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Sommario

House of Cards – La televisione è la nuova letteratura

luglio 2013 - Il Sole 24 Ore - Storie

Un uomo e sua moglie si preparano per andare a un party. A un tratto, si sente un colpo, poi il lamento sommesso di un cane, un’auto che fila via. L’uomo esce dalla sua brownstone e si inginocchia davanti al cane, che non vediamo. “Shh…” sussurra. “Va tutto bene”. Poi alza lo sguardo verso di noi e dice: “Ci sono due tipi di dolore: quello che ti rende più forte, e quello inutile, che è solo sofferenza. Io non ho pazienza per le cose inutili”. A quel punto l’uomo in smoking strangola il cane.

È la scena iniziale di House of Cards. L’uomo è Kevin Spacey, nel ruolo di Frank Underwood, senatore della Georgia che, in virtù del sostegno dato al neo Presidente degli Stati Uniti, sta per essere nominato Segretario di Stato, o almeno così gli hanno garantito. Quando lo incontriamo, mentre strozza il cane in una strada silenziosa di Georgetown e ci elargisce la prima lezione di vita, Frank sta per andare al party del capodanno 2013 con l’algida moglie Claire (Robin Wright).

Subito prima, è passata la magnifica sigla di House of Cards: sulla musica enfatica e ansiogena di Jeff Beal, ideale per un thriller politico ambientato a Washington DC, vediamo scorrere immagini accelerate del traffico intorno alla Casa Bianca, una bandiera americana rovesciata, e le acque del Potomac con un bidone abbandonato sulla sponda. Tutto quello che viene dopo, contribuisce a fare di House of Cards il serial d’ambientazione politica più perturbante e istruttivo della vostra vita di spettatori. Preparatevi a diventare i confidenti e gli allievi di Frank Underwood, a far entrare nel fragile sistema dei vostri propositi di buon cittadino il suo articolato, tattico, lungimirante, spietato, bellicoso codice (a)morale.

La mia disaffezione al cinema è iniziata attorno al ’95, ai tempi di Il palloncino bianco, un film del regista Jafar Panahi, che vidi in micidiale sequenza subito dopo Sotto gli ulivi di Abbas Kiarostami. I film iraniani vincevano i festival, la critica li acclamava, infestavano le chiacchiere degli amici e le pagine dei giornali. Smisi di andare al cinema. Finché, nel 2002, trovai un degno sostituto alla passione delusa. Con la prima delle 8 giornate di 24, era iniziata la rivoluzione dei serial televisivi. Quello sì che era cinema: intreccio, montaggio, ritmo, personaggi, senso del tempo, anticipazione di temi che la cronaca avrebbe trattato di lì a poco. Per i molti fan di 24  il primo Presidente nero della storia americana è stato non Obama bensì David Palmer, così come la prima e sinora unica presidentessa è Allison Taylor. Capisco che possa sembrarvi ridicolo, ma da 24 ho imparato che la minaccia è sempre interna, perché i terroristi stranieri agiscono sul territorio nazionale grazie all’alleanza con forze conservatrici che mirano a rovesciare il Presidente per impossessarsi della nazione.

Naturalmente, durante la programmazione delle 8 giornate di 24, durata 8 anni, molte cose sono cambiate. Abbiamo amato altri serial, che ci hanno tenuto incollati prima agli schermi televisivi e poi a quelli del computer: la passione per le serie era diventata tale che abbiamo smesso di aspettare i tempi elefantiaci di Sky (compra i diritti, decidi la programmazione, fai tradurre, fai doppiare…) e abbiamo iniziato a “scaricare” le serie in lieve differita rispetto all’andata in onda nei paesi-guida della fiction (USA e Inghilterra), insieme ai sottotitoli preparati in fretta e furia da volonterosi traduttori-nerd.

In pochi anni, ci siamo assuefatti alla forza dei dialoghi e ai contenuti impietosi, alla bellezza delle sigle, alle idee spiazzanti e ai personaggi complessi, alla contemporaneità con episodi di cronaca o addirittura all’anticipazione della cronaca, e alla riscrittura dissacrante di periodi storici del passato. A quel punto, oltre all’impossibilità di tornare al cinema senza storcere il naso (c’è sempre una serie che ha raccontato molto meglio cose simili), abbiamo cominciato a guardare con sospetto anche la narrativa: laddove i romanzi ci davano senso di ricchezza e profondità impossibile da concentrare negli smilzi 90 minuti di un film, le serie cominciavano ad agire su un piano competitivo con quello della letteratura.

