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Ripartiamo da Zeri

Luglio 2021 - HUB - Corriere del Ticino - Storie I miei articoli

Nato cento anni fa, nell’agosto del 1921, Federico Zeri è stato uno dei più grandi personaggi del Novecento italiano: un eccelso storico dell’arte e critico internazionalmente riconosciuto, e per giunta il più imbattibile dei connaisseur – termine con cui si definiscono gli intenditori di arte e antiquariato, qualità necessaria per dedicarsi alle attribuzioni. Si applicò caparbiamente alla mappatura filologica di tesori dell’arte italiana misconosciuti e dimenticati, tuttavia fu anche un personaggio, nel senso di uno di quelli che adesso vengono detti “celebrity”. Alla sua genialità, alla stupefacente capacità mnemonica, all’imbattibile cultura visiva va aggiunto che fu anche immensamente curioso, capriccioso, estroso. Di eleganza impeccabile nei suoi abiti sartoriali, gigioneggiava con mise strambe o provocatorie (interviste televisive concesse in vestaglia a disegni ikat o con pigiama a righe bianche e nere da carcerato). Fu inoltre un maestro delle invettive e degli insulti più creativi, rivolti soprattutto contro l’acefala burocrazia italiana (e chissà che turbinii di tweet avrebbe generato se fosse vissuto nell’era dei social). Così lo descrisse Alberto Arbasino: “La melanconia del personaggio Zeri veniva da lontano. Come già il grande Mario Praz, il grande Federico era (e teneva a mostrarsi) inguaribilmente geniale, passabilmente sinistro, e solo. Cioè solitario, e unico. Vertiginosamente connaisseur. Dotato (e anche allenato) di forze mnemoniche sconcertanti e di saperi deliranti, storici e artistici, interconnettivi e incommensurabili. Anche nella cultura e letteratura più cheap e trash, con un vezzo ostentatorio che travolgeva ogni sprezzatura signorile e chic (…). Fra snobismi estremi: nella volgarità dialettale delle barzellette feroci, televisive o ancestrali, preferibilmente antireligiose e porcelle. Nell’erudizione perfezionistica e maniacale circa apparenti minuzie marginali e remote, improvvisamente rivestite di un significato abbagliante o di una messinscena derisoria”. E conclude: “Il suo stato normale era l’indignazione”.

Nato a Roma, da padre internista e docente di patologia medica che morì quando Zeri era diciottenne, si trovò a passare da una situazione di benessere alla necessità di capitalizzare talento e conoscenze.

Dopo un inizio nell’amministrazione dei beni culturali, alla fine degli anni Cinquanta iniziò una fortunata e redditizia carriera di consigliere di grandi collezionisti come Vittorio Cini, di curatore di patrimoni artistici privati come quello della principessa Elvira Pallavicini, di creatore e consigliere d’amministrazione di musei privati (il Getty di Malibu), di creatore di cataloghi delle collezioni internazionali di musei come il Metropolitan di New York.

Il suo argomento preferito era la decadenza di Roma antica, oltre alla vibrante passione per lo studio delle culture periferiche. Alvar González-Palacios, storico dell’arte specializzato in arti minori, che lo frequentò a lungo prima di litigarci, ha scritto che Zeri possedeva “una mente da classificatore assoluto. Cui piacevano le cose bizzarre. Era come animato da una forma distruttiva verso le cose. Era in continua lite con tutti. Geniale e infelice. E come tutte le persone infelici in grado di rendere infelici gli altri (…). Federico conosceva a memoria tutti i quadri di Tiziano o Masaccio. Che poi li amasse veramente è un altro discorso. Gli dava fastidio l’autorità costituita”.

