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Capote vs Arbasino. Le vite parallele di due grandi scrittori che si detestavano

Settembre 2022 - Domani - Storie I miei articoli

Strano ma vero: ci sono due grandi scrittori del Novecento, un americano e un italiano, che non hanno coltivato la propria rivalità sul piano della letteratura bensì su quello della postura sociale, delle vacanze e dell’amicizia con donne ricche, munifiche, eleganti. In particolare, la reciproca antipatia si accese nella conquista dei favori e dell’amicizia di Marella Caracciolo di Castagneto, moglie di Gianni Agnelli. È sulle barche a vela della coppia, nella grande casa di Torino, nei palazzi delle principesse romane che Truman Capote e Alberto Arbasino si sono scrutati, dissezionati, disprezzati. A dire il vero, mentre l’ironia urticante di Arbasino su Capote è documentata, delle opinioni di Capote su Arbasino non v’è traccia: probabilmente non lo riteneva degno rivale, quantomeno considerando la propria fama internazionale rispetto a quella più limitata dello scrittore italiano. Ma la cosa che qui ci preme raccontare è una sorta di “vite parallele”, per quanto distantissime, e di come queste due esistenze eminentemente letterarie arrivarono a incontrarsi e confliggere.

Erano quasi coetanei Capote e Arbasino, entrambi gay, cosmopoliti, amanti del bien vivre. L’uno, scrittore che in patria aveva raggiunto una popolarità seconda solo a quella di Hemingway, era affrontabile senza sforzi anche da parte di lettori poco coltivati, nella tradizione di gran parte della letteratura americana; l’altro era invece votato a lettori eruditi o che cercavano di esserlo, e che con lui ingaggiavano ardimentosi duelli a braccio di ferro in cui a vincerla era sempre e solo Arbasino, perché aveva visto, ascoltato, incontrato, studiato, assorbito più di chiunque altro.

Prima che Capote e Arbasino arrivassero a competere sul vischioso terreno del jet set, avevano vissuto esistenze totalmente antitetiche e, se vogliamo, analoghe agli stereotipi: gli americani sempre un po’ maledetti, spuntati dal nulla e gran consumatori di alcol, psicofarmaci e droghe; gli italiani invece di famiglia borghese, con una base di licei classici, caratterizzati da un solido impegno intellettuale.

Truman Streckfus Persons era nato a New Orleans nel 1924. Lillie, la madre, aveva 17 anni quando rimase rimasta incinta di Archulus Persons, commesso ben presto sparito, tipico mascalzone che poi tornerà a farsi vivo solo quando il figlio sarà diventato ricco e famoso. A 2 anni, il piccolo Truman venne sbolognato a zie zitelle residenti a Monroeville, in Alabama, in seguito usate come materiale narrativo per i suoi primi racconti. Di tanto in tanto, la mammina cara lo prelevava portandolo con sé, e finiva poi per chiuderlo a chiave in buie stanze d’albergo, mentre nella camera accanto si accoppiava chiassosamente con maschi appena reperiti. “Ho sempre avuto attacchi molto estremi di ansia… È iniziato davvero quando ero bambino. Sono stato rinchiuso per lunghi periodi di tempo e non sapevo quando qualcuno sarebbe venuto a farmi uscire. Ha creato un tremendo senso di ansia e non me ne sono mai sbarazzato… Questo è davvero il motivo per cui ho iniziato a bere troppo. Era l’unica cosa che avrebbe fermato il senso di ansia”, scriverà poi Capote. A Monroeville, 1.300 abitanti tra cui la sua quasi coetanea e compagna di giochi Harper Lee, il biondo e paffuto bambino inizia a scrivere racconti ispirati a vicende di vicini e parenti. Divenuto adolescente e già scrittore in erba, la madre lo preleva e lo porta a vivere in Connecticut con il nuovo marito, Joseph Capote, immigrato cubano venditore di lenzuola. Lassù, prime intemperanze soprattutto scolastiche: «Mi spedirono in una clinica psichiatrica di un’università dell’est dove dovevano stabilire il mio quoziente intelligenza. Mi diverti tantissimo e, indovinate un po’?, tornai a casa che era un genio, proclamato tale dalla scienza (….). Ah! Ero contentissimo, andavo in giro rigirandomi continuamente negli specchi e tirando dentro le guance e pensando tra me e me: ragazzo tu e Flaubert, o Mansfield o Proust o Čechov o Wolf … Insomma, chiunque fosse il mio idolo del momento. Cominciai a scrivere come un pazzo, la mia mente lavorava tutta la notte ogni notte e penso di non aver dormito per bene per farmi punto almeno fino a quando scoprì che il whisky mi rilassava». La famiglia si trasferisce poi a New York, e Joseph Capote adotta Truman. Marito fascinoso e infedele, il cubano si prende cura del ragazzetto. La madre, alcolista e soggetta a scatti di violenza, invece non lo ama: è troppo basso, effemminato, con vocina stridula. Ma Joseph viene inquisito per appropriazione indebita e finisce a Sing Sing. Madre e figlio ridiventano poveri, e lei si suiciderà col Veronal nel ’54; a quel punto, Truman ha 30 anni e da poco ha pubblicato Altre voci, altre stanze, ritratto in parte autobiografico di un ragazzo che cerca il padre e la propria identità sessuale nel sud degli Stati Uniti.

