadino, Roma dà l’idea di qualcosa di incurabile e inerte, che però perdura nella sua strabiliante bellezza, come spesso capita con chi non fa che lamentarsi dei propri malanni e alla fine sopravvive ai presunti sani e vigorosi.

Ma poi basta guardare le case in affitto o in vendita. Consultate per esempio il sito “idealista”, a caccia di bilo e trilocali. La differenza tra l’offerta milanese e quella romana è lampante osservando le fotografie. I milanesi tentano il design, foss’anche quello a buon mercato dell’Ikea, la simmetria, l’ordine. I romani inseriscono fotografie con lo spazzettone appoggiato sbilenco sullo straccio imbevuto, i plasticoni colorati dei detersivi sullo sfondo, lo stendino con calzini e mutande stesi in camera, il caos di vasetti con basilico morto e i ciaffi (meraviglioso termine romano per carabattole) che non si sa dove buttare accatastati sul balconcino. Li guardi avvilito e ti chiedi: ma non potevate mettere ordine prima di scattare le esiziali foto? Per non dire degli arredi, volti alla romanità con reperti di gipsoteca, stucchi e bocche della verità confitte nella parete di casa, tendaggi barocchi, divani rivestiti con broccati luminescenti.

Al contempo, se la vita milanese è concentrata sull’essere operativi, nelle sterminatezze chilometriche della vita romana ci si trascina in riunioni che non portano a nulla, in “proggetti” che muoiono senza essere nati, in un atteggiamento strascicato che però è tanto confortante anche perché cullato in un eterno bel tempo, nella bellezza monumentale sempre stupefacente, in un’attitudine alla spiaggia e alla balneazione che risolve tutti i mali e lava via le disparità di genere, di reddito, di aspirazioni, tra l’Argentario e Sabaudia, passando per Ladispoli e Coccia di morto.

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