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Sommario

Un principe in America. Vita e godurie di PETER THIEL, miliardario della Silicon Valley. Raccontate dal suo personal chef, BRUNO SOLERI

agosto 2016 - Il Foglio - Storie

Downton Abbey, l’elegante e popolare serie televisiva, è stata l’ennesima dimostrazione narrativa che la vita degli aristocratici e dei multimilionari è più sfiziosa se raccontata dalle stanze della servitù. Il punto di vista delle persone di servizio annulla la distanza siderale che percepiamo tra i nostri affanni e certe prodigiose ricchezze.

La premessa è perché stiamo per svelarvi alcuni dettagli della vita di una sorta di conte di Grantham contemporaneo, come ci sono stati raccontati dal suo cuoco, figura che oggi viene definita “personal chef”. Anziché la fine dell’età edoardiana, un castello nello Yorkshire, una famiglia alla vecchia maniera con marito moglie e figli, cavalli e fattorie sparse nella campagna piovosa, sporadiche gite a Londra e tanto tempo per cambiarsi d’abito, il nostro scenario prevede: Peter Thiel, quarantottenne venture capitalist della Silicon Valley, regnante su una vasta contea del nostro mondo virtuale; la sua dimora principale, cioè una delle più lussuose ville di San Francisco con vista però non virtuale sulla baia e sul Golden Gate; altre abitazioni – con personale assunto tutto l’anno – a New York, Miami, Los Angeles, Maui e Tokyo.  Abbiamo inoltre un personal jet sempre pronto a decollare, un fidanzato convivente e, proprio come a Downton Abbey, uno stuolo di dipendenti, in questo caso detti personal assistant, personal chef, personal trainer, personal speech trainer, personal doctor, in una scala che dal personal va sempre più slabbrandosi fino all’anonimato della forza lavoro intercambiabile.

Peter Thiel, ex cofounder di PayPal, con il suo patrimonio di 2,8 miliardi di dollari, con il decimo posto nella Midas List di Forbes (i più ricchi investitori del tech), il figurare nei 130 eletti del club Bilderberg, con la ricca partecipazione azionaria a Tesla e a Facebook – di cui è anche consigliere d’amministrazione –, rappresenta il crisma della nuova aristocrazia mondiale, indiscutibilmente americana. Questa appartenenza gli dà pieno diritto di comportarsi in modo principesco, cioè di fare quello che gli pare: dettar legge e farsi giustizia. Così, Thiel è stato il primo uomo della storia a dichiararsi gay a una convention repubblicana (pochi giorni fa a Cleveland), e il mese scorso ha mandato in bancarotta Gawker, il Dagospia americano. La vicenda è andata così: un blog ospitato dal sito nel 2007 lo aveva definito “totally gay”. Poiché ai tempi non aveva ancora fatto coming out, Thiel se l’è legata al dito e ha incaricato la sua squadra di legali di scandagliare il sito fino a quando non avessero trovato modo di coglierlo in fallo. E c’è riuscito – alla lettera – quando Gawker ha pubblicato un filmino porno girato di nascosto, in cui il famoso wrestler Hulk Hogan copulava acrobaticamente con la moglie di un collega scambista. A questo punto, Thiel ha finanziato con dieci milioni di dollari la causa di Hulk contro Gawker, riuscendo a fargli ottenere un risarcimento di 120 milioni di dollari, che ha portato il sito alla bancarotta. Più un regolamento di conti che un afflato di filantropia, tanto che in America molti hanno commentato il fallimento del sito come la fine della libertà di stampa. Va detto che Thiel, oltre che un multimiliardario vendicativo, è ritenuto un visionario innovatore oltre che un rarissimo esempio di sostenitore nobile di Donald Trump, caso unico nell’enclave della Silicon Valley, che è saldamente liberal. Thiel invece è libertarian, ritiene cioè che la democrazia sia una dittatura, depreca il politicamente corretto, ed è fautore di una diminuzione della presenza normativa dello Stato. Tra le sue fissazioni c’è quella di finanziare ragazzi di genio perché non facciano l’università e si dedichino a inventare qualcosa di nuovo in un campo che li appassiona.

