Presenzialismo funerario e arrampicatori di bare.
Nel frattempo, quello che oggi in molti ci chiediamo è: da quando la morte ha iniziato a trasformarsi in un grande show? La datazione, se volessimo risalire ab origine, potremmo forse trovarla nell’applauso al passaggio del feretro. Un’abitudine da studio televisivo, che ha iniziato a prendere piede all’inizio degli anni Novanta, mentre un tempo era ritenuta inopportuna e comunque estranea alla liturgia cristiana. La trasformazione del canone luttuoso non prevedeva più solo le facce da funerale, che un tempo erano da indossare assieme al nero d’ordinanza, ma incontenibili applausi, applausi al morto come se fosse vivo e su un palcoscenico anziché portato a spalle nella bara. I primi casi risalgono al funerale romano di Massimo Troisi, poi ripetutisi al funerale di De André nella solitamente molto composta Genova, per divenire fragorosi e lunghissimi alla morte di Alberto Sordi, a Roma – che non per nulla è capitale italiana dello spettacolo. Comunque sia, da allora, durante i funerali pubblici l’applauso diventa quasi codificato. L’arcaica tradizione delle prefiche, che si era tramandata nelle regioni mediterranee per quasi due millenni, lasciava spazio alla claque, di fatto con lo stesso scopo: canalizzare la folla dei presenti in uno stato d’animo collettivo. Alle donne ingaggiate per recitare lamenti funebri e stimolare il pianto collettivo, si sostituiva l’eccitazione del battimano, l’ovazione della folla, evviva il morto, con lo show del pubblico riunito per omaggiare la grandezza in vita del defunto. Ormai le cronache riportano con regolarità la durata dell’applauso. Di tanto in tanto, si sono lette le dichiarazioni di qualche esperto di galateo o comunque di qualcuno noto per il proprio stile inappuntabile che depreca l’abitudine dell’applauso, lo definisce una cafonata terribile, una corruzione del protocollo, ma si vede che gran parte di chi partecipa ai funerali pubblici non li legge questi giornali, e giù applausi a ogni morto. Tuttavia, l’evoluzione del momento più estremo del lutto non si è fermata lì. Man mano, la morte è diventata un happening. Sono arrivate le riprese televisive, e nei casi più importanti la diretta dal funerale. Se la cerimonia della morte di Totò aveva attirato nel 1967 circa 250mila persone (come per Sordi nel 2003), la mancata diretta televisiva (allora non usava) non moltiplicava il potenziale di espansione del lutto popolare. Per Gigi Proietti, invece, defunto nel 2020 in epoca Covid, con tutte le restrizioni di quell’infausto periodo, fu predisposta la diretta televisiva. E comunque con Frizzi, Carrà, Murgia, ci siamo abituati allo show in tempo reale, a scrutare tra i banchi della chiesa e nella coda i presenti dietro al feretro, e poi leggere i retroscena, chi c’era e chi non c’era, chi ha mandato una corona e chi invece, inquadrato dalle telecamere, ridacchiava spudoratamente. I grati e gli ingrati. La mondovisione ci ha reso partecipi del funerale della Regina Elisabetta, coreograficamente spettacolare, con i costumi delle guardie e dei corpi militari, le carrozze e i cavalli, per non dire del funerale più spettacolare di tutti perché, quando le riprese zenitali e a volo d’uccello prese dal drone si sommano all’unicità di Roma e alla magnificenza della liturgia cattolica, lo show, pardon, il funerale diventa insuperabile, memorabile, un evento globale che esprime ancor più che dolore il senso del potere millenario della Chiesa. Chi può dimenticare le coreografie, i colori, i costumi, i suoni, i canti, i rintocchi del funerale di Papa Francesco? Ebbene, scendendo nella scala della grandiosità, seppur mantenendoci nella morte di uomini molto importanti ognuno a modo suo, di recente siamo passati attraverso la morte di Pippo Baudo e Giorgio Armani. Novantenni, che hanno vissuto pienamente senza che il destino li abbia strappati anzitempo alla propria missione terrena, la cui morte era prevedibile e parte di un ordine naturale con cui tutti dobbiamo giocoforza fare i conti; eppure, come fosse stata un’ingiustizia, siamo stati investiti da un’overdose di cordoglio e sgomento, di immagini, di articoli, di fotografie, di riprese, di reel, di selfie col morto quando era vivo, di ricordi di persone che l’avevano conosciuto, di sottoposti e amici e vaghi conoscenti che li avevano