Camilla Baresani

Sommario

Scrivere di sé inventando tutto: le autobiografie truffa

26 Novembre 2025 - COrriere della Sera - Sette - Storie

Romanzo giallo, rosa, fantascientifico, storico, fantasy, distopico, biografia romanzata, autofiction, memoir… tra tanti generi della narrativa ce n’è uno che non cessa mai di far parlare di sé: è la falsa autobiografia, quella che dopo aver generato stupore e commozione, dopo aver venduto centinaia di migliaia di copie, essere stata tradotta e pubblicata anche all’estero, un bel giorno viene smascherata. Si scopre che lo scrittore, pardon l’inventore, è ricorso al plagio o a gravi manipolazioni. Del resto, siamo assediati da ladri, truffatori, lestofanti: come si può pensare che il mondo dei libri ne sia esente?

La forza delle autobiografie sta nel renderci partecipi del destino del narratore. Ci commuoviamo. E nel cum motio, in quel movimento passionale che percorriamo con l’autore mentre ci confessa i suoi guai e i suoi titanici sforzi per uscirne, proviamo sollievo (allora non tocca solo a me!) e per giunta finiamo per sentirci più buoni, grazie alla nostra partecipazione emotiva. Se poi le peripezie del narratore assomigliano anche marginalmente a quelle che viviamo, ne traiamo un insegnamento. Lui ce l’ha fatta e allora forse possiamo farcela anche noi, pensiamo, la sua situazione era peggiore della nostra. In questi casi, si dice che il libro ispira i lettori.

Quando però si scopre che il narratore vittima del destino o di sé stesso ha mentito, questi lettori commossi o ispirati reclamano vendetta, mentre la casa editrice che ha pubblicato il memoir subisce un crollo di reputazione per non aver controllato la veridicità del testo e per aver contribuito a ingannare il pubblico.

Prendiamo il caso di Binjamin Wilkomirski: nel 1995 pubblicò Frantumi – Un’infanzia 1839-1948. Erano le sue memorie di bambino ebreo, unico sopravvissuto allo sterminio dei famigliari con cui era stato deportato nei campi di concentramento nazisti di Majdanek e Auschwitz. Nel libro racconta fame, violenze e terrore. L’autobiografia venne tradotta in 13 lingue, vinse il National Jewish Book Award negli Stati Uniti e il Prix Mémoire de la Shoah in Francia. Fu adottata come libro di testo nelle scuole e Wilkomirski viaggiò ovunque portando la sua testimonianza tra conferenze e commemorazioni. La sua reputazione era altissima e ormai si comparava a un gigante come Primo Levi. Ma nel 1998, lo storico svizzero Daniel Ganzfried, dopo aver notato errori cronologici e geografici pubblicò un reportage per denunciare l’autore: non era ebreo, non era nemmeno nato a Riga, non aveva vissuto la Shoah. Era un banale millantatore svizzero di nome Bruno Grosjean. Il libro fu ritirato dal commercio e mandato al macero, i premi revocati. Bruno/Binjamin aveva mirato altissimo, addirittura fingendosi sopravvissuto all’Olocausto. Ma il suo non è un caso isolato. C’è anche Sopravvivere coi lupi. Dal Belgio all’Ucraina una bambina ebrea attraverso l’Europa nazista, di Misha Defonseca, pubblicato nel 1997. Tradotto in venti lingue, tra cui l’italiano, il libro dispiega i suoi ricordi di bambina ebrea belga, durante la Seconda guerra mondiale. I genitori vengono deportati dai nazisti mentre lei, a 8 anni, sola e traumatizzata, per cercarli attraversa l’Europa camminando per migliaia di chilometri e sopravvivendo nascosta nei boschi, protetta da un branco di lupi. Il successo del memoir è tale che in Francia viene anche prodotto un film tratto dal libro, Sopravvivere coi lupi. Ma nel 2008 alcuni storici notano l’incredibile quantità di incongruenze e vicende irrealistiche del libro. Si scopre così che Misha non è ebrea, che durante la guerra ha frequentato regolarmente le scuole, che in realtà si chiama Monique De Wael, che i genitori non sono stati deportati dai nazisti. Scandalo micidiale. La scrittrice, costretta a confessare, per difendersi dichiara che, seppure inventato, il libro è emotivamente vero, è una metafora del suo dolore per l’infanzia difficile e per la perdita dei genitori, che nella realtà erano stati accusati di collaborazionismo e uccisi durante la guerra. Dopo lo scandalo, il libro venne ritirato dal commercio e l’autrice, che aveva vinto una causa milionaria contro la sua prima casa editrice americana (per questioni contrattuali), fu condannata a restituire quanto ottenuto. Il libro passò dunque alla storia non per la vibrante testimonianza, bensì come uno dei più clamorosi casi di falso e di sfruttamento della Shoah.

