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Attrazione fatale. Il delitto Casati Stampa

Marzo 2022 - Vanity Fair - Storie I miei articoli

Se Anna Fallarino avesse preso atto che “dopo i vent’anni si innamorano solo le cameriere”, come da celebre battuta attribuita a Gianni Agnelli… E se Camillo Casati Stampa marchese di Soncino non avesse ucciso 183 anatre prima di fissare un incontro con Anna, sua moglie… Se all’appuntamento non si fosse presentato anche il giovane Massimo Minorenti, il ragazzo pieno di capelli biondi di cui la moglie s’era scioccamente innamorata …  

Se, se, se. Forse le vite dei tre protagonisti di uno dei casi di cronaca nera più morbosamente drammatici del Novecento non sarebbero cessate in modo così efferato. Forse Silvio Berlusconi non avrebbe mai messo piede nella villa di Arcore. Forse la noia delle conversazioni al Circolo della Caccia e nei ritrovi delle famiglie aristocratiche e altoborghesi non sarebbe stata infranta dalle chiacchiere di chi aveva frequentato Anna e Camillo ai ricevimenti, alle feste, alle prime, alle cacce e ora si divertiva a descriverne le perversioni. Di certo, possiamo dire che la quarantunenne Anna, moglie del quarantreenne Camillo, secondo le regole non scritte del mondo di appartenenza era troppo attempata per innamorarsi come una ragazzina, o come una cameriera, umiliando il ricchissimo marito, erede capriccioso di una casata patrizia milanese.

E ora presentiamo meglio i protagonisti di questa storia, il cui epilogo violento, nella sera del 30 agosto 1970, sarà la morte di Anna, Massimo e Camillo, quest’ultimo nella parte dell’assassino suicida.  

Camillino (così lo chiamavano in società) era figlio di seconde nozze di quel Camillo Casati Stampa che aveva sposato la celebre Luisa Amman, donna ieratica ed eccentrica se non mezza matta, ritratta in famosi dipinti – tra cui due pregevoli Boldini – con levrieri e ghepardi al guinzaglio, amante di D’Annunzio e nel 1924 detentrice del record di prima divorziata italiana, grazie alla Sacra Rota.

Erede di un patrimonio agricolo e immobiliare vastissimo, sparso tra Milano e la Brianza, Camillino aveva anche in concessione dallo Stato l’isola di Zannone, a 18 miglia marine dal Circeo. Cresciuto tra nanny e collegi, tenuto a distanza dalla madre americana, seconda moglie del padre, il rampollo era diventato un adulto di carattere collerico (soprattutto col personale di servizio), dotato di tutte le fissazioni e i piaceri sociali della sua classe. La caccia vista come sport, cioè ammazzare animali a man bassa camminando in tenute proprie o di amici, le prime della Scala, i club, i ricevimenti, le antiche dimore, i cavalli, il personale di servizio abbondante e silente, il gioco delle carte, le mogli addobbate dai migliori sarti e con gioielli spettacolari. Non c’è da essere moralisti: non è una vita facile, bisogna esservi addestrati, richiede comunque sprezzatura, uso di mondo, padronanza delle lingue, eccetera eccetera. Come debutto nella vita coniugale, in prime nozze Camillo aveva sposato la ballerina di avanspettacolo Letizia Izzo, in arte Lydia Holt, e da lei aveva avuto la figlia Annamaria.

Anna Fallarino veniva invece da Amorosi (un nome, un destino), paesello della provincia di Benevento. Di famiglia piccolo borghese, a tre anni era stata abbandonata dalla madre, scappata con un amante. Divenuta adolescente, alta e polposa, aveva smesso di studiare e si era trasferita a Roma, ospite di uno zio sottufficiale di Polizia. Lì, tentativi di fare l’indossatrice, l’attrice, eccetera. Unico risultato, una parte fulminea in un film di Totò, Tototarzan.  Con una ghirlanda tra i capelli e un reggiseno con un casco di banane che penzolava dalla spallina destra, Anna recita una memorabile battuta. Totò: “Come ti chiami?”. Lei: “Ranocchia”. E lui: “Allora senti Ranocchia, andiamo a fare un girino”. Fine della carriera cinematografica. Quanto a quella sentimentale, prima un fidanzato garzone di macellaio, poi qualche storia con tipi poco desiderabili che le promettevano svolte nella carriera, infine il colpo grosso. Di lei si innamora, sposandola, un ricco ingegnere romano, Peppino Drommi, grande amico del marchese Casati.