Il romanzo vende bene, anche grazie anche alla fotografia ammiccante dell’autore posta in quarta di copertina. Il Los Angeles Times commenta la foto con queste parole: «Sembra che stia contemplando con aria sognante qualche oltraggio alla pubblica morale». L’immagine suscita l’attenzione del giovane Andy Warhol, che inizierà la sua carriera proprio come fan di Capote, organizzando una mostra di dipinti ispirati sue pagine.

Andiamo invece agli inizi di Alberto Arbasino, nato nel 1930 a Voghera, cittadina lombarda che allora contava poco più di 30mila abitanti. Primo di 3 fratelli, padre farmacista, cresciuto in un contesto borghese e istruito, in una situazione patrimonialmente distante da casa Agnelli ma culturalmente imbevuta di valori e mitologie simili. Lo racconta benissimo Michele Masneri nel suo trascinante Stile Alberto (Quodlibet, 2021): «Con la casa regnante ufficiosa di Torino c’erano connessioni – il collegamento sarà Marella, first lady riluttante e intellettuale, ma prima ancora Franco Antonicelli, istitutore antifascista che aveva educato l’Avvocato ragazzino e che era un vogherese di casa dagli Arbasino. Tra Voghera e Casa Agnelli, al netto delle differenze di Pil, c’erano anche altre similitudini: il comune sostrato laico e atlantista, e lo sguardo ammirato-ironico di Alberto sull’ethos torinese-militaresco a cui apparteneva l’Avvocato”. E, aggiunge Masneri, erano entrambi dotati di sprezzatura, cioè della capacità di trattare gravemente i temi leggeri e leggermente i gravi. Ma se l’infanzia e l’adolescenza di Truman erano state da manuale di psichiatria, come era andata invece ad Alberto? Ecco una descrizione dei familiari, tratta da Fratelli d’Italia: «Non stanno mai zitti sui vari malesseri, scrivono tante condoglianze, si fanno continuamente sentire da una pace del chiostro che pare un vespaio… Schizzi incessanti di acidità automatica da una stanza all’altra: sarebbe troppo comodo! fai le cose facili, tu! fai in fretta, come se fosse tutto semplice! eh, già, potendo! non si può mica sempre tutto! sarebbero capaci tutti! cos’hai da sorridere per niente, con quella faccia sorridente mi fai venire una rabbia… Vado in camera a piangere! (…) Il contrario del “volere è potere” nelle famiglie di successo… E intanto escono il meno possibile, o si rifiutano di uscire del tutto… Trovano che “questo mondo” non va bene, non vogliono vedere… Perché? a te piace? ti domandano in faccia, severamente, se obietti che non ti spiacerebbe, sui diciott’anni, far qualcosa di bello… “Di bello? Non c’è mai niente, a questo mondo, di bello!”… E sotto sotto: “pensano solo a divertirsi”». E anche: «Preferiscono stare o vagare nella loro stanza, sole, senza far niente… senza mai leggere, senza neanche accendere la luce… soprattutto per economia… finché le altre irritatissime si mettono a urlare: si può sapere cosa fa quella là, di là?… Non, però, meditando a luci spente: mai viene poi fuori dal buio un mondo abbastanza spirituale, interiore, di pensieri, di idee… Solo malori, disgrazie, disturbi: il peso sullo stomaco, un dolore alla spalla, il mal di denti, una punta d’acetone, un bruciore, una puzza, si è dormito malissimo, non si è chiuso occhio, non si ha mai un attimo, le vicine sono state sveglie a divertirsi e il Signore le punirà…». 