Ci sono stati scrittori altrettanto bugiardi ma forse meno spericolati: mentire sull’Olocausto è indubbiamente una prova di eccessiva ambizione falsificatoria. Parliamo allora di James Frey. In un milione di piccoli pezzi descrive con toni assai crudi la sua dipendenza da alcol e droghe, il carcere e la durissima fase di riabilitazione. Il memoir viene pubblicato nel 2003 dal prestigioso editore americano Doubleday (l’editore di Faulkner e Steinbeck e anche di Eco). Nel 2005, Oprah Winfrey sceglie il libro per il suo celebre Oprah’s Book Club, trasformandolo in un best seller internazionale e facendo dell’autore una star del firmamento letterario. Le vendite superano il milione di copie, arrivano le traduzioni in moltissime lingue, italiano compreso. Struggente, sincero, da togliere il fiato, intenso, illuminante… Sono alcuni degli aggettivi che leggiamo sul risvolto di copertina, a firma di personaggi famosi che ne consigliano la lettura. Senonché, il sito giornalistico The Smoking Gun pubblica un’inchiesta: molte delle vicende raccontate da Frey non sono vere, o sono state enormemente esagerate e romanzate. Oprah Winfrey inizialmente lo difende. Sostiene che, nonostante le imprecisioni, il cuore della storia resti sincero e utile ai lettori. Ma la polemica non si spegne, e allora invita nuovamente l’autore nel suo show. In diretta, davanti a milioni di spettatori, Oprah gli chiede conto delle menzogne. Frey, visibilmente a disagio, ammette di averromanzato la sua vita. È la gogna in diretta televisiva. Ne conseguì non solo l’umiliazione dell’autore ma anche la perdita di credibilità della casa editrice, che dovette offrire un rimborso ai lettori che si sentivano truffati.

Uno dei più spettacolari inganni letterari americani rimane tuttavia quello di J.T. LeRoy, che per anni riuscì a sedurre editori, celebrity e lettori. L’autore sosteneva di essere transgender, sieropositivo, con passato di abusi, prostituzione e tossicodipendenza, figlio di una mamma tossica e prostituta che lo aveva partorito a 14 anni restando incinta di un predicatore fanatico, poi dato in adozione, poi ripreso dalla madre e buttato in strada tra spacciatori e criminali d’ogni risma. Un bouquet di disgrazie perfetto per commuovere il pubblico. Nel 2001, J.T. LeRoy pubblicò Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa, il libro in cui raccontava in tono cupo, violento, disturbante queste sue esperienze. Il libro fece scalpore. Madonna, Courtney Love, Bono, Gus Van Sant lo citavano ed esaltavano. Il loro sostegno lo fece diventare un autore di culto. Asia Argento diresse e interpretò una versione cinematografica dei suoi racconti. J. T. divenne un frequentatore di festival e star system tra Los Angeles e New York. Magrissimo, con occhialoni e parrucca giallastra di capelli alla Andy Warhol, emetteva solo poche flebili parole. Tutti si intenerivano pensandolo timido e fragile. Ma nel 2005 il New York Times e altri giornali iniziarono a indagare. Si scoprì che J.T. LeRoy era in realtà Savannah Knoop, adeguatamente truccata e intabarrata. Per quasi dieci anni era stata interprete di una performance da esserino maltrattato dalla vita. Questa Savannah era cognata di Laura Albert, una scrittrice che s’era inventata di sana pianta tutta la storia. Ne conseguirono vibranti proteste dei lettori, mentre celebrity ed editori disconobbero la falsaria. Albert venne condannata per frode in una causa civile con il produttore che aveva acquistato i diritti cinematografici.

La grande scrittrice irlandese Edna O’Brien sosteneva che un libro, per essere riuscito, debba essere un po’ autobiografico, dato che le emozioni non si possono fabbricare. Esistono a quanto pare decine di autori che invece, con la scusa dell’autobiografia, si sono ingegnati nel costruire emozioni fasulle. Un caso recentissimo è quello dell’autrice Raynor Winn. Il suo memoir ha creato uno scandalo editoriale di grande risonanza, coinvolgendo la prestigiosa casa editrice britannica Penguin, che non ha controllato la veridicità del materiale autobiografico raccontato in Il sentiero del sale. Penguin descriveva così il libro: “Una storia vera, sincera, stimolante e vivificante, che insegna come affrontare il dolore e il potere curativo del mondo naturale”. E l’edizione italiana: “Il racconto di una rinascita. La storia vera di una coppia che ha perso tutto e che intraprende un viaggio di salvezza lungo la costa ventosa del Sudovest della Gran Bretagna”. Il libro ha venduto nel mondo più di due milioni di copie, e l’anno scorso ne è stato tratto un film con Gillian Anderson nel ruolo della protagonista della storia edificante. In breve: Winn raccontava come avendo subito il pignoramento della casa per onorare un debito causato da un investimento sbagliato, lei e il marito, affetto da una grave malattia neurodegenerativa, si fossero messi in cammino con lo zaino in spalla e abbiano percorso più di 1000 chilometri a piedi. Ma il mese scorso il quotidiano Observer ha scoperto che la casa era stata persa per risarcire i titolari dell’agenzia immobiliare gallese dove lavorava la signora Winn, che avrebbe rubato circa 64.000 sterline al suo datore di lavoro. E i neurologi hanno messo in dubbio che il signor Winn fosse realmente affetto da degenerazione corticobasale (CBD). Infinite le rimostranze di veri malati di CDB, rabbiosi per essere stati ingannati sulle possibilità di rinascita capitate al marito della scrittrice.

“C’erano una volta i romanzi, ora qui è tutta autofiction”, ha scritto il mese scorso l’editor mondadoriano Beppe Cottafavi. “Un tempo, tra la metà e la fine del XX secolo, la narrativa letteraria attraeva un pubblico enorme. Oggi gli scrittori sono passati alla dittatura dell’io”. Il vittimismo narcisistico sembra essere la ricetta della letteratura contemporanea, come del resto denunciato dal formidabile romanzo Cancellazione di Percival Everett e dal film premio Oscar che ne è stato tratto, American fiction. Ironia, autoironia, costruzione di una trama sono strumenti culturali che subiscono una fase di irrilevanza. Chiaro che, tra tanti memorialisti all’opera, prosperino anche i truffatori. Editori e lettori: state in guardia.