Per Zeri il secolo più importante della cultura italiana non è stato il Rinascimento ma il periodo che va dal 1230 sino alla peste nera del 1348: Federico II, Giotto e la sua scuola, le scuole pittoriche di Rimini e Spoleto, il matematico Leonardo Fibonacci, gli eccelsi scultori Giovanni Pisano e Arnolfo di Cambio, il sommo poeta Dante. La cultura non era patrimonio delle grandi città, ma era diffusa ovunque. Solo a partire dal secolo seguente si creerà il dominio delle città e il concetto di provincia. Come dice il professor Andrea De Marchi, suo allievo e collaboratore (“Ho mangiato circa 1500 pranzi con lui”), Zeri non era uno stilista della scrittura, aveva un tipo di prosa anglosassone, pulita e semplice, antiaccademica. Pittura e controriforma è il suo libro più importante e tratta il tema della divaricazione tra arte e arte sacra. “Zeri critico è diverso dagli altri anzitutto per non aver mai sposato un metodo. Non ha mai lasciato una scuola dietro di sé perché era abbastanza intelligente da capire che nessun sistema da solo può spiegare la realtà. Quanto all’aspetto umano, aveva un vuoto affettivo e amoroso disperante, un’enorme solitudine che ha riempito in modo creativo e costruttivo con il fuoco della conoscenza alimentato con vitalità enorme”.

Negli anni Sessanta, Zeri comprò dieci ettari di terreno a Mentana – a una ventina di chilometri da Roma – e vi fece costruire una grande villa dall’architetto Busiri Vici. La villa era destinata ad accogliere le sue collezioni: dipinti, sculture, una consistente raccolta di epigrafi romane (ben 400 pezzi), mosaici di Antiochia, sculture di Palmyra, marmi romani, la biblioteca. Non è tutto. Nelle interviste televisive, vediamo Zeri seduto a una lunga scrivania e dietro alle spalle volumi di grandi dimensioni, tutti rilegati in pelle, allo stesso modo. Non sono libri ma contenitori che raccolgono una delle più vaste fototeche del mondo. Solo immagini in bianco e nero, perché, come diceva Zeri, “il colore non fa vedere i restauri. Io lavoro bene con il quadro o le fotografie in bianco e nero”. Con il supporto di quell’archivio sterminato, ben 290.000 fotografie di sculture e dipinti, Zeri esercitava la memoria visiva che gli serviva per sentenze e attribuzioni (“Non è crosta ma bottega”, o viceversa). Scrive González-Palacios: “Capii di trovarmi davanti a un complesso meccanismo messo nel corpo di un uomo. Non avevo a che fare con un’intelligenza critica che si esplicava in modo logico e consequenziale, bensì con un essere in preda a un’energia che lo faceva agire al di là del proprio io. Non appena gli mostravo una fotografia ero sommerso da un torrente di informazioni che non avevo il tempo di annotare; talvolta mi sembrava che questo scoppio vulcanico si mettesse in moto prima che la foto fosse davanti ai suoi occhi: sapeva senza vedere. Ero di fronte a una forza aldilà di ogni controllo umano – Matteo che scriveva sotto la dittatura dell’Angelo. Credo di aver conosciuto e visto in azione quasi tutti gli storici dell’arte della mia epoca ma nessuno aveva un rapporto così istantaneo, così misterioso con le opere d’arte”.

Federico Zeri è morto nel 1998, dopo che l’Università di Bologna gli aveva attribuito una laurea ad honorem. E proprio a questa università Zeri ha lasciato la villa e tutto il suo prezioso archivio con la biblioteca. Oggi la Fondazione Zeri è ospitata nel convento bolognese di Santa Cristina e l’archivio di Mentana è stato catalogato e digitalizzato e la fototeca messa on line. La villa invece versa in stato di radicale abbandono, e alcune delle epigrafi romane sono stare smurate e rubate. L’università di Bologna, con ragioni che amici e discepoli di Zeri ritengono pretestuose, ha ritenuto che fosse troppo oneroso creare nella grande villa isolata un centro di formazione specialistica in storia dell’arte. Si è tentata la vendita dell’immobile, ma non è andata in porto. Il piccolo comune di Mentana non ha i mezzi per restaurarla e farne un museo. Non resta che sperare in qualche sostanziosa donazione che la renda di nuovo agibile e visitabile. Noi, frattanto, immaginiamo le celesti invettive di Zeri, rivolte a chi non è stato in grado di rispettare le sue volontà.

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