Dunque, tra licei classici e omosessualità non esibita, don’t ask don’t tell, anche l’infanzia e l’adolescenza di Arbasino ebbero i loro bei traumi, che causeranno poi il suo famoso horreur du domicile.

Ma ecco il riscatto: in questo gioco di vite parallele, abbiamo un Capote che infine trova sé stesso e il proprio mondo di riferimento a Manhattan, e Arbasino che, dopo aver abbandonato per noia l’ambizione di diventare un diplomatico, adotta Roma come trampolino per la sua frenetica attività di viaggiatore e inarrivabile reportagista culturale. “Nato a Voghera, rinato a Roma”, scriverà di sé.

Infine, perché i due grandi scrittori si incontrino, dobbiamo arrivare agli anni Sessanta. Truman ha già pubblicato con successo mondiale Colazione da Tiffany, ed è anche uscito il relativo film di Blake Edwards, che vede protagonista la cerbiattesca Audrey Hepburn, benché lo scrittore avesse concepito il personaggio della seducente e svampita escort pensando a Marylin Monroe. Alberto, d’altro canto, aveva pubblicato nel ’63 il suo libro totem, Fratelli d’Italia, che poi riscriverà altre due volte nel corso della vita; come dice Masneri, è «l’Arbasino definitivo: inutile pretendere di leggerlo dall’inizio. Va aperto a caso, come l’I Ching». Nel frattempo, se Capote ha già iniziato a essere intrattenitore, confidente e gradito ospite di giovani e bellissime miliardarie americane, da lui definite “cigni di Park Avenue”, Arbasino è attirato dalle aristocratiche romane, con i loro palazzi affrescati, l’uso di mondo, l’attitudine sprezzante. Sono tutte presenti in Fratelli d’Italia, ma con opportuni camuffamenti di nomi e fatterelli. In particolare, Arbasino è affascinato dalla frequentazione con la bi-principessa Laudomia, detta Domietta, Hercolani del Drago. Elegantissima, arguta, curiosa, è la Desideria di Fratelli d’Italia. Fatto sta che nei primi anni Sessanta i due autori sono al centro del jet set, come forse nessun autore famoso della contemporaneità è mai stato (a parte il francese Jean d’Ormesson, che però delle élite era parte integrante per lignaggio). Quanto alla ricchezza personale, Arbasino, di famiglia benestante, era molto abile nello spremere denaro a case editrici e giornali per cui scriveva; e Capote era diventato ricchissimo: per il libro che lo renderà straordinariamente famoso, A sangue freddo, reportage sulla strage di una famiglia di agricoltori del Kansas e poi sulla prigionia e l’esecuzione degli assassini, aveva ottenuto un anticipo di un milione di dollari. Uscito nel ’66 e pubblicato in precedenza a puntate sul New Yorker, il libro trasformerà Capote in un personaggio televisivo, presente in tutti i talk show, interpellato su qualsiasi argomento, dalla politica agli omicidi.

Nel frattempo, Gianni e Marella Agnelli passavano parte delle loro estati veleggiando. Marella Agnelli, in Ho coltivato il mio giardino (Adelphi), ricorda: «Un amico che amava particolarmente venire in crociera con noi nel Mediterraneo era lo scrittore Truman Capote. Lo avevo conosciuto a New York ed eravamo diventati amici. Anche a Gianni stava simpatico, lo trovava spiritoso e di ottima compagnia (…). Nel 1965 Truman si unì a noi per un viaggio in Grecia e Turchia che avevo organizzato sul Sylvia, uno yacht da crociera del 1956. A bordo, oltre a me e a Truman c’erano Gianni, mio fratello Carlo con Ettore Rosboch von Wolkenstein, nostro fratello da parte di padre, Edoardo e mia cugina Allegra, che avrebbe in seguito sposato Umberto. C’era anche Katherine Graham, editore del Washington Post. Passavamo le giornate esplorando le coste. Tutti, eccetto Truman. Gli dissi: “Ma Truman, non puoi stare tutto il giorno rinchiuso, vieni a vedere che rovine meravigliose ci sono!”. E lui, laconico, replicò: “Scordatelo. Che differenza vuoi che faccia? Sono tutte vecchie pietre, l’una vale l’altra”. Non era assolutamente interessato». Poi, Marella aggiunge: «Negli anni Sessanta consideravo Truman uno dei miei più cari amici: eravamo, come si suol dire, amici per la pelle. Lui aveva un dono speciale: era una persona affettuosa e dotata di grande senso dell’umorismo. Quando lo conobbi avevo già letto due dei suoi romanzi e lo reputavo un giovane genio, ma non era quello l’aspetto più importante. Ciò su cui si basava la nostra amicizia, almeno per me, era un’affinità elettiva. Mi trovai a raccontargli cose che non mi sarei mai sognata di dire a chicchessia. Lui sapeva come entrare nei pensieri e nell’intimità delle persone. Stava lì in agguato, come un falco. A volte mi chiamava: “Sono a Verbier e sto morendo di noia. Posso venire a stare un po’ da te a Torino?”. In corso Matteotti avevamo tre o quattro stanze per gli ospiti e la sua preferita era una grande camera da letto blu. Quando chiamava mi diceva: “C’è qualcuno nella stanza blu?”, e poi si presentava carico di bauli Louis Vuitton traboccanti di disordine. Non sapeva mai per quanto si sarebbe fermato o per dove sarebbe ripartito».