Una sera, Camillino con Letizia e Peppino con Anna si ritrovano al Pirata di Cap Martin, glorioso ritrovo per bon vivant. Un draguer cubano marito seriale di miliardarie, Porfirio Rubirosa, poggia la manona sulla spalla nuda di Anna. In breve, è rissa. Camillo mena le mani per difendere la moglie dell’amico, i tre maschioni spermatici sfasciano il locale. Scocca la scintilla tra Camillino e Anna, mentre schiere di avvocati rotali esultano pensando alle parcelle che estorceranno a Drommi e Casati. La Sacra Rota annulla i due matrimoni, Camillo sposa Anna, e Drommi sposa Patrizia De Blanck, da cui avrà la figlia Giada (vedi alla voce L’isola dei famosi). Letizia Izzo incassa seicento milioni, un appartamento a Palazzo Barberini di tredici stanze, una casa per la sorella, e un ricco assegno mensile per il mantenimento suo e della figlia Annamaria. Alla cifra spesa da Camillino per la ex moglie, a quella per gli avvocati rotali, bisogna aggiungere centinaia di milioni allungati ad alti prelati per accelerare le pratiche di annullamento, e poter subito sposare Anna: “Ci tenevo tanto al matrimonio religioso per stare in pace con Gesù e la Madonna, sai io sono tanto devota alla Madonnina di Pompei”, scriverà lei alla cuginetta e confidente. Ma anche: “Quando uno ama tutto è lecito”. E le cose lecite cui allude Anna stiamo per illustrarvele. Per esempio, la prima notte passata col futuro marito in un grande albergo, i due si accoppiano sotto gli occhi del cameriere del room service: “Camillo ha preteso che rimanesse in piedi davanti a noi col tovagliolo sul braccio in attesa dell’ordine di stappare la bottiglia. Poi lo ha toccato sulla patta per sentire l’effetto che gli avevamo fatto. Dopo averlo invitato a bere un calice gli ha dato una mancia spropositata. Ci siamo posseduti selvaggiamente e ripetutamente per tutta la notte. La mattina dopo io con la lingua escoriata e il basso ventre bruciante sono tornata a casa mia”. Queste, dunque, le premesse del matrimonio religioso, premesse cui poi seguirà una stramba vita di coppia. Dieci anni di moltiplicazioni erotiche, che perlopiù vedono Camillino attivo nel guardare, nel fotografare, nello scegliere e poi pagare maschi da far accoppiare con la moglie, meglio se ragazzi di borgata o militari in libera uscita, e possibilmente en plain air, sulle spiagge del litorale romano, a Fiumicino, a Ostia, oppure nell’isola di Zannone. “Grovigli di corpi nudi sdraiati sugli scogli si contorcevano in pose plurime davanti all’obiettivo del marchese, che, con l’appendice svettante verso l’alto, fotografa da tutte le angolazioni i copulanti e impartisce loro istruzioni precise sul da farsi come un regista”: questi i ricordi della cuginetta quindicenne di Anna, Mariateresa Fiumanò, sua unica confidente, venuta ospite sull’isola poche settimane prima dello scatenamento omicida di Camillo. Certo, l’immagine di Camillo affetto da precoce calvizie, che saltella nudo ed eccitato sui sentieri petrosi tra gli scambisti, alla ricerca di dettagli anatomici da fotografare, è al limite del comico.

Dopo dieci anni di ammucchiate, Anna infine si annoia. Il suo aspetto curvaceo, che ricorda quello di una Elettra Lamborghini senza tatutaggi, continua però ad alimentare le ossessioni del marito. Le chiede di esibirsi sempre più spesso, più volte alla settimana. Ed ecco che nella vita di Anna, fatta di moltiplicazioni sessuali, tranquillanti, abiti da sera e gioielli entra l’amore. Inopinatamente la marchesa si incapriccia di uno dei soggetti reclutati e pagati dal marito perché si facciano guardare mentre la possiedono.

