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Sommario

DOMENICO DIELE, da ”ACAB ”a ”Io e lei”, passando per ”1992”

settembre 2015 - Style - Corriere della Sera - Interviste

Come molti attori che corrispondono al canone occidentale di bellezza – magri, proporzionati, con lineamenti regolari, pelle chiara e possibilmente biondi -, Domenico Diele è una tavolozza: con la sua fisionomia puoi disegnare un perfido traditore, un killer, un poliziotto vendicativo, un poliziotto eroe, un seduttore, un borgataro, un sognatore innamorato… Ma nella realtà di questa intervista, Diele, attore in effervescente ascesa, si mostra delicato, riservato, prudente, gentile, con una voce così tenue che a volte bisogna chiedergli di ripetere la risposta, e allora lui, timoroso di aver detto qualcosa di sbagliato, la corregge. Solo dopo molte domande lascia intravedere un retroscena dolente, che ha imparato a esorcizzare col mestiere di attore, trasformandosi di volta in volta in qualcun altro, in un personaggio fuori da sé.
Negli ultimi tre anni, Diele ha interpretato un film dopo l’altro. Da ACAB di Stefano Sollima, passando per Mia Madre di Nanni Moretti, alla serie 1992 ideata da Stefano Accorsi, dove interpretava Luca Pastore, il poliziotto vendicativo, malato di Aids per via di una trasfusione di sangue infetto. Ora ci sono nuovi film in uscita, tra i quali Io e lei di Maria Sole Tognazzi e L’attesa di Pietro Messina (che sarà alla Mostra del Cinema di Venezia).
Ai tempi di Mani pulite, nel 1992, lei era un bambino e abitava a Siena. Ne aveva sentito parlare?
Avevo sette anni e ne ho una percezione sfuocata, ma sicuramente c’era un’atmosfera di apprezzamento generale, e anche di speranza ed entusiasmo, come se quei fatti rappresentassero una reale possibilità di cambiare il nostro paese.
I suoi genitori che lavoro facevano?
Mio padre era medico al pronto soccorso, mentre ora si occupa di chirurgia addominale. Mia madre è ricercatrice di diritto romano e medievale.
Ha fratelli?
Siamo tre fratelli di primo letto e abbiamo una sorella, figlia di mio padre e della seconda moglie. I miei si sono separati quando avevo dieci anni e sono entrambi risposati.
Speravano che lei diventasse un accademico o un professionista? Si sono arrabbiati quando ha detto loro che voleva fare l’attore?
No, sin dall’adolescenza pensavo solo ai film, non facevo che vederne e non parlavo d’altro. Hanno capito che era inevitabile.
Da bambino cosa la rendeva infelice?
Ho patito una situazione familiare molto pesante. I miei litigavano in continuazione finché mia madre, quando avevo dieci anni, se n’è andata con un nuovo compagno. Ricordo che quando ci ha lasciato piangeva, voleva solo provare a non essere più così infelice, e io riuscii a capirla e persino ad appoggiarla in questa sua scelta. Però l’impatto è stato molto brutto: commenti, voci, compagni di scuola, parenti, persone che non conoscevo e che sono entrate nella mia vita… Dai dieci ai quindici anni ho passato un periodo abbastanza infernale. Per giunta, ho sofferto molto per una ragazza: si chiamava Alice e mi aveva lasciato. Poi, dai sedici anni fino a quando sono arrivato a Roma per frequentare la Scuola Internazionale di Teatro, pur senza aver risolto niente sono riuscito a fregarmene e a dimenticare i tanti problemi che c’erano. Guardavo film, mi sono appassionato al cinema, vedevo ore e ore di vhs.
Quindi non rimpiange l’infanzia?
No, no, ricordo solo giornate molto brutte.
Cosa la commuove se pensa al passato?
In questo caso niente di famigliare, ma una cosa sportiva. Penso a un torneo di calcio internazionale cui partecipai quando avevo undici o dodici anni. Con la mia squadra andammo a giocare la finale a Montpellier, contro il Paris Saint Germain. Gli avversari erano dei neri giganteschi, ma vincemmo noi 1 a 0. Mi commuove ancora pensare che c’erano centinaia di spettatori francesi, tutti venuti a guardare quei ragazzini connazionali, ma a un certo punto il pubblico si è messo a cantare “Et les italiens sont une équipe phénoménal” benché noi fossimo stranieri in uno stadio francese… ma abbiamo giocato talmente bene! Pensi che all’inizio credevo che ci insultassero, che fossero contro di noi, e invece…