Come ha detto Dacia Maraini in una recente intervista ad Aldo Cazzullo, Arbasino «era molto snob, frequentava solo principesse e miliardari». Eccolo dunque salire e scendere da prestigiosi yacht, e proprio durante le stesse crociere agnellesche entrare in contatto con Capote, subito detestandolo. Dato che essere scrittori non rende persone migliori né benevole, ecco alcune considerazioni di Arbasino su Capote: «Trummy veniva spesso in Italia, fin dai suoi primi anni ‘poverrimi’ quando poi raccontava soprattutto le pensioni e le trattorie di Ischia o Venezia, con grande abbondanza di quei tratti folkloristici tanto apprezzati dai lettori americani e inglesi: scogli, pesci, crostacei, pomodori, vecchiette, stufette, color locale. Ma mentre la sua carriera letteraria e mondana progrediva, diventò sempre più instancabile e infallibile nelle ricerche e incontri con le celebrità della café society e del ‘jet set cosmopolita’, come si diceva allora». In Stile Alberto Masneri dedica qualche paragrafo agli sfottò di Arbasino: «Nella fondamentale e perfida introduzione al Meridiano Capote (1999), all’autore verticalmente svantaggiato nulla viene risparmiato. Non la critica letteraria (“tante energie spese per scrivere e descrivere non pittori e musicisti ma invece queste ‘sgallettate e stracciacule per cui il massimo sono Onassis e Tiffany”); tutti questi “grandi elaborati reportages su certi curiosi aspetti o fattacci della realtà americana o esotica” che finiscono poi in “smilzi prestigiosi volumetti presso gli editori di successo”. E poi (gelosia canaglia?) la sudditanza alla famiglia torinese: qui Capote, chiamato “Genius” e utilizzato come “amuseur 24 ore” dalla dinastia della 127, viene a Roma dopo il successo di A sangue freddo, in vacanza all inclusive con la moglie del giudice del famoso processo per gli eccidi; lo scrittore e la giudicessa fanno i turisti (il Papa, lo zoo, il Colosseo), come oggi tanti americani sui pullman a due piani; e Marella li chiama “Trummy and Mummy”. E poi scherzi tremendi, già in Fratelli d’Italia: in ville italiane, si fa annunciare gravemente a un maggiordomo: “c’è donna Marella al telefono, dal Portogallo, presto”, e lui di corsa attraversa infilate di saloni, e quando ansimante prende finalmente l’apparecchio, si riattacca».

Ma torniamo al ’66. Truman è ormai il prediletto confidente di una serie di protagoniste della vita mondana, tra cui Babe Paley, Lee Radziwill (sorella di Jackie Kennedy), Gloria Guinness, Gloria Vanderbilt. Scrive Marella Agnelli: «La prima volta che mi dispiacqui con Truman, per via del rapporto che pensavo di avere con lui, fu per una colazione che diede al Colony, su Madison Avenue. In quegli anni era il club più chic di New York. C’erano C.Z. Guest, Babe Paley e molte, molte altre. Un immenso stormo di “cigni”, come ci aveva soprannominato lui, alcuni dei quali non mi stavano nemmeno granché simpatici, e che con Truman avevano suppergiù lo stesso rapporto che avevo io». Forse, non potendo concedersi gelosia verso l’homme à femmes con cui era sposata, Marella divenne gelosa di Truman.

