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GIANCARLO DE CATALDO – La musica risolve ogni mistero

Dicembre 2020 - Grazia - Interviste I miei articoli

È un magistrato ma è anche uno dei pochi scrittori e sceneggiatori italiani che potrebbe vivere di sola scrittura, dato il grande e duraturo successo. Giancarlo De Cataldo è l’autore di Romanzo criminale, romanzo, film e serie; è anche l’autore di Suburra, romanzo (scritto con Carlo Bonini), film e serie. Ha firmato ormai una trentina di libri, una ventina di film, una quindicina di soggetti per cinema e televisione, suona pure la chitarra “con un repertorio da Gianni Nazzaro a David Bowie” – come dice in tono scherzoso, ma comuni conoscenti sostengono sia proprio così -, è insomma una persona dal talento multiforme e con capacità di lavoro prodigiose, però affabile e apparentemente mite, al punto da non destare le solite epidermiche antipatie e invidie che toccano a chi riscuote grande successo. 

Esce ora Un cuore sleale, il secondo volume di una trilogia in cui De Cataldo, lasciate le storie di criminalità organizzata, si dedica al giallo classico con un protagonista che ci seduce, il PM Manrico Spinori della Rocca.

Il successo di una serie è dovuto in gran parte al coinvolgimento che proviamo per l’investigatore. Ci racconta chi è Manrico?

Anzitutto è un personaggio gentile, l’opposto di quello che vediamo nel mondo delle urla rimandate dai talk show. Invecchiando riesco ad avere sempre meno certezze e detesto le contrapposizioni frontali e gli scontri cui assistiamo in televisione e nel mondo della politica. Creano solo polveroni e macerie. Così ho costruito un PM che è mite e garantista.

È anche un donnaiolo.

Più che altro è un libertino, si lascia amare dalle donne. Mi sono divertito a creare l’opposto di quello che sono io, sposato da quarant’anni. Quello del commissario o dell’inquirente afflitto da un malessere esistenziale è quasi un luogo comune della letteratura gialla. Manrico invece è un resiliente, ha un buon rapporto con l’ex moglie, ha una svagata mamma aristocratica, ludopatica e piena di debiti. Quanto alle sue intense frequentazioni femminili, come dice Don Giovanni a Leporello, “ Lasciar le donne? Sai ch’elle per me | son necessarie piú del pan che mangio | piú dell’aria che respiro | […] è tutto amore | chi a una sola è fedele | verso l’altre è crudele”. Ecco, amare le donne per Manrico è una forma di gentilezza e riguardo. 

La citazione del Don Giovanni mozartiano ci conduce a una caratteristica fondamentale e inedita di Manrico.

Quand’ero piccolo, andavo in vacanza dagli zii contadini in Puglia. Tutti, anche le persone più umili, conoscevano Verdi e Puccini a memoria. L’opera era un patrimonio popolare. Poi, nel corso del tempo, è diventata uno svago d’élite e questo ha allontanato tanta gente dal mondo dalla lirica. Ma negli ultimi anni ho visto rifiorire, grazie alla propulsione data da Carlo Fuortes, una struttura come il teatro Costanzi di Roma, che era agonizzante. Oggi, a livello di regia, con Martone, Michieletto, Kentridge, l’opera è uno dei campi artistici in cui si respira maggiore libertà creativa, pur nella tradizione. Così mi è sembrato che le passioni melodrammatiche, finte per definizione, siano meno finte di quelle che si agitano nei salotti televisivi e sui giornali. Se ci si fa caso, tutti i delitti sono già stati raccontati dall’opera lirica. Manrico è un melomane, va a teatro e ascolta le arie su dischi in vinile. Per trovare ispirazione, non sfoglia le carte dell’indagine ma si siede e ascolta. 

Nel primo romanzo della serie, Manrico indagava sull’omicidio di Ciuffo d’oro, ex cantante pop famoso negli anni Sessanta e poi discografico di successo. Chi è invece la vittima di Un cuore sleale?

Questa volta a morire è Ademaro Proietti, un palazzinaro romano che scompare dal suo yacht nel tratto di mare che va da Ponza a Ostia. Sul Chiwi, un motor yacht da 60 metri, oltre all’equipaggio c’erano i figli e il genero. Disgrazia, con il palazzinaro caduto involontariamente dalla barca, oppure omicidio? Manrico propende per la seconda ipotesi. 

Dunque, la vittima è una figura tipica della società romana.

Sì, un palazzinaro c’è sempre a Roma, a partire dall’Aldo Fabrizi del capolavoro di Ettore Scola, C’eravamo tanto amati. A Milano invece si chiama costruttore e si dedica ai boschi verticali. Mi è piaciuto scrivere di un personaggio che alle spalle è gravato dall’incertezza sulle origini della sua fortuna economica, e attorno ha il grumo di una famiglia apparentemente solida che invece è un nido di vipere. Ademaro Proietti è da un lato responsabile e dall’altro vittima. 

Poi, ci sono altri protagonisti che ricorrono nella trilogia: l’ispettora Cianchetti e Roma.

Sono due versioni dell’Italia contemporanea, dell’Occidente spaccato. Manrico e la Cianchetti hanno sistemi di riferimento e valori e linguaggi diversi, eppure sono costretti a collaborare e alla fine la collaborazione è fruttuosa. Lei è truce e pensa male di tutti e di tutto, lui è un PM garantista, vede prima le cose positive. 

Quanto a Roma, è l’unica metropoli italiana se guardiamo all’estensione e non al potere economico. Se c’è una cosa che il noir e il giallo hanno fatto, è di raccontare quanto sia variegato il nostro Paese. Ogni città ha una sua voce, dalla Torino di Fruttero e Lucentini alla Milano di Scerbanenco, fino alla Napoli di De Giovanni. In Un cuore sleale, racconto una Roma più vicina a La grande bellezza che a Suburra

C’è una tipicità del giallo all’italiana?

Adesso sì, c’è un marchio di fabbrica: un rapporto molto stretto con il territorio, personaggi forti, capacità di raccontare il reale. E c’è anche un interessante filone thriller. A questo punto direi che esiste una vera e propria scuola italiana. Molti autori sono tradotti soprattutto in Germania e Francia. La serie tratta da Suburra è visibile in 190 paesi sulla piattaforma di Netflix.  

Però niente premi letterari prestigiosi, per voi giallisti.

In Italia, se scrivi un bel romanzo poliziesco uno dei due aggettivi è di troppo: o bello o poliziesco. Non è una mia battuta. Me lo diceva sempre Giuseppe Petronio, lo storico della letteratura che è stato un mio maestro.

Siamo invidiosi della sua superproduttività. Lei ha una tecnica particolare?

Ho pensato per almeno un anno al protagonista e al suo mondo, progettando questa trilogia. Noi scrittori siamo come gli imbianchini: prima di imbiancare, bisogna scartavetrare a lungo le pareti.  Penso tanto e scrivo quando sono pronto, e quando sono pronto vado avanti ore. Durante i mesi di confinamento, il lavoro in tribunale è andato al rallentatore, così ho potuto dedicarmi alla scrittura.

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