incrociati decine di anni prima, ex mogli, ex mariti o fidanzati, personal trainer, agenti immobiliari, cuochi. Sui giornali e sui social si è scatenata la caccia alla testimonianza e per giorni e giorni i lettori che cercavano notizie su Gaza, sull’Ucraina, sulle mattane di Trump, dovevano diboscare le pagine dei quotidiani per arrivare finalmente alle notizie. Seppur dispiaciuti per persone che non avevamo conosciuto in vita e che avevano segnato un’epoca, ci siamo trovati a sbuffare, ma basta!, sperando che si potesse andare avanti. Uno strepitoso fondo di Giuliano Ferrara sul Foglio ha parlato di “overtourism funebre”, “esondazione dei commenti”, “esagerare stanca anche la memoria”. Per giunta, nel corso dell’ultimo ventennio è esplosa la nostra vita parallela sui social. Sappiamo che nei social, in particolare nelle storie di Instagram, appena muore qualcuno di noto, si annidano i centometristi del presenzialismo funerario che subito pubblicano – come sgomitassero, per dire io lo conoscevo, io stavo guancia a guancia, io ero amico -, il cosiddetto “selfie col morto” (ossia con il defunto quando era ancora vivo), oppure una foto di tanti anni prima, che ritrae chi la pubblica insieme al futuro morto. Dove il soggetto ovviamente non è il defunto ma “io”. È stupefacente poi il numero di persone che aveva conservato i bigliettini di ringraziamento firmati da Giorgio Armani, portandoli con sé durante traslochi, matrimoni e divorzi, e li hanno prontamente tirati fuori dai cassetti e fotografati e buttati nelle storie di Instagram: “Vedete, Armani mi ringraziava, Armani si complimentava. Con me”. Di nuovo, il soggetto è “io”. Giorni fa, durante la sua rassegna stampa su Radio 24, mentre nei social infuriavano i selfie con Giorgio Armani, Paolo Mieli ha scherzosamente raccomandato agli ascoltatori di sfuggire ai cacciatori di selfie, una volta superati i 60 anni. Spiegava Mieli: “Lo fanno puntando alla vostra morte, pronti a buttarvi nei loro profili social. Vi siete gentilmente prestati a una foto insieme, e voi magari nemmeno li avevate mai visti, ed ecco che una volta defunti quella foto verrà usata come un jolly, per dimostrare la vostra amicizia con lo sconosciuto”.
Si è insomma arrivati a una spettacolarizzazione paradossale, anche perché dopo giorni e giorni – notizia della morte, camere ardenti con code a serpentone, interviste, dirette, funerale -, non crediate che sia finita. Arrivano i testamenti, i personaggi che a sorpresa ereditano e quelli che invece vengono tralasciati, gli esperti di successione che precisano diritti e doveri, i notai ospiti nei talk, le ex mogli divorziate che devono dire la loro sulla spartizione del patrimonio, e poi l’elenco delle case, e dei mobili, a chi va la zanna d’elefante (ma non erano proibite?), la critica a chi faceva muro e proteggeva il povero novantenne dall’assillo delle telefonate e dei questuanti (benché chiunque abbia avuto a che fare con persone care agli sgoccioli della vita, sappia quanto fossero loro, i moribondi, a non aver più voglia del carosello umano, solo di pochissime figure con cui c’era grande intimità).
Per i vari motivi qui sopra elencati, i funerali sono sempre stati il pezzo forte di narratori e sceneggiatori. È proprio in queste reunion famigliar-sociali e palestra per arrampicatori sociali che si svelano i conflitti e i segreti, serpeggiano gli intrighi, si perpetrano le finzioni, permettendo la declinazione in una sola scena, quella attorno al feretro, di amore, odio, gelosia, inganno, avidità, cioè dei temi fondamentali del romanzo, del teatro, del cinema. E se siamo amanti del genere crime, non si contano le pellicole in cui i detective si nascondono nel corteo funebre di un assassinato per osservare e individuare i presenti, sperando che il colpevole sia presente e si tradisca. Ad ogni modo, se oggi avete nostalgia di esequie alla vecchia maniera, senza applausi, senza droni che vi ronzano in testa, senza tipi che si selfano accanto al feretro, non resta che riguardarsi tanti meravigliosi film: Sussurri e grida, Il terzo uomo, Roma, Citizen Kane, Cronaca di una morte annunciata, Funeral party, Harold e Maude, L’uomo che amava le donne… anche se la scena più indimenticabile è forse quella del funerale di Don Vito Corleone nel Padrino. Da brivido, con un Al Pacino di strepitosa bravura.