Lei non ha accento senese, e in ACAB parla un romanesco molto credibile. Ho letto che ha lavorato molto sulla voce e sugli accenti. Cosa pensa di quello di Tea Falco in 1992, contro cui si sono accaniti tutti gli odiatori del web, rilanciati con molta enfasi dalla stampa?
Non rispondo a questa domanda… No, anzi, io difendo Tea. Una ragazza “fatta” è normale che parli biascicando. Se la sono presa con lei tanto per fare qualcosa, come dire che fa caldo o freddo.
Cosa le manca nella sua vita di successo?
Direi che mi manca il branco, la combriccola. Roma, nei primi anni, mi sembrava una città stupenda, ora forse rimpiango il posto dove sono cresciuto, vorrei recuperare una dimensione più amichevole. A Roma non sono riuscito a costruire luoghi sentimentali preziosi, da difendere. È una città accidiosa, abbastanza indifferente.
Non ha una fidanzata?
Ce l’avevo, è stata una storia molto importante ma è finita, e se non hai una ragazza e nemmeno il gruppo di amici finisce che ti senti solo.
Che genere di ragazze le piace?
Credo di essere abbastanza attratto dalle tipe un po’ scontrosette, nervose, insicure, aggressivelle: mi fanno tenerezza. Mi piacciono quelle tutte “lasciami stare”, oppure le sagaci, sprezzanti, che fanno battute scorrette.
Adesso è il suo momento. Si sarebbe mai immaginato di avere un successo simile?
Prima di iniziare, quand’ero un ragazzino, poteva capitare che sognassi un successo simile. Ma quando ho iniziato a lavorare mi sono allontanato anni luce da questo sogno. Quando ci sei, ti rendi conto della forte improbabilità di avere successo.
C’è stato un momento in cui è andato in crisi e ha pensato che fare l’attore non fosse possibile?
Sì, a ventidue anni ho deciso che non volevo più recitare senza compenso. Fino a quel momento lavoravo moltissimo, anche due o tre pièce teatrali contemporaneamente, e proprio per questo motivo i miei genitori mi lasciavano stare: pensavano che prima o poi avrei anche guadagnato. Ma quando ho deciso di smettere di lavorare gratis c’è stato il deserto dei tartari, non mi chiamava più nessuno. Non solo ho praticamente smesso di lavorare, ma ricordo anche i ricatti, la retorica: “Questo lavoro non si fa per denaro” mi dicevano,  e anche: “Lavori solo per i soldi “. Che amarezza!
E poi?
Poi per fortuna alla fine del 2010 ho fatto un provino per ACAB di Sollima, cui ne è seguito un secondo e un terzo. Sollima era reduce dalla serie Romanzo criminale,  che aveva spopolato e mi era piaciuta molto. Quando mi ha scelto ho letto il copione e mi sono reso conto che avevo la parte dell’eroe: sono stati tre mesi stupendi, ho iniziato a volare, letteralmente. Ha presente le cose più schifosamente zuccherose, oppure la canzone di Jovanotti “Sono un ragazzo fortunato”? Be’, quello ero io, Sollima mi aveva regalato il mio sogno.
Lei è così riservato, parla poco, con cautela, come fa a fare un mestiere istrionico come l’attore?
L’attore vive dietro una maschera, interpreta un ruolo che contribuirà a costruire un’opera di finzione, non vive in prima persona.
Se potesse scegliere dal catalogo mondiale di celebrity una persona con cui andare a cena, chi vorrebbe?
Angelina Jolie.
Per l’impegno umanitario?
No, perché è bellissima, una donna meravigliosa.
Quale è la cosa peggiore che ha fatto nella vita, quella di cui si vergogna?
… (silenzio)
Non so, magari una volta ha perso la pazienza e dato uno schiaffo a una donna, oppure ha rubato un motorino…
No, niente di tutto questo. Però da bambino mi hanno regalato due pulcini, di quelli comprati alle sagre. Uno l’ho trovato morto perché lo nutrivo di foglie di insalata, non gli davo l’alimentazione giusta. Mi è rimasto un senso di colpa inestinguibile.
Mentre ci salutiamo, Diele mi chiede se sia possibile leggere l’intervista prima che venga pubblicata. “Perché?” gli chiedo, “Non voglio metterla in difficoltà, si fidi.”
“A volte dico cose con cui non sono d’accordo nemmeno io”.
Come se capitasse solo a lui.

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