Peter Thiel è stato invitato a parlare alla convention repubblicana di Cleveland con gran rilievo, dato che il suo discorso era programmato subito prima di quello conclusivo di Trump. “Invece di esplorare Marte, abbiamo invaso il Medio Oriente”, si è lamentato (è la tipica recriminazione della Silicon Valley, anche da parte dei clintoniani). E ha aggiunto:”Sono un fondatore di aziende e finanzio persone che costruiscono cose nuove, dai social network alle navicelle spaziali. Anche Donald Trump non è un politico ma un costruttore: questo è il momento di ricostruire l’America”. Infine è arrivata la sua vibrante dichiarazione, accolta trionfalmente da un pubblico di solito poco amichevole con la comunità LGBT: “Sono fiero di essere gay, sono fiero di essere repubblicano, ma soprattutto sono fiero di essere americano”. Prima di questo memorabile discorso, Thiel si era fatto servire una cena adatta alla solennità del momento: salmone alla griglia di media cottura, digeribile e che non dà acidità né provoca reflussi durante lo speech, rigorosamente senza cipolla né aglio, non volendo appestare i vicini di podio. Il tutto preparato da Bruno Soleri, che è la signora Patmore di Thiel.

Se la cuoca di Downton Abbey era un’anziana analfabeta, somma esecutrice di ricette della tradizione inglese, Soleri è un quarantaseienne di ottima famiglia milanese, gran viaggiatore appassionato di cucina (e di donne) orientali. Figlio di Ferruccio, finissimo attore di prosa e celebre interprete streheleriano di infiniti arlecchini, e di Anna Maria Prina, ballerina e storica direttrice della Scuola di Ballo della Scala, insegnante anche di Roberto Bolle, ha lasciato la vocazione di famiglia trovando la propria nella passione per la cucina. In passato, tra continui viaggi di studio e lavoro in Oriente, ha avuto ristoranti propri a Milano (cucina asiatica, quando ancora non imperversava un portone sì e uno no), a Toronto, a San Francisco. E ha anche lavorato con Gualtiero Marchesi all’Albereta, da Alice Waters allo storico Chez Panisse di Berkeley, da Okabe al Finger’s e da Sadler a Milano. Poi, dopo anni di vita girovaga, per motivi sentimental-familiari è tornato a San Francisco, città dove l’Asia furoreggia tra campus e cucine. Qui, un cacciatore di teste gli ha proposto di diventare il ben retribuito personal chef di Peter Thiel, dopo una breve esperienza con un altro magnate, un indiano con moglie e figlie parcheggiate a Sausalito, che passava dalla Bay Area solo due giorni all’anno (e in quell’occasione bisognava procurargli le t-bone steack di cui, trasgressivamente, amava nutrirsi di nascosto dalla famiglia invece rispettosa della vita bovina).

Bruno Soleri è specializzato in cucina italiana e asiatica, mentre il suo sostituto a casa Thiel, il cuoco B, è un californiano appassionato di cucina nordafricana. A Cleveland, però, è andato Soleri, che di Thiel è il pupillo. Durante il periodo della convention, il magnate ha affittato due ville, una per il personale e una per sé. Soleri ha preparato biscotti per Ted Cruz, quando è andato in visita da Thiel; ha osservato le differenze tra la security di Thiel (giubbotto antiproiettile sotto la camicia portata fuori dai pantaloni) e quella di Cruz (divisa istituzionale della polizia); ha nutrito gli ospiti della villa padronale, tra cui la l’ultrabionda opinionista Ann Coulter. Inoltre ha rifocillato il capo dei suoi pr e lo speech trainer, ha fatto la spesa da Whole Food (in una Cleveland militarizzata dove a ogni angolo si credeva di individuare islamisti pronti al martirio assassino), ha istruito le cameriere noleggiate nel più elegante locale della città, insegnando loro la regola del “guarda in faccia e apri bocca solo se interpellata”, ha preparato il catering per il jet che avrebbe riportato Thiel a San Francisco. Soprattutto, ha preparato una cena a bordo piscina piena di “sostanze illegali”, non previste dal sistema dietetico cui Thiel si sottopone nella speranza di arrivare in forma al compimento dei cento anni. Soleri ha servito un gazpacho pieno di garbo, cioè senza aglio, ma zeppo di solanacee (lo sono pomodori e peperoni, oltre a patate e melanzane), che per qualche motivo stabilito dal personal doctor del multimiliardario vengono ritenute alimenti che accelerano la fine dei nostri giorni. Perciò, nella paleo-dieta depurativa di Thiel sono assenti, tranne qualche eccezione in presenza di ospiti. Insomma, il fatale gazpacho servito in bicchieri da Martini cocktail, con cubetti di avocado e di tentacolo di piovra alla brace, è talmente piaciuto a Thiel che ne ha addirittura volute due coppe, andando incontro nei giorni seguenti a supplementi di alimenti salubri e ginnastiche ringiovanenti.

Un’altra delle trasgressioni di Thiel, che altrimenti per vivere in salute condurrebbe solo una vita grama da malato, riguarda una torta preparata da Soleri, fatta di Pan di Spagna imbottito di guava (una frutto esotico assai salubre), però ricoperta di cioccolato fondente senza dubbio psicotropo, al punto che Thiel suole recarsi fino alle cucine, gesto inconsueto quanto lo sarebbe per Lord Grantham a Downton Abbey, per reclamarne una fetta in più senza aspettare la trafila dei servitori, e compiendo così una trasgressione al quadrato.