Nel ’66, Capote, desideroso di ricambiare con magnificenza le ospitate in ville&barche, diede una festa che diverrà celeberrima per sfarzo e nomi dei presenti: il Black and White Ball all’Hotel Plaza di New York. Gli invitati dovevano celare le proprie arcinote identità ed eleganze in bianco e nero, nascondendosi dietro una maschera. La festa era data in onore di Kay Graham, neo vedova e dunque neo editrice di un impero editoriale che includeva il Washington Post e Newsweek. «Ho invitato 500 persone e mi sono fatto 15mila nemici», dirà poi Capote (e Arbasino infatti non c’era). Fu uno di quegli eventi dove, per dirla all’americana, be there or be square. Se non ci sei non vali nulla, almeno mondanamente parlando. E fu proprio dopo quel successo nella sua scalata sociale, che iniziò la catastrofe di Capote. Mentre Arbasino, leggiadro, elegante, informato, sempre più erudito, volteggiava tra salotti e musei, teatri e castelli, Capote precipitava in una spirale autodistruttiva di dipendenze e sguaiatezze. Sempre Marella Agnelli: «La vera e propria rottura avvenne prima che Esquire pubblicasse, nel 1975, un capitolo di Preghiere esaudite, un romanzo a chiave in cui Truman rivelava i dettagli della vita privata di molte persone che, come me, lo avevano eletto ad amico e confidente. Fu questo il motivo per cui la pubblicazione di quel capitolo fece tanto scalpore all’epoca. Truman aveva davvero superato ogni limite e così, da un giorno all’altro, fu spietatamente ripudiato dalle persone che lo avevano tenuto in palmo di mano. Io lo avevo anche avvertito quando, durante una crociera nel Mediterraneo, mi aveva dato da leggere qualche capitolo del suo libro – leggo l’inglese molto lentamente – per avere la mia opinione. Mi sembrava tutto così superficiale che tentai di metterlo in guardia. “Truman”, gli dissi “cosa hai scritto? Sembra uscito da un giornale scandalistico, in che guaio ti stai infilando?”».

Incapace di terminare il nuovo romanzo, sempre in televisione a dire cattiverie, capriccioso e infelice, Capote aveva finito per pubblicare su Esquire, il racconto La Côte Basque, che era parte del romanzo Preghiere esaudite, libro che non riuscirà mai a terminare e che verrà pubblicato incompleto solo dopo la sua morte. Era il romanzo-verità che avrebbe dovuto dargli le stimmate di Proust americano, rivelando al mondo i segreti delle divine mondane che lo avevano introdotto in società. Ma in seguito alla pubblicazione, la riconoscibilissima vedova Woodward di cui sparlano i due protagonisti, accusandola di essere un’assassina mentre sono seduti al tavolo del ristorante che dà il titolo al racconto (“il tempio della cucina francese per la vecchia hi-society newyorchese”, secondo il New York Times), si suicidò con il Veronal, imitata poi dai figli.

Lo scandalo provocato dalla pubblicazione di La Côte Basque finì sulla copertina del New York: un barboncino – la caricatura di Truman con gli occhiali e i denti aguzzi – seminava il panico in un party. “Capote morde le mani che l’hanno nutrito” diceva il titolo della rivista.

“Ma cosa si aspettavano? Sono uno scrittore, utilizzo tutto. Davvero pensavano che io fossi lì solo per divertirli?”, scriverà poi Capote, coniando un interrogativo retorico che da allora ogni scrittore ha utilizzato per vampirizzare le vite di amici e famigliari, senza nemmeno darsi la pena di cambiare nomi e sembianze. Al culmine del successo, era come se Capote avesse premuto il pulsante dell’autodistruzione.

Lo scaltro Arbasino passava invece da un riconoscimento all’altro. Negli stessi anni della decadenza di Capote, sempre elegante e ambito, sfornava un libro dietro l’altro. Super Eliogabalo, La bella di Lodi, Sessanta posizioni…: romanzi, personal essays, reportage dottissimi. Come scrive Masneri, “sguazzava nel demi-monde vero con perseveranza, e non c’è villa sull’Appia Antica che non esponga le sue opere autografate sui caffee table”. Ben attento a non rendere riconoscibili le principesse e le duchesse che finivano tra le sue pagine, il vogherese riteneva la Recherche e Preghiere esaudite “l’opera che uccide il suo autore”. Di fatto, Arbasino è morto ancora attento al proprio aspetto a 90 anni, laddove Capote s’è distrutto a forza di droghe e alcol e controversie, morendo a soli 60. Soprattutto, come scrive Masneri, Arbasino pur mettendo in scena un mondo contiguo e a tratti analogo a quello di Preghiere esaudite causò “solo qualche pettegolezzo tra letterati, arrabbiature di Moravia, poca roba”.

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