Ma intanto si prospettava un nuovo sommovimento. La forma rituale del feuilleton, la scansione settimanale delle puntate, rendeva i serial poco accessibili a molti di noi. A volte, da una settimana all’altra dimenticavi nomi e snodi della puntata precedente. L’incertezza della produzione, vincolata al monitoraggio dei dati di ascolto, faceva sì che gli sceneggiatori concepissero serie che alla fine risultavano sconclusionate nel progetto complessivo: per quante puntate si poteva diluire il plot? 8? 13? Due o tre stagioni? A questo punto entra in scena Netflix, che non è un canale televisivo bensì un provider flat rate (8 dollari al mese)  di streaming video on demand, in pratica lo Spotify dei contenuti video. Netflix ha prima distrutto il business dei negozi di videonoleggio (per esempio Blockbuster), poi ha tracciato la via che ci porterà ad abbandonare i palinsesti televisivi in favore dello streaming, infine ha deciso di darsi anche alla produzione di contenuti. Per esempio, ha acquistato i diritti dell’House of Cards inglese, una miniserie della BBC andata in onda nel 1990 e tratta da un romanzo scritto da Michael Dobbs, ex capo dello staff del partito conservatore britannico. Con un investimento di 100 milioni di dollari, Netflix ha prodotto la prima webserie di 26 puntate, 13 delle quali – quelle di cui vi stiamo parlando – sono state rese disponibili in un unica soluzione il 1 febbraio 2013. Come dire: voi bulimici spettatori che mangiate giganteschi pasti americani, voi signorine nevrotiche sempre a dieta, voi con poca memoria… d’ora in poi arrangiatevi, fatevi il vostro palinsensto, godetevi la storia di Frank Underwood e di sua moglie Claire in una sola volta, o in due, o quante ne volete. Come se mamma Netflix ci avesse messo in mano la patente e le chiavi di casa. Abbiamo potuto finalmente decidere in quali dosi condire di fiction la nostra esistenza reale.

Se la modalità di consumo della serie è inedita, come lo è il fatto che gli spettatori l’abbiano vista al computer o sullo schermo televisivo tramite chiavetta, altrettanto innovativo è lo stile con cui viene raccontata la partita ingaggiata da Underwood per alimentare la sua brama di potere. Una vendetta a lenta cottura che, da mancato Segretario di Stato, lo porta in 13 mosse a un passo dalla Vicepresidenza (e ora aspettiamo di vedere cosa succederà nella seconda metà della partita).

Frank aspira al potere, al premio della conquista di una carica, e tutto il suo movimento si svolge in salita, mentre quello di sua moglie Claire è orizzontale. Come Claire spiegherà in una scena indimenticabile alla ex guardia del corpo del marito, Frank le ha promesso che non si sarebbe mai annoiata: è questo, non la banalità dell’amore, il patto che tiene vivo il loro matrimonio. Di fatto, Claire è come noi spettatori: condivide il gioco di Frank dal punto di vista dell’entertainment. Ma quando si sente usata, non una complice ma una pedina, può sovrapporre la sua vendetta a quella del marito e far crollare il castello di carte.

Un’ulteriore lettura del serial, giunti a metà della programmazione, potrebbe anche far pensare a una sfida che si gioca soprattutto tra Underwood e le donne. A complicare l’intreccio, infatti, ci sono anche le ambizioni di una giovane reporter, Zoe Barnes, che oltre a usare Frank ed esserne usata, sia per il sesso sia per lo scambio di indiscrezioni, serve anche a fare un rapido riassunto dello stato dell’informazione americana. Licenziamenti in tronco, sfrenato uso di twitter, eccesso di burocrazia interna ed elefantiasi dei vecchi gloriosi giornali (Washington Post), nascita e gloria di nuove forme dell’informazione (Politico.com), e comunque lavoro, lavoro, lavoro, a ogni costo, in ogni letto, pur di ottenere la notizia cui altri non sono arrivati.

Un altro personaggio notevole è Peter Russo, candidato-pedina di Underwood per il ruolo di governatore della Pennsylvania, stato le cui fortune industriali sono in rovina. Russo è un giovane che viene dal basso, dai quartieri poveri, e rimane abbacinato dalla macchina del potere di Washington, passando dalla dipendenza da alcol e cocaina a fasi in cui è pulito ma ricattabile. Una delle scene più istruttive è il dressage che gli viene imposto da uno specialista, che lo prepara a rispondere alle domande dei giornalisti, pronti a frugare in ogni dettaglio dimenticato e poco esemplare della sua vita.

C’è poi la vera trovata narrativa di House of Cards, che finalmente ci permette di mettere nel baule dei ricordi, assieme a Happy Days e Alla conquista del West, anche West Wing, prima d’ora il più riuscito tentativo di raccontare la vita politica di Washington. L’armamentario sorkiniano di walk & talk (quelle passeggiate tra corridoi del potere, dove a ogni porta si aggiunge o si toglie un personaggio, e tutti si esprimono esclusivamente a suon di battute fulminanti) pare ormai un ferro vecchio. Frank Underwood e il suo doppio narrativo sostituiscono quel tipo di finzione con una più coinvolgente. Da un lato, Underwood agisce nel solco della sua trama, mentendo, manipolando, fingendo. Dall’altro, inserisce frequentemente, come nella scena in cui strozza il cane, un sottotesto di spiegazioni brutali e raffinate elargite guardando in camera, cioè parlando con noi spettatori. Assistiamo così a vere e proprie lezioni di tattica politica, di compromesso, di negoziato, di psicologia. E ci abituiamo a essere condotti per mano nel backstage del potere.

Underwood è il nostro Virgilio nell’empireo del potere americano. E noi siamo Dante, atterriti, meravigliati, ingaggiati mentre percorriamo in lungo e in largo inferno, purgatorio e forse (lo sapremo dopo le prossime 13 puntate) paradiso del regno della politica di Washington.

Infine un dettaglio che certifica il successo della serie. La straordinaria recitazione di Kevin Spacey è talmente caratterizzata e riconoscibile (voce, portamento, mimica, repertorio, modo di parlare come se sputasse) che ha già prodotto spassose parodie. I cultori possono trovarle nella pagina facebook di House of Cards.

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