Il multimiliardario ha ingaggiato un medico inglese, un osteopata specializzato in dietologia, perché lavori solo su di lui, facendolo vivere almeno fino ai fatidici cento anni, ma nel caso anche centoventi, che è poi il nuovo obiettivo dei siliconvalligiani. Il medico, di cui è vietato fare il nome, segue Peter da vicino: ginnastica quotidiana, dieta, prelievi del sangue, analisi dei tessuti, continuo monitoraggio dei parametri. Poiché Thiel è generoso con i dipendenti, li allieta con feste e vacanze salutistiche in alberghi di lusso alle Hawaii, prevede anche che vengano loro offerti mappature del DNA ed esami del sangue semestrali. Nella cucina della villa di San Francisco, Soleri ha fatto comprare “un filtro da 2500 dollari che produce acqua con ph 9.5 veramente salutare, meglio di quello che si trova nella maggior parte delle acque in commercio. E poi c’è anche il vantaggio della salvaguardia dell’ambiente. Consumiamo acqua a chilometro zero”, afferma lo chef milanese, perfettamente californizzato. A pensarci bene, nulla è più californiano di un giovane milanese, e viceversa.

Le persone più prossime a Thiel, oltre al personal chef e al personal doctor, sono i suoi tre assistenti: uno per i viaggi, uno per la casa, uno per le medicine. Ci sono poi lo chef B (si chiama Derek), un autista e un responsabile delle feste private. Quando dà un party, solitamente Thiel mangia prima, per non rompere la dieta dei cent’anni. Va da sé che in casa sua, benché sia un acceso sostenitore dell’anti-political correctness, per essere inclusivi non si dice “feste di Natale” ma “feste di Holiday”. Quest’anno, per “Holiday”, Thiel ha invitato nella casa di San Francisco i trecento dipendenti delle sue Funders Fund e Thiel Capital, per premiarli e motivarli. Prima della festa, ha fatto portare via tutti i mobili di casa da una ditta di traslochi, e ha fatto organizzare stanze a tema: quella del cibo coreano, la saké room, la sushi room, la foie gras room, quella del poker, della roulette, del photo boot, quella con scacchi giganti e una cigar room. Tutto organizzato da una party dealer “senza biglietto da visita” che inventa solo feste di altissimo livello (chi ha un biglietto da visita è ritenuto un meschino che deve farsi conoscere, così come i maschi che vestono abitualmente in giacca e cravatta sono ritenute persone che mostrano ma non sono).

A parte le feste per i dipendenti, cui Soleri partecipa come ospite, quando Thiel invita qualcuno per i pasti, il personal chef riceve dal personal assistant la lista con le allergie e le indicazioni dei cibi preferiti. Fino a quattro ospiti, Soleri cucina e serve a tavola; oltre i quattro, ha un aiuto; oltre otto, due aiuti. Se ci sono tre ospiti con gusti diversi (un vegano, un intollerante al glutine, un cavernicolo carnivoro, un sushista), Soleri prepara quattro porzioni di ciascuna portata. Non sia mai che facciano una deroga al proprio regime alimentare e vogliano assaggiare un piatto altrui. I cibi avanzati vengono in alcuni casi portati agli onnipresenti homeless di San Francisco (Soleri è oltretutto volontario alla mensa St. Anthony, che distribuisce 3mila pasti al giorno). Ma anche i senzatetto hanno intolleranze, e spesso disdegnano cibi avanzati. “Bisogna stare attenti a non offendere nessuno”. Come in una versione contemporanea di Downton Abbey, Soleri non gira mai per la casa, dato che non gli competono escursioni nelle stanze da letto o nei salotti. Lui e il cuoco americano preparano i pasti anche per l’aereo privato di Thiel, quando è diretto in luoghi dove non ha casa ed è costretto a dormire in albergo, mangiando pasti preparati da chef sconosciuti. Se invece lo seguono in una delle sue residenze, dormono in albergo al Fairmont, al W o al Sunset Hour.

Thiel non fa vita mondana. Le persone che vede sono soprattutto co-founders di start up come Airbnb o Uber. Quando abbiamo chiesto a Soleri come mai la mattina vada al lavoro così presto (verso le sette), ci ha spiegato che spesso Thiel ha ospiti per il breakfast, prima di fare ginnastica col personal trainer. “Come scende,” abbiamo chiesto, “in pigiama?”. “Tanto non si nota la differenza”, ha risposto il cuoco milanese.

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