L’oggetto di questo slancio amoroso è il figlio di un pensionato della Gescal, lo spiantato venticinquenne Massimo Minorenti, gagarino del sottobosco pariolesco romano, militante dell’MSI, iscritto a Scienze politiche senza mai aver dato un esame, frequentatore di night e, si diceva, protagonista di un flirt con la soubrette Lola Falana.

Camillo sa che Massimo e Anna s’incontrano di nascosto (tremenda trasgressione), sa che passano molto tempo al telefono, sente che Anna gli sfugge. Ne fa una tragedia. Nel suo diario scrive: “Io sto lentamente morendo e ho perso in tutto. Non sopporto più questa situazione”. Pensa al suicidio, pur continuando a tessere incontri di sua moglie con altri partner. Per rilassarsi accetta un invito dei Marzotto e raggiunge la loro tenuta di Valdagno, in Veneto. La sera chiama la moglie, che è rimasta a Roma nella loro casa di via Puccini, un grande attico su due piani affacciato su villa Borghese e sulla coltre di pini che da Porta Pinciana scivola verso Valle Giulia. Anna gli dice che con lei ci sono Massimo e altri amici. Lui s’infuria e le intima di mandarli via. La mattina si sveglia presto, partecipa a una battuta di caccia e stermina la bellezza di 185 anatre. Una furia venatoria che fa presagire il peggio. Subito dopo la strage, prende un aereo e torna a Roma. È il fatidico 30 agosto 1970, una giornata piovosa, malinconica. Camillo pensa al suicidio. Rimugina. Parla al telefono con la moglie, che la sera prima aveva lasciato la casa rifugiandosi da un amico di Massimo, e la convoca. Lei è impaurita, ma anche decisa a lasciare “il capellone” (così lo chiama Camillo) e continuare la vita coniugale. Sono quasi le 19. Camillo scrive l’ultimo messaggio alla sua Anna sul retro di un calendario erotico: “Amore mio, vita mia, perdonami, ma quello che farò lo debbo fare. Addio, mia unica gioia passata”. Nel frattempo, va all’armadio dei fucili, sceglie un Browning calibro 12, lo carica con 5 pallottole per la caccia ai cinghiali. Al maggiordomo Felice ingiunge di non disturbarlo per nessuna ragione al mondo. Arriva Anna, accompagnata da Massimo. Probabilmente vuole trattare l’uscita dell’amante dalle loro vite, in cambio della cifra necessaria a comprargli un autosalone (somma aspirazione del ragazzo e dei suoi amici). Il karma dell’autosalone resterà poi nel condominio, perché oggi al pianoterra, proprio sotto l’attico dei Casati, c’è la Samocar, concessionaria di Ferrari e Maserati della famiglia Malagò.

Ma torniamo al nostro trio: seduti in poltrona, discutono. Le porte dello studio sono serrate, il maggiordomo e la moglie pronti a non intervenire, come da disposizioni. Non sapremo mai chi abbia fatto la richiesta del fatidico autosalone, se Anna o Massimo, oppure se nessuno l’abbia fatta e invece altre parole abbiano riempito di rabbia l’aria della stanza. Fatto sta che il marchese imbraccia il fucile e spara tre volte ad Anna e due a Massimo. Poi punta il fucile sotto al mento e si ammazza.

Il maggiordomo, più spaventato dal datore di lavoro che dalla sparatoria, aspetta due ore per chiamare la sorella di Anna e dirle che, nella stanza in cui lui ha il divieto di entrare, da tempo si è fatto un silenzio di tomba.

In via Puccini arriva Velia, la sorella. Chiamano una clinica e la polizia. Sulla cornice di un quadro è finita un’orecchia del marchese. Massimo è contorto sotto un tavolino, dove ha cercato di proteggersi. Anna è in poltrona, con un rivolo di una sostanza biancastra e collosa che le esce dal seno: silicone. Questo dettaglio grottesco, che svela un’avanguardista della chirurgia plastica, rimanda alla famosa tetta di Carmen Di Pietro, esplosa durante un volo Roma Madrid (“Mentre stavo leggendo Topolino”, rivelerà alla stampa). Sulla scrivania e nei cassetti, gli inquirenti trovarono il diario di Camillo, rivestito in pelle verde, e pacchi di Polaroid. Circa 1500 scatti che ritraevano sezioni anatomiche della marchesa e le sue prodezze con infiniti “utilizzatori finali”. Tra le pagine del diario, dove Camillo annotava prestazioni della moglie, pagamenti, giudizi sulle performance, si trovarono notazioni come queste: “A Fiumicino nudissimi. Anna bella spaparanzata. Dopo un aviere nuovo… tutto divino”. “Oggi Anna mi ha fatto impazzire di piacere. Ha fatto l’amore con un soldatino in modo così efficace che da lontano anche io ho partecipato alla sua gioia. Mi è costato trentamila lire, ma ne valeva la pena”. “Siamo stati sul litorale di Fiumicino, in molti la guardavano. Abbiamo scelto un giovane. È stato appagante. Lo abbiamo ricompensato con trentamila lire”. “Al mare con Anna ho inventato un nuovo gioco. L’ho fatta rotolare sulla sabbia, poi ho chiamato due avieri per farle togliere i granelli dalla pelle con la lingua”. E così via. Pubblicando fotografie e frasi tratte dal diario, nei giorni seguenti all’omicidio-suicidio i giornali aumentarono la tiratura di oltre 500mila copie. Del resto, si trattava del più clamoroso caso di cronaca nera e contorsione erotico sentimentale mai accaduto nel jet set mondiale. Per un decennio, e ancor oggi, a cinquant’anni di distanza, il caso è stato raccontato, esplorato, anatomizzato. Chi li conosceva scrisse libri, rilasciò interviste, ne fece argomento di conversazione. Patrizia De Blanck riferì le considerazioni del marito: “Peppino mi spiegò tutto, disse che Anna era una parvenue, che era stato lui a introdurla in società e a insegnarle persino come si mettono le posate in tavola”. Altre analisi più pregnanti le fece Emilio Servadio, uno dei fondatori della Società Psicoanalitica Italiana. Analizzando i diari di Camillino, oltre a diagnosticare voyeurismo e masochismo, ne constatò l’omosessualità latente. “Senza rendersene conto, l’individuo proietta la sua componente femminile sulla donna; dopodiché il resto avviene quasi naturalmente e si comprende benissimo che l’incontro diventa veramente un incontro omosessuale”. In pratica il marchese Casati dragava le spiagge alla ricerca di maschi che gli piacessero, e senza arrivare al passo definitivo di cercarli per sé stesso, utilizzava la moglie per identificarsi in lei. Oggi, chissà: diremmo forse che Camillo era fluido. E, dal punto di vista sociologico, possiamo anche attribuirgli sessismo (se non sei mia non devi vivere), classismo (ti innamori di un cretinetti pieno di capelli, mentre sei sposata con un uomo nobile e ricchissimo), paternalismo (io ti ho creato e io ti distruggerò).

Infine, arriviamo alla conclusione pratica di tutte queste efferatezze. Se Camillo Casati Stampa si fosse limitato a suicidarsi, com’era sua intenzione, erede di tutte le proprietà sarebbe stata la moglie Anna, come disposto nel testamento. Invece morì dopo averla uccisa. Il patrimonio dei marchesi di Soncino finì nelle mani di Annamaria, la figlia diciannovenne (e quindi, secondo le leggi dell’epoca,

minorenne fino ai 21). Con beni per più di 300 miliardi, alla ragazza furono affibbiati due tutori, uno dei quali era il giovane avvocato rampante Cesare Previti. Poiché siamo in Italia, un Paese piccolo dove prima o poi tout se tient, tra le proprietà ereditate da Annamaria c’era una villa settecentesca ad Arcore, dalle eleganti forme neoclassiche, dotata di sontuose biblioteca e pinacoteca. Appena divenuta maggiorenne, Annamaria sposò il conte Pierdonato Donà delle Rose, traferendosi con lui in Brasile. Doveva però liquidare le ingenti tasse di successione e i debiti paterni col fisco. Pensò quindi di vendere la villa di Arcore, con tutto quello che conteneva, e per farlo incaricò il suo ex tutore Cesare Previti. Anziché i due miliardi del valore stimato, Previti fece comprare la villa al suo cliente Silvio Berlusconi per 500 milioni di lire dilazionati, somma che l’ereditiera non riuscì mai a incassare interamente. Come dicevamo all’inizio: se